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Crisi: Della Vedova, Fondo europeo passo in avanti per consolidamento Unione


- Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, deputato del PdL:

“L’ istituzione di un fondo monetario europeo, che sulla falsariga del Fmi possa intervenire a sostegno dei paesi dell’Unione europea che si trovassero in difficoltà finanziaria, consentirebbe all’Europa di compiere un necessario ed auspicabile passo in avanti nel processo di consolidamento istituzionale. Leggi tutto

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Serve intervento sulle tasse, problema è bassa crescita


Un programma di riforme sul fisco, le pensioni e la spesa sociale, per impedire che, uscita dalla crisi, l’economia italiana torni a crescere meno di quella dei concorrenti internazionali. Questo è il senso della proposta che Benedetto Della Vedova rilancia oggi in un’intervista a Il Giornale, presentando il convegno sull’economia, organizzato nell’ambito dell’iniziativa “I seminari di Libertiamo”, che si terrà nella mattina di sabato 27 febbraio a Milano con il Presidente della Camera, Gianfranco Fini.

Della Vedova riconosce al Ministro Tremonti il merito di avere “rispedito al mittente le richieste di maggiore spesa pubblica”, ma ritiene che vada immediatamente affrontato “il grande problema della crescita ridotta”. “Sulle tasse ci vuole un intervento incisivo, oppure è meglio lasciare perdere” dice Della Vedova, che aggiunge: “Credo che sia necessario  abbassare le aliquote per allargare la base imponibile, con un patto esplicito coi cittadini: diminuisco l’incentivo ad evadere (le aliquote troppo alte) ma chiedo maggiore fedeltà ai contribuenti. Altrimenti si torna come prima.” E sul debito pubblico rilancia l’idea di “valorizzare gli asset patrimoniali pubblici” perché non è possibile contenere il debito facendo ricorso agli avanzi di bilancio e nella sostanza al consolidamento della pressione fiscale.

Sulle pensioni Della Vedova rilancia la proposta dell’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne nel privato (così si possono risparmiare otto miliardi in otto anni) e più in generale una riflessione non solo sull’equilibrio dei conti previdenziali, ma sul livello assoluto della spesa e sulla sua equità generazionale. Infine sulla sanità, il deputato del PdL chiede l’adozione del “benchmark lombardo” e del suo modello misto pubblico-privato, perché “non bisogna togliere sanità ma recuperare efficienza”.

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Con Ichino, per un lavoro meno rigido e meno anarchico


Con Ichino, per un lavoro meno rigido e meno anarchico
di Carmelo Palma da FFwebmagazine http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=4174&Cat=1&I=../immagini/Foto G-K/giolav_int.gif&IdTipo=0&TitoloBlocco=L’Analisi&Codi_Cate_Arti=38
All’esecutivo in carica, complice lo squagliamento dell’opposizione, sui più scottanti dossier economico-sociali sta riuscendo la quadratura del cerchio. La maggioranza riesce ad apparire, a un tempo, governo affidabile e opposizione persuasiva, forza responsabile e avanguardia profetica. Amministra lo status quo, ma se ne distingue. Governa la routine e annuncia ogni giorno la rivoluzione. Promette la Gerusalemme fiscale e si attarda in una traversata del deserto fatta di lenti e impercettibili passi. Denuncia un welfare “selvaggio” e discriminatorio e lo conserva pressoché intatto.
C’è anche una singolare ed efficace divisione del lavoro in questa “organizzazione di impresa”, con alcuni ministri (su tutti, Brunetta) impegnati a tenere accesa la fiamma della visione originaria, e altri (su tutti, Tremonti) a fare macchina indietro, a dichiarare solido e invulnerabile un sistema (di norme, rapporti sociali, convenzioni e “cultura”) che, fino a poco tempo fa, l’intero centrodestra dichiarava malsano e ingiusto.
Lo status quo è tanto arcigno quanto velenoso e chi, spinto dalla generosità riformista, ci mette le mani – come le maggioranze berlusconiane hanno già sperimentato sulle pensioni e sull’art.18 – rischia di finire elettoralmente avvelenato. E qualcuno ci è addirittura morto, come i professori Biagi e D’Antona, visto che in Italia anche il terrorismo è “conservatore”.
Sfidare lo status quo è un problema, ma il fatto è che lo status quo è comunque un problema per il paese anche quando non si mostra elettoralmente problematico. E l’exit strategy da questo conservatorismo dei fatti e riformismo delle parole dovrebbe comunque essere “la” priorità per un partito che vuole “rialzare” l’Italia e non sprimacciarle il cuscino.
Ieri Pietro Ichino, nella sua “Lettera sul lavoro” pubblicata dal Corriere della Sera, ha riproposto il tema dello squilibrio nel sistema di garanzie e della frattura generazionale che separa i padri, coperti dalla tutela reale dell’art. 18 o comunque normalmente inquadrati con contratti di lavoro “standard”, dai loro figli condannati a pagare per intero il prezzo della necessaria flessibilità “di sistema”. Ichino ha spiegato molto bene la situazione dei giovani di 20 e i 30 anni, costretti a districarsi tra finti contratti di stage, lavori a progetto senza progetto, lavori autonomi senza autonomia, e contratti a termine più o meno intermediati da società o cooperative di somministrazione o di gestione di servizi appaltati all’esterno. Il loro problema non è solo loro. E – ci permettiamo di aggiungere – non è solo colpa di “padroni” che preferiscono fare un appalto di servizi piuttosto che un contratto di lavoro, o utilizzare impropriamente istituti di ogni tipo (dal lavoro a progetto, a quello a partita Iva) pur di non avere dipendenti o di averne il meno possibile.
Le parole di Ichino sono non lontane parenti di quelle con cui il ministro Brunetta ha tentato di lanciare qualche sasso nello stagno di una politica, che sul tema ha ancora troppi complessi e troppi tabù. A questo punto, però, occorre forse raccogliere qualcuna di queste idee, e usarla non solo per attizzare gli spiriti, ma per aggiustare un mercato del lavoro insieme rigido e anarchico, che scava voragini di sfiducia e di paura sotto i piedi delle nuove generazioni.

di Carmelo Palma da FFwebmagazine.it

All’esecutivo in carica, complice lo squagliamento dell’opposizione, sui più scottanti dossier economico-sociali sta riuscendo la quadratura del cerchio. La maggioranza riesce ad apparire, a un tempo, governo affidabile e opposizione persuasiva, forza responsabile e avanguardia profetica. Amministra lo status quo, ma se ne distingue. Governa la routine e annuncia ogni giorno la rivoluzione. Promette la Gerusalemme fiscale e si attarda in una traversata del deserto fatta di lenti e impercettibili passi. Denuncia un welfare “selvaggio” e discriminatorio e lo conserva pressoché intatto.

C’è anche una singolare ed efficace divisione del lavoro in questa “organizzazione di impresa”, con alcuni ministri (su tutti, Brunetta) impegnati a tenere accesa la fiamma della visione originaria, e altri (su tutti, Tremonti) a fare macchina indietro, a dichiarare solido e invulnerabile un sistema (di norme, rapporti sociali, convenzioni e “cultura”) che, fino a poco tempo fa, l’intero centrodestra dichiarava malsano e ingiusto.

Lo status quo è tanto arcigno quanto velenoso e chi, spinto dalla generosità riformista, ci mette le mani – come le maggioranze berlusconiane hanno già sperimentato sulle pensioni e sull’art.18 – rischia di finire elettoralmente avvelenato. E qualcuno ci è addirittura morto, come i professori Biagi e D’Antona, visto che in Italia anche il terrorismo è “conservatore”.

Sfidare lo status quo è un problema, ma il fatto è che lo status quo è comunque un problema per il paese anche quando non si mostra elettoralmente problematico. E l’exit strategy da questo conservatorismo dei fatti e riformismo delle parole dovrebbe comunque essere “la” priorità per un partito che vuole “rialzare” l’Italia e non sprimacciarle il cuscino.

Ieri Pietro Ichino, nella sua “Lettera sul lavoro” pubblicata dal Corriere della Sera, ha riproposto il tema dello squilibrio nel sistema di garanzie e della frattura generazionale che separa i padri, coperti dalla tutela reale dell’art. 18 o comunque normalmente inquadrati con contratti di lavoro “standard”, dai loro figli condannati a pagare per intero il prezzo della necessaria flessibilità “di sistema”. Ichino ha spiegato molto bene la situazione dei giovani di 20 e i 30 anni, costretti a districarsi tra finti contratti di stage, lavori a progetto senza progetto, lavori autonomi senza autonomia, e contratti a termine più o meno intermediati da società o cooperative di somministrazione o di gestione di servizi appaltati all’esterno. Il loro problema non è solo loro. E – ci permettiamo di aggiungere – non è solo colpa di “padroni” che preferiscono fare un appalto di servizi piuttosto che un contratto di lavoro, o utilizzare impropriamente istituti di ogni tipo (dal lavoro a progetto, a quello a partita Iva) pur di non avere dipendenti o di averne il meno possibile.

Le parole di Ichino sono non lontane parenti di quelle con cui il ministro Brunetta ha tentato di lanciare qualche sasso nello stagno di una politica, che sul tema ha ancora troppi complessi e troppi tabù. A questo punto, però, occorre forse raccogliere qualcuna di queste idee, e usarla non solo per attizzare gli spiriti, ma per aggiustare un mercato del lavoro insieme rigido e anarchico, che scava voragini di sfiducia e di paura sotto i piedi delle nuove generazioni.

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Bravo Tremonti, sembra la Melandri (del ’96). Su tasse e welfare una furba retorica


A sentire Tremonti, la questione fiscale è divenuta  la fissazione stolida e intellettualistica di una sinistra post-sociale. Come il mercatismo (che – ci ha spiegato il Ministro dell’economia – è la malattia senile del comunismo) anche l’anti-fiscalismo sembra appannaggio di una sinistra ottusa e degli “Stranamore” che vogliono fare “macelleria sociale” . Leggi tutto

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Ridurre le tasse si può e si deve


di Benedetto Della Vedova da www.loccidentale.it

Il Ministro Tremonti, nell’intervista al Sole24Ore di domenica scorsa, ha ribadito che quella fiscale è “la riforma delle riforme” e che il tempo per farle inizierà dopo le regionali. Forse era meglio dirlo subito, evitando il fraintendimento su tempi più accelerati evocati dal Presidente del Consiglio. Ma tant’è: la questione resta centrale e ulteriori rinvii minerebbero la credibilità del PdL (a tutto vantaggio dell’alleato/competitore leghista).

Il punto è questo: una semplificazione ed una drastica riduzione del numero e del livello delle aliquote della tassazione del reddito è considerata una scelta strategica per accompagnare l’Italia fuori dalla crisi e ridare slancio all’economia? Se sì, si tratta di lavorarci come ad una vera priorità, anche prendendo qualche rischio, abbandonando la strada dei “correttivi”.

L’obiettivo della tenuta dei conti pubblici non è in discussione, naturalmente, ma di per sé non può esaurire l’orizzonte della politica economica e fiscale. Come prevedibile, la crisi non ha avuto alcun nuovo effetto palingenetico, e le grandi questioni della crescita e della competitività si ripropongono per il nostro paese esattamente come negli ultimi quindici anni: se non si è competitivi non si cresce, se non si cresce non si crea occupazione e non si produce nuovo gettito fiscale.

Prima di tutto si deve procedere ad una drastica semplificazione del sistema tributario. Oggi le norme sono costruite al fine di tentare di impedire gli abusi, cioè l’elusione e l’evasione fiscale. Il fine non viene raggiunto e nel frattempo si finisce per rendere letteralmente impossibile la vita dei contribuenti leali.

Penso che si debba ribaltare l’impostazione: il fisco va disegnato per essere amichevole nei confronti di chi paga. Chi non paga va sanzionato in altro modo, possibilmente più efficace. Lo spostamento dell’imposizione dalle “persone cose”, ergo dal lavoro al consumo, potrebbe servire anche in questa direzione.

Si è detto spesso, al di là di ogni discussione sulla curva di Laffer, che aliquote e modalità di pagamento delle imposte più ragionevoli sono il primo passo per rendere credibile la lotta all’evasione fiscale: se ci si crede fino in fondo bisogna procedere senza indugi, giacché un’evasione fiscale così diffusa rappresenta un elemento di corruzione non solo dell’economia nazionale ma anche del tessuto civile ed istituzionale.

In questi giorni in molti hanno sottolineato come in Germania i sondaggi mostrino un’opinione pubblica restia ad appoggiare riduzioni fiscali perché spaventata da possibili tagli allo stato sociale. Un segnale importante, ma che dice poco sul nostro paese, giacché le condizioni di partenza sono completamente diverse. In Germania la pressione fiscale negli ultimi lustri anni è diminuita ed è attualmente inferiore a quella italiana che invece nel frattempo è aumentata; la percezione dell’efficacia della spesa pubblica per i tedeschi è, a ragione, decisamente migliore di quella che hanno i contribuenti italiani della spesa pubblica nostrana; il livello di evasione fiscale è in Germania più basso che da noi. Ciò non di meno, alle ultime elezioni il successo del centrodestra tedesco è stato assicurato dalla vittoria dei liberali “antitasse”.

Da ultimo i conti pubblici e il problema del debito. Nel programma del PdL (scritto, come è stato ripetuto, nella consapevolezza della crisi) è previsto un piano di aggressione del debito pubblico per via patrimoniale e non reddituale (cioè senza considerare diminuzioni di spesa e avanzi di bilancio), cioè con un grande piano di valorizzazione e alienazione di una parte del patrimonio pubblico: questa è la strada per rendere ancor più credibile, anche nel breve periodo, una grande riforma fiscale, mettendola al riparo da eventuali momentanei cali nel gettito.

Un lavoratore dipendente che paghi tutte le tasse, non solo quelle sul reddito, oggi lascia allo Stato almeno due terzi del suo costo aziendale (compresi naturalmente i contributi previdenziali, la cui gestione rientra di fatto nella sovranità di Governo e parlamento). E’ troppo, e non solo in considerazione di cosa i contribuenti ottengono in cambio.

Se qualcuno ha altre ricette si faccia avanti, ma resto convinto che ridurre le tasse si può, ma soprattutto si deve: per amore dell’Italia libera e del suo futuro.

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Berlusconi e Tremonti: sulle tasse, indietro tutta. Il ‘94 è lontano anni luce


- Ora che ci siamo lasciati alle spalle (molto più rapidamente che in passato) l’ennesima suggestione di una riduzione della pressione fiscale, è opportuno compiere alcune riflessioni su questo tema carsico, che ipnotizza gli italiani da ormai oltre un quindicennio. Il dato ormai acquisito è che questa maggioranza di centrodestra non ha il “coraggio” per procedere alle riforme di cui il paese necessita, preferendo di gran lunga la gestione di una quotidianità fatta di interventi al margine, come quello assolutamente necessitato (nel breve termine) dell’estensione della cassa integrazione, presentati come epocali e determinanti per la sopravvivenza del paese.

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Perchè ha senso spostare la tassazione dalle persone alle cose


Ragionando di tasse e pressione fiscale, può essere utile soffermarsi sulla ripartizione – nei principali paesi europei – del gettito fiscale in relazione al Pil tra “funzioni”, vale a dire tra consumo, lavoro e capitale. Lo spunto ci viene dal saggio di Andrea Giuricin “Complessità e onerosità del sistema fiscale” (pubblicato nel volume “Dopo! Come ripartire dopo la crisi“, IBL Libri, 2009), nel quale si utilizzano i dati Eurostat, riferiti all’anno d’imposta 2006, evidentemente modificatisi da allora di qualche punto decimale, ma ancora validi per la nostra analisi. Leggi tutto

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Una Finanziaria che punta solo a passare ‘a nuttata


- La Finanziaria per il 2010 non è ciò di cui il Paese avrebbe bisogno. “Nenè”, l’ha definita Tito Boeri: né rigore, né sviluppo. E sinceramente è arduo trovare una definizione migliore. L’argomento usato dal ministro dell’Economia, e cioè che il drammatico calo delle entrate in questa stagione di crisi (10 miliardi in meno nel 2009 rispetto al 2008) imporrebbe strategie da “primum vivere” e nulla più, trova purtroppo due obiezioni sul fronte delle uscite: anzitutto, la contestuale diminuzione della spesa per interessi (6 miliardi in meno) riduce non di poco l’entità della tesi tremontiana;  secondo, come avverte ancora Boeri, se siamo in crisi (e lo siamo), perché abbiamo lasciato la spesa primaria (cioè la spesa al netto degli interessi) crescere di ben 34 miliardi di euro in un anno? Leggi tutto

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Senza riforme, il rigore è la corda a cui impiccarsi. Berlusconi batta un colpo


- E così, ieri abbiamo appreso che in Finanziaria non ci saranno tagli all’Irpef né all’Irap. Né ci sarà l’introduzione della cedolare secca sugli affitti, neppure nella forma gradualista, cioè limitata ai nuovi contratti. La vulgata mediatica dirà che hanno vinto i “rigoristi” sugli “sviluppisti”, e questa immagine è perfetta per un paese che si ostina a non fare i compiti a casa, preferendo copiare dal compagno di banco. Le cose stanno in termini diversi. Leggi tutto

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Adriano Teso: la crisi non è finita, il Governo trovi il coraggio delle riforme


- Tempo di Finanziaria, tempo di previsioni economiche per il prossimo anni. Libertiamo.it intervista Adriano Teso, imprenditore, già sottosegretario del primo Governo Berlusconi e socio fondatore di Libertiamo.

LIB. Giungono voci di un 2010 molto preoccupante dal punto di vista occupazionale. La ricetta, condivisa da molti, prevedrebbe un aumento dell’età pensionabile e l’utilizzo dei risparmi di spesa per finanziare una riforma degli ammortizzatori sociali. Ma siamo sicuri che le imprese vogliono davvero questo? O preferiscono poter scaricare sulle pensioni il ridimensionamento degli organici? Leggi tutto

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Gli Arcana Mundi dell’Ocse


- Altro aggiornamento del superindice Ocse, altro tripudio di pacche sulle spalle ed autocongratulazioni. Siamo fatti così, insuperabili nel dar corpo alle ombre, nel bene e nel male. Dunque, vediamo il dato di settembre: “gli indicatori mostrano chiaramente una crescita in Italia, Francia, Regno Unito e Cina, mentre in Canada e Germania si vedono dei segni di espansione potenziale”. Bene, c’è in atto una ripresa, lo sapevamo da tempo. Quello che molti nostri politici non riescono a cogliere è che un leading indicator esprime una previsione di quello che potrebbe accadere tra sei-nove mesi. Non è assolutamente detto che la previsione si realizzi, ed anzi alcune recenti ricerche segnalano che il grado di correlazione del CLI (Composite Leading Indicator) dell’Ocse con la crescita effettivamente conseguita nei due-tre trimestri successivi si è ridotto, nell’era della globalizzazione.

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Il WSJ chiede a Tremonti di tagliare l’Irap. La quadra spetta a Berlusconi


- Il Wall Street Journal contro Tremonti? Al ministro non sarà piaciuto il richiamo fatto dal quotidiano di lingua inglese alla sua vicinanza (”closeness“) alla Lega Nord, ma soprattutto Giulio non avrà gradito il giudizio tranchant del WSJ sulla questione Irap: “Cutting business burdens should be welcomed by anyone interested in Italian prosperity“. Tagliare la pressione fiscale sulle imprese dovrebbe essere ben accolto da chiunque sia interessato alla prosperità italiana.
A livello internazionale, nessuno mette in dubbio che sotto la guida di Tremonti l’Italia abbia adottato un piano di stimolo fiscalmente neutrale, tenendo lontani i tanti appetiti di spesa intorno al tavolo del Governo. Ma – sottolinea ancora il WSJ – è difficile che il ministro dell’Economia possa riportare il debito pubblico (al 115 per cento, la grande incognita italiana) a livelli più accettabili senza spingere sulla ripresa economica. Leggi tutto

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Da Economia Reale una contro-Finanziaria: al centro le riforme


La politica è spesso imponderabile: c’è un documento di fine settembre, molto ben fatto ed argomentato, che da puro esercizio intellettuale – qual era destinato a rimanere – è diventato ad un tratto la piattaforma di politica economica alternativa a quella di Tremonti. Parliamo del IV Rapporto sull’economia italiana dell’Associazione Economia Reale, presieduta da Mario Baldassarri, presentato a Roma lo scorso 24 settembre. Leggi tutto

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Il “posto” è il pensiero fisso di un paese precario


Nel Pdl il Ministro Tremonti ha ideologicamente dettato o, più spesso, aggiustato il passaggio da un liberalismo fiducioso e generoso ad un conservatorismo impaurito e sfiduciato della libertà economica e del mercato. Lo ha fatto in modo furbo e intelligente, con la malizia necessaria ad incontrare il gusto di un elettorato angosciato, e con un tempismo spietato, di modo da incrociare una sinistra ritardataria e volonterosa, con troppo questioni aperte, e politicamente disarmata, nel campo aperto della crisi sociale. Leggi tutto

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