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Agosto con Liberilibri/2 – L’incontro tra libertà ed eguaglianza: il buono-scuola


- L’istruzione, insieme a sanità, previdenza e assistenza, è il cavallo di battaglia per il mantenimento del modello sociale di Stato, nonostante l’eccesso di disavanzo pubblico, la ormai pacifica constatazione della tendenziale inefficienza dei servizi forniti dal sistema pubblico rispetto a quelli forniti in un sistema davvero competitivo, e anche l’insofferenza di una società pluralista ai programmi unici ministeriali di didattica (si pensi solo alla polemica sull’ora di religione…).
Non è immediato, infatti, replicare a chi teme che la mancanza di una garanzia dell’accesso all’istruzione significhi che le famiglie meno abbienti non possano far studiare i propri figli. Leggi tutto

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Il crocifisso a scuola è obbligatorio, anzi no. Cronaca di un’udienza molto particolare


Capisci che non è una giornata normale quando da lontano puoi scorgere la sagoma di Borghezio. Fazzoletto verde d’ordinanza regola, coordina la truppa leghista. Ma oggi a Strasburgo non c’è solo Lega. Ci sono gli studenti calabresi e quelli napoletani, c’è la delegazione delle ACLI ed un folto gruppo di greci che si attarda all’ingresso con la delegazione maltese. Leggi tutto

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Ora l’esame per la scuola: riesce a diventare plurale?


- da il Secolo d’Italia del 23 giugno 2010 -

La scuola libera contro la scuola unica, la concorrenza contro il monopolio, il mercato contro la rigidità organizzativa e ideologica della scuola “ministeriale”. Mentre si celebrano gli esami di maturità, vale la pena di riflettere su quella decisiva prova di maturità, a cui la scuola italiana è attesa ormai da decenni: quella della libertà, cioè del superamento del monopolio statale dell’istruzione.

La scuola di Stato nella costruzione unitaria serviva a “fare gli italiani” e a contendere ad una Chiesa ostile e aggrappata alle tesi del Sillabo l’alfabetizzazione e l’educazione civile del Paese. Di quella sfida – insegnare l’Italia e l’italiano agli italiani –  a distanza di centocinquanta anni, con una Chiesa rientrata nei ranghi della politica nazionale, occorre serbare una memoria orgogliosa ed onesta. Ma del modello della scuola di Stato che quella sfida portava con sè, anche in una logica laica, non c’è più niente da difendere.

Il buono scuola, oggi, è un’eresia libertaria. Non una richiesta di parte cattolica. Ad una riforma che consenta alle scuole cattoliche di competere ad armi pari nel mercato dell’istruzione, la Cei continua di gran lunga a preferire la “cattolicizzazione” parassitaria della scuola di Stato. Rispetto ad un sistema pluralistico e di mercato, la Cei continua comprensibilmente a prediligere un sistema centralistico di non-mercato, in cui tanto le scuole pubbliche, quanto quelle private sono sussidiate direttamente dal centro ministeriale.

La scuola laica, cioè statale, è il tabernacolo in cui si custodisce quanto rimane della religione di Stato, cioè l’ora di educazione cattolica. Questa scuola, non quella “dei preti”, è l’ultima vera trincea della resistenza vetero-concordataria. Sembra paradossale, ma non lo è: quella di Stato è infatti la sola scuola in cui il progetto educativo sia stabilito in sede politica, sulla base di un compromesso tra poteri, non di uno scambio libero tra scuole e famiglie, tra insegnanti e studenti.

Il monopolio statale e i (miserevoli) sussidi per le scuole private sub-fornitrici del sistema pubblico sono due facce della stessa medaglia. Lungi dal privatizzare la scuola pubblica, si è invece consolidato un sistema che ha statalizzato la scuola privata.  Un monopolista non può, per definizione, servire la causa del pluralismo. Al contrario, un serio progetto pluralista dovrebbe essere posto al servizio di una battaglia anti-monopolista. A maggiore ragione quando il mercato che il monopolista occupa, protetto da insuperabili barriere normative, è quello sensibile e oltremodo politico dell’educazione e della conoscenza.

Esiste un limite teorico e pratico insuperabile alla possibilità di fare della scuola di Stato un monopolista efficiente e mite, capace di soddisfare la domanda di competenze e di saperi e di limitare le proprie pretese ideologiche. Non è la “scuola di Stato” a dovere diventare pluralista, ma lo Stato a dovere garantire il pluralismo scolastico. Il pluralismo non è l’articolazione interna della scuola di Stato, ma un modello alternativo di funzionamento dell’intero sistema dell’istruzione, sia nell’ambito della scuola statale che nel rapporto tra scuola statale e scuola non statale.

Nell’ultimo decennio la questione della scuola libera ha segnato profondamente il dibattito politico, ma è rimasta sostanzialmente estranea alle diverse piattaforme legislative, con cui si è cercato di rimettere ordine nel sistema nazionale dell’istruzione. Lo stesso centro-destra si è limitato a difendere le ragioni di una svolta ritenuta necessaria, senza fare quanto avrebbe dovuto per renderla possibile.

Il buono scuola è un meccanismo di finanziamento dell’istruzione pubblica che, a parità di spesa per lo Stato, istituisce un ordine di mercato nel sistema scolastico. Le risorse necessarie a coprire il “costo-banco” di ciascuno studente, a seconda dell’ordine e grado degli studi, anziché essere gestite dal centro ministeriale, sono consegnate direttamente alle famiglie e, per il loro tramite, alle scuole che esse scelgono per la formazione dei figli.

Oggi il “sistema” privilegia la scuola statale contro la scuola non statale, e discrimina le famiglie povere a vantaggio di quelle ricche, poiché chi sceglie la scuola non statale paga due volte l’istruzione dei figli: la prima, con le tasse, all’erario, la seconda, con la retta, alla scuola. Ma soprattutto, tra le scuole statali, il centralismo ministeriale favorisce, ceteris paribus, le più inefficienti, visto che a dettare le politiche di spesa è il costo della macchina scolastica e non la qualità dell’istruzione.

Concretamente, nel medio periodo, il buono scuola non si tradurrebbe in una privatizzazione del sistema scolastico, ma in una liberalizzazione del mercato dell’istruzione statale, che non è affatto “una ed uguale”. Le scuole private sono poche, i suoi alunni anche (il 5% del totale). Le scuole statali sono tante e non chiuderebbero certo, quando si trovassero a competere su di un mercato aperto. Peraltro, la “scuola pubblica” (come la “sanità pubblica”) non esiste ed è una pura ipostasi ideologica. Esistono le scuole pubbliche, diverse le une dalle altre.

Nel centro-destra prevale ormai l’idea che il buono scuola non appartenga al futuro, ma al futuribile, e che occorra concentrarsi su altre e più urgenti priorità. In campo formativo, sul miglioramento dei livelli di apprendimento e sul ripristino di un approccio disciplinare ai contenuti del sapere. In termini organizzativi, sul recupero di qualità e di efficienza delle istituzioni scolastiche, attraverso la riforma degli organismi di governance e dello stato giuridico dei docenti.  Si tratta di obiettivi condivisibili. Ma è legittimo dubitare che una riforma ispirata ai principi dell’autonomia e della sussidiarietà possa limitarsi al versante dell’offerta formativa (le scuole), senza interessare quello della domanda (le famiglie) e che possa migliorare la qualità del prodotto, senza favorire l’apertura del mercato.

Non è il valore legale del titolo di studio a costituire, in termini normativi, la giustificazione del centralismo ministeriale, anche perché lo Stato da dieci anni ha rinunciato al monopolio legale, per conservare quello reale, rendendo ancora più incongrua la sproporzione di possibilità e di diritti tra scuola statale e scuola privata. C’è un solo mercato dei titoli, ma non un unico mercato dell’istruzione. Le scuole private “paritarie” rilasciano diplomi che hanno valore legale, ma il loro ruolo pubblico non comporta alcun riconoscimento economico.

Un’effettiva liberalizzazione del sistema favorirebbe l’ampliamento dell’offerta formativa, la specializzazione degli istituti, la diversificazione dei percorsi di studio, una concorrenza più leale tra le scuole e una formazione più coerente con la scelta educativa delle famiglie. Allo Stato rimarrebbe il problema di definire “cosa è scuola”, non di stabilire “quale scuola” debbano scegliere le famiglie; di certificare la serietà del progetto formativo delle scuole, non di dettarne i contenuti. Sembra pochissimo, ma è molto di più di quanto oggi il Ministero di viale Trastevere riesca a fare, alle prese con il suo gigantesco conflitto di interessi.

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Sul posticipo dell’anno scolastico al 1° ottobre, ha purtroppo ragione la Lega Nord. E torto il PdL


- Siamo abituati da anni alle balzane proposte della Lega (vorremmo chiamarle provocatorie, ma sono in realtà populiste): il dialetto a scuola, il divieto alle insegne commerciali in un lingua extra-comunitaria, le carrozze del metro solo per milanesi e così via. Ci riesce invece difficile digerire le amenità se esse provengono dal PdL, tanto più quando si consente alla Lega di vestire i panni della forza politica rigorosa che si frappone all’irresponsabile leggerezza del maggiore alleato. Leggi tutto

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Se la Gelmini razionalizza, i sindacati e la sinistra sbroccano


- Immaginate di percorrere una strada dritta, di avere tredici anni e di trovarvi, d’improvviso, ad un incrocio con non una, non due, non tre, bensì con trecentonovantasei strade alternative. Dovete decidere dove andare, la segnaletica è confusa, voi lo siete di più, vista anche l’età, e vi risulta difficile scorgere l’utilità, rispetto alla vostra destinazione, di una scelta o piuttosto di un’altra. Leggi tutto

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Apprendistato, obiezioni ideologiche. Così si nega il valore formativo del lavoro


- Ha suscitato un vespaio di polemiche (di timbro acuto nelle prime ore, poi, strada facendo, sempre più flebili e strumentali)  un emendamento, presentato da chi scrive al «collegato lavoro» in occasione dell’esame della Camera in terza lettura. Si tratta di una norma che stabilisce che l’obbligo decennale di istruzione previsto dalla legge finanziaria del 2007 possa essere assolto anche nei percorsi di apprendistato. Leggi tutto

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Scuola: Della Vedova, Per riforma scuola italiana necessario introdurre ‘buono scuola”


- Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, deputato del Pdl

Dal 1994 ad oggi il centro-destra berlusconiano ha ripetutamente proposto una riforma del sistema educativo improntato ai principi dell’autonomia, della sussidiarietà e della libertà di scelta educativa delle famiglie. Questi principi, che il centro-destra non ha mai mancato di difendere dal punto di vista culturale, devono però ancora trovare attuazione dal punto di vista politico. Leggi tutto

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Gelmini smonta le classi ghetto, e la sinistra monta la polemica


- L’Italia e le sue contraddizioni. Ictu oculi sembrerebbe l’accattivante titolo dell’ennesimo best seller destinato ad affastellarsi sugli scaffali delle patrie librerie. E invece, purtroppo, è il laconico jingle atto a descrivere in modo fulmineo la situazione del nostro Paese. Leggi tutto

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Il tetto del 30% di alunni stranieri per classe è un’idea ragionevole e per nulla razzista


Francamente non riusciamo né a comprendere né a giustificare il linciaggio morale che Francesco Merlo oggi su Repubblica riserva all’atto di indirizzo, con cui il Ministro Gelmini fissa il limite del 30% per gli alunni stranieri nelle classi delle scuole italiane, lasciando comunque un ampio margine di autonomia agli uffici scolastici regionali e prevedendo che il “tetto” non includa alunni stranieri (come la gran parte di quelli nati in Italia, e non solo) che dispongano di adeguate competenze linguistiche , cioè, nella sostanza, che all’atto dell’iscrizione già comprendano e parlino correntemente l’italiano. Leggi tutto

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Einaudi ci spiega perchè tutti divennero dottori


- Estratto da L. Einaudi, “Per l’abolizione del valore legale del titolo di studio”, in Scuola e Libertà (1955), ora ripubblicato in G. Desiderio (a cura di), La libertà della scuola, scritti di Luigi Einaudi e Salvatore Valitutti, Liberilibri 2009

[…] Il mito del “valore legale” del diploma scolastico è davvero insostituibile? Un qualunque mito è accettato se e finché nessun altro mito è reputato per consenso generale più vantaggioso. Il giorno in cui si riconobbe che il metodo del rompere la testa agli avversari politici era caduto in discredito – ma era durato a lungo, per secoli e per millenni – e si accettò la tesi del contare le teste invece di romperle; l’accettazione non si basò su un ragionamento. […] Leggi tutto

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Perchè servirebbe una RyanAir dell’istruzione


- La scuola in Italia rappresenta da sempre una delle principali voci di spesa pubblica e malgrado l’enorme quantità di denaro sottratta ogni anno ai contribuenti per finanziarla, la preparazione dei nostri studenti appare vieppiù scadente, come testimoniano anche gli esiti dell’ultima indagine OCSE PISA.
Secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato, il Ministero dell’Istruzione assorbe il 48,9 per cento dei costi dello Stato centrale – il 98 per cento dei quali è per gli stipendi del personale – con una spesa per allievo che è la maggiore al mondo dopo quella austriaca, svizzera e statunitense.
Al tempo stesso, tuttavia, i nostri studenti risultano i “peggiori” dell’Unione Europea dopo quelli di Grecia, Portogallo, Romania e Bulgaria. A fronte di un rapporto così insoddisfacente tra  input finanziario e output formativo dovrebbe essere inevitabile un ripensamento profondo della gestione della scuola in questo paese. Leggi tutto

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Ora islamica? Perché dico laicamente di sì


- Sono convinto che non abbia alcun senso in uno stato laico un’ora di istruzione confessionale (quale che sia la religione) nelle scuole pubbliche; potrebbe avere un senso, meglio avrebbe sicuramente un senso, senza il condizionale, inserire tra le materie scolastiche un insegnamento non opzionale né catechistico di “storia delle religioni”.

Ma poiché questa ipotesi è al momento irrealistica, la proposta del Viceministro Urso non mi scandalizza per nulla,  non solo per la netta opposizione della Lega (sarebbe già un discreto motivo) ma perchè, se vogliamo ragionare in modo pragmatico e non ideologico, qual è la realtà oggi?

La realtà è che i figli delle famiglie musulmane sono mandati nelle madrasse dove qualche imam integralista li indottrina sui doveri del buon musulmano, la sharia, gli infedeli da convertire o, se indisponibili, da eliminare, e così via.
Le conseguenze probabili della realtà attuale sono, com’è accaduto in Gran Bretagna, in Olanda, per certi versi in Francia con la rivolta delle banlieue, consentire di fatto lo sviluppo di un esercito di potenziali cellule terroristiche, di cui abbiamo già avuto esempi clamorosi come quello della moschea di viale Jenner a Milano, per ricordare il caso più noto, ma altri episodi simili si potrebbero elencare.

Qui nessuno propone o auspica una società multiculturale. All’opposto: lo status quo porta alla società multiculturale. La proposta Urso sceglie la via di un’integrazione possibile e l’esempio americano lo dimostra.
Quindi, piaccia o non piaccia, meglio, molto meglio, che si “insegni” la religione islamica nelle scuole pubbliche da parte di professori selezionati, che parlino italiano e seguano un programma chiaro e concordato, definito e controllabile.

Non c’entra nulla, in apparenza, ma la logica che guida il mio ragionamento è analoga a quella per cui sostengo una politica antiproibizionista sulle droghe. Partendo dalla fotografia della situazione attuale (come è, non come ci piacerebbe che fosse) e constatato che droga “vietata” significa di fatto droga libera e senza controllo, ne deriva la conseguenza che sia probabilmente ragionevole valutare ipotesi alternative: legalizzare, ovvero regolamentare e controllare.

Lo stesso principio è applicabile all’insegnamento islamico. Meglio lo status quo, senza regole né controlli, o meglio la soluzione che descrivevo sopra? Io – scusate – scelgo la seconda. E bypasso le banalità sulla religione cattolica che fa parte della nostra cultura, della nostra storia e bla, bla, bla… Idem per la tesi della reciprocità, sostenuta da chi proclama “va bene l’ora islamica ma a condizione che in Arabia Saudita mettano l’ora di cristianesimo” e, anche qui, bla, bla, bla… perché questi argomenti, con ogni evidenza, non militano contro, ma a favore di una misura di buon senso che serve ad arginare, e non a diffondere l’estremismo islamista.

I solerti difensori dei principi “cristiani” per altro dimenticano non solo le condizioni che vogliono porre sono, di tutta evidenza, improponibili e assolutamente irrealistiche, ma anche che il numero dei cattolici nei Paesi musulmani è infinitamente minore rispetto a quello degli islamici nei Paesi occidentali: centinaia di migliaia di giovani con i quali dobbiamo, volenti o nolenti, convivere. Senza dimenticare che pressoché ovunque i pericoli estremisti provengono dagli immigrati di seconda o terza generazione, dai ragazzini non integrati e quindi facilmente soggetti all’indottrinamento fanatico-integralista.

Per chiudere: vogliamo essere ragionevoli e pragmatici e decidere sulla base della situazione vigente o ce ne freghiamo e facciamo pura accademia? Attenzione però che il “ce ne freghiamo” comporta lasciare campo libero e aperto all’integralismo, con quel che ne consegue.

Scandaloso? Inaccettabile? A me pare un discorso di semplice, banale, buon senso e raziocinio. Se affrontiamo, come a mio parere doveroso, la questione con gli strumenti della ragionevolezza e di un laico pragmatismo, piuttosto che con quelli accecanti dell’ideologia, dei pregiudizi o dei Principi con la P rigorosamente e inutilmente maiuscola.

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