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Robin tax. Bene il governo, ma attenti al fuoco amico


- Con un colpo di penna la maggioranza ha cancellato il tiro mancino dalle commissioni affari costituzionali e lavoro, che avevano innalzato di un altro punto percentuale l’addizionale Ires per il settore energetico, approvando un emendamento del PD avvallato dalla maggioranza.
Nell’Aula di Palazzo Madama, Governo e maggioranza hanno convenuto che il nobile fine di garantire una più forte tutela a chi ha conseguito l’inabilità a seguito di un infortunio sul lavoro poteva essere perseguito senza gravare ulteriormente sulle imprese.
Con un emendamento del Relatore, Sen. Castro (Pdl), è stata quindi cancellata la norma che portava l’aliquota Ires per l’energia al 35%.

L’allarme, per una buona parte del settore energetico, non ha fatto a tempo a rientrare che già si è ripresentato, per una ragione diversa, nell’altro ramo del Parlamento.
La finanziaria 2010 prometteva la riduzione, se non l’abolizione dell’IRAP. Invece, a quanto pare, le tasse rischiano di aumentare, anziché diminuire. È quanto accadrebbe se fosse approvato un emendamento della Lega Nord, punitivo per le imprese del settore energetico, che non adeguano prontamente i propri prezzi ai ribassi del petrolio.

L’intento è abbozzato ma chiaro, l’ambito di applicazione, invece, alquanto fumoso. Non è chiaro come possa applicarsi a mercati complessi come quello dell’energia, che rispondono agli stimoli di vario tipo, molti dei quali non riconducibili all’andamento dei mercati petroliferi. Basta, infatti, un aumento della domanda di energia elettrica per vanificare il beneficio connesso con la diminuzione delle quotazioni petrolifere, senza che si possano dare colpe e somministrare punizioni ai colpevoli.
Denota poi un gusto barocco il doppio controllo che si determinerebbe sull’applicazione della Robin Tax (tassa, ricordiamolo, giustificata nell’estate 2008 per la felice congiuntura economica del settore). Infatti, la legge ha previsto che gli operatori fossero vigilati con occhio attento affinché non traslassero il maggior gravame fiscale sui consumatori mediante un aumento di prezzi e tariffe. Il risultato è stato la combinazione di più tasse e più oneri amministrativi, per di più inutili, dato il calo delle quotazioni del petrolio e delle tariffe elettriche verificatosi nei mesi seguenti.

La nuova tassa proposta dalla Lega Nord esige un dispendio di risorse e ingegno per verificare la prontezza con cui gli operatori adeguano i propri prezzi alle quotazioni del petrolio. Poco importa se l’aggiustamento dei prezzi dei carburanti segua sempre di alcuni giorni rialzi e ribassi delle quotazioni del petrolio e porti a variazioni più contenute dei prezzi. Significativa anche la volontà di punire chi si attarda a ritoccare i listini senza voler premiare i “buoni”. L’ipotesi di ridurre a questi ultimi l’addizionale Ires, anziché aumentarla ai “cattivi” non è manco stata ventilata, si direbbe.

Di tutt’altro avviso, fortunatamente, il sottosegretario allo sviluppo economico Stefano Saglia, che già si è espresso sul tema respingendo l’idea di una nuova tassa punitiva. Ci si attende, quindi, che il Governo confermi una posizione contraria ad un ulteriore inasprimento fiscale.

D’altra parte, scoraggiare con un fisco punitivo ed una burocrazia invasiva l’offerta di una fonte energetica come il petrolio, ancora fondamentale per la nostra economia, non è cosa saggia.
Specie per i prossimi anni, fino a quando lo sviluppo delle fonti rinnovabili e il ritorno al nucleare non consentiranno una diversificazione delle fonti, la nostra economia continuerà a dipendere dalle tradizionali fonti energetiche.
Il mercato degli idrocarburi e dei loro derivati è nella sua natura globale e transnazionale. Disincentivare la loro offerta non porterebbe che ad orientarla verso altri mercati, col risultato che la necessità di approvvigionarsi della principale fonte energetica in uso nel paese ci porterebbe gioco forza a contrastare un tendenziale calo dell’offerta accettando di pagare prezzi più alti. Di fatto, un aumento delle imposte porterebbe ad un effetto opposto a quello desiderato.

Sarebbe molto più efficace, per conseguire una riduzione dei prezzi a beneficio dei consumatori, una politica di liberalizzazioni del settore (a partire dal comparto della distribuzione dei carburanti), che stimolasse la concorrenza tra gli operatori dei vari comparti ma anche, nel più ampio quadro delle politiche dell’energia, tra le stesse fonti energetiche.

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La Robin Tax sale ancora, ma non è un aggravio a costo zero


- Prima o poi doveva succedere, quanto meno per la legge dei grandi numeri. Da oltre un anno l’opposizione propone ogni settimana centinaia di emendamenti volti ad aumentare l’addizionale Ires per il settore petrolifero, dell’energia e del gas, istituita come misura congiunturale anticiclica ai tempi della Robin Tax e sopravvissuta a flussi e riflussi dei mercati energetici, a dispetto dei propositi iniziali.
Una prima volta è stata aumentata dal 5,5 al 6,5 per cento a luglio 2009, per finanziare la stampa e stringere un rapporto di dipendenza più stretto tra stampa e politica.

Sarà che i dati a disposizione dei gruppi Pd e Idv rendono agevole il calcolo delle entrate conseguibili con l’innalzamento di un punto percentuale dell’addizionale, sarà che le imprese soggette all’imposta non sono molte e i costi in termini di consenso sono circoscritti, ma impressiona l’accanimento con cui, per la copertura finanziaria della maggioranza delle misure proposte in via emendativa, l’opposizione abbia continuato a prevedere l’aumento dell’addizionale.

La scorsa settimana parlamentare è stata caratterizzata dall’importante riforma liberalizzatrice e modernizzatrice dei servizi locali. Purtroppo è stata anche macchiata dall’approvazione della proposta di Rita Ghedini e Marilena Adamo, del Partito democratico, con cui si innalza l’addizionale IRES al 7,5 per cento. Complessivamente, l’aliquota dell’imposta sui redditi di talune società si attesterebbe quindi al 35 per cento. La proposta è stata approvata dalle commissioni affari costituzionali e lavoro al Senato; nei prossimi giorni dovrà esser confermata dall’aula e poi dalla Camera per assumere un carattere definitivo.

Si pone comunque un problema di metodo e di merito che investe maggioranza e opposizione.
Se le grida di Di Pietro durante il dibattito a Montecitorio sulla riforma dei servizi pubblici locali potevano dirsi sterili e forzate esternazioni di carattere demagogico, volte a seminare tensione e preoccupazione nella società per raccogliere consenso e visibilità, i tiri messi a segno dal Partito Democratico in due tempi per inasprire la Robin Tax vedono la corresponsabilità della maggioranza.
La Robin tax nasceva come misura fiscale dal forte valore demagogico, che poteva essere venduta al pubblico come uno strappo al borsellino troppo pieno di lobby potenti e “cattive”. Poco importava che si colpisse le poche società ad azionariato diffuso (e con esse, quindi, milioni di piccoli azionisti italiani) e istituti di credito che dopo pochi mesi avrebbero corso il rischio di capitolare o di finire nelle mani dello Stato.

Per contrastare l’effetto temuto, ossia la traslazione dell’imposta sui costi dell’energia, la legge ha previsto il controllo dei prezzi da parte dell’Autorità dell’energia e del gas. D’altro canto – ci insegna von Mises – un intervento pubblico tira l’altro e da lì al socialismo e al collasso i passaggi sono consequenziali. Il crollo dei consumi e della produzione manifestatosi con la crisi nell’autunno 2008 avrebbe comunque condotto ad una diminuzione delle tariffe dell’energia e i meccanismi di controllo politico dei prezzi si è tradotto semplicemente in un aggravamento degli oneri amministrativi in capo alle imprese, ancor più odioso del maggior carico tributario.
Il livello a cui verrebbe fissata l’addizionale IRES se la disposizione fosse confermata al Senato e alla Camera pone un dubbio sulla sostenibilità dell’imposta. Per quanto il settore dell’energia e dei prodotti petroliferi sia tra i più solidi, la stessa base imponibile potrebbe subire una flessione.

Di sicuro quanti ritengono che ogni misura possa trovare copertura in questo modo (tanto paga ENI, tanto paga ERG,…) trascurano le ripercussioni che l’imposizione fiscale ha sugli investimenti, proprio in un momento in cui le politiche ambientali esigono ingenti sforzi da parte degli operatori per rendere più efficienti gli impianti e reperire le risorse necessarie alla realizzazione di impianti a fonte rinnovabile o nucleare.

Questo tipo di concessioni alle richieste dell’opposizione, quindi, rivela una sottovalutazione del loro impatto sull’economia e dei compromettenti effetti sugli obiettivi del Governo: dai target di politica ambientale, al risparmio dei piccoli azionisti a, non dimentichiamocelo, l’impegno solenne di riportare la pressione fiscale sotto il 40 per cento .

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