TAG "Rai"

Il Tar libera Sky e La7, ma la Rai rimane ostaggio di una par condicio ideologica


- Prima di descrivere, per l’ennesima volta, i giudici del Tar del Lazio come parrucconi del “giuridicamente corretto” al servizio dei nemici del popolo, sarebbe il caso che il PdL riflettesse sul fatto che, in questo incomprensibile gioco delle parti, i nemici della par condicio – cioè i berlusconiani  ­– sono diventati sostenitori di una posizione che neanche i “comunisti” si erano sognati di imporre all’elettorato in piena campagna elettorale. Leggi tutto

Inserito in Capitale umano, Diritto e giustiziaCommenti (0)

Rai ed elezioni: la legge sulla par condicio è un pasticcio, la Vigilanza ancora più pasticciona


- La par condicio, da oltre un decennio, non produce buona informazione, ma cattive polemiche. Dunque non stupisce che a finire nel mirino delle critiche, che hanno accompagnato l’approvazione del Regolamento per le elezioni regionali da parte della Commissione di Vigilanza sulla Rai, sia stato il più innocente di tutti, cioè il relatore del provvedimento, il radicale Marco Beltrandi.
La stretta sui talk show politici della Rai c’è stata, eccome. Essi saranno sostituiti dalle tribune elettorali o dovranno, di fatto, trasformarsi in tribune elettorali, per continuare ad andare in onda. Ma a fare il pasticcio non è stato Beltrandi. Leggi tutto

Inserito in Archivio Newsletter, Partiti e StatoCommenti (6)

Finchè la RAI è pubblica, il padrone è politico. Meglio privatizzare che indignarsi


- La libertà di informazione in Italia non c’è; rectius, è imperfetta. Meglio ancora, è incompiuta. Se fino agli anni novanta questo aggettivo designava l’impossibilità dell’alternanza di cui soffriva la democrazia italiana, ancor oggi può a ben vedere esprimere la condizione in cui versa il sistema dell’informazione. Leggi tutto

Inserito in Archivio Newsletter, Capitale umano, Economia e mercatoCommenti (2)

Rai: Della Vedova, privatizzazione unica soluzione


- Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, deputato PdL

L’occupazione politica e partitica della Rai è un elemento costitutivo, non transitorio né eliminabile, dell’azienda del servizio pubblico nel nostro paese. Chi oggi a sinistra se ne lamenta, in realtà spera di poter tornare a fare quello che ha fatto in passato, cioè piegare la Rai ai propri interessi politici. Leggi tutto

Inserito in Comunicati, Partiti e StatoCommenti (0)

La Russa sdogana il pluralismo della lottizzazione. E sbaglia


- Riportiamo alla lettera uno spezzone del discorso tenuto giovedì scorso a Gubbio dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, in occasione della Scuola di Formazione Politica del Pdl:

Come mai il Pd blocca la scelta del direttore del Tg3, perché non vuole che si decida prima che si sappia chi comanda nel Pd? Come mai? Ma se l’avessimo fatto noi… ma se l’avessimo fatto noi di dire “Non si sceglie il direttore di Radio News, non del Tg3, perché prima dobbiamo sapere chi vince in una competizione…”, avremmo le manifestazioni sotto casa, avremmo Repubblica con un appello di centomila persone… loro non scelgono e non è che noi gli abbiamo detto “Dovete fare questo”. Diteci un nome, ditecelo voi… “eh già, noi… noi chi? Noi Franceschini o noi Bersani? Noi Ignazio Marino o noi D’Alema?”. E siccome ne hanno un pezzetto ciascuno, le debuttanti, la Rai continua ad essere senza un direttore! Domani mi aspetto che due righe su questo qualche giornali le dedichi…

Leggi tutto

Inserito in Comunicati, Partiti e StatoCommenti (3)

La Rai rischia la fine di Alitalia. Privatizzarla subito – AUDIO


- “La Rai va privatizzata prima che faccia la fine di Alitalia.” Così ieri il deputo del Pdl Benedetto Della Vedova, intervistato da Radio Radicale, si esprime sulla situazione della concessionaria del servizio pubblico, dopo le polemiche per l’uscita dei canali Rai Sat dalla piattaforma Sky. Leggi tutto

 
icon for podpress   Audio intervista - Licenza CC 2.5 Ita di Radioradicale.it [6:50m]: Play Now | Play in Popup | Download

Inserito in Archivio Multimedia, Economia e mercatoCommenti (2)

La decisione su Rai Sat danneggia la Rai, non Sky


Privatizzazione via maestra per uscire da contraddizioni Viale Mazzini

Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, deputato del Pdl

Anche la vicenda Rai Sat dimostra in quante contraddizioni sia destinata a cadere una Rai che voglia sempre giocare due parti in commedia sul mercato televisivo: a giorni alterni, quella del “servizio pubblico” e quella del “competitor privato”.
La scelta di Viale Mazzini su Rai Sat è incomprensibile per due ragioni.
In primo luogo perché un’azienda pubblica finanziata per via fiscale fa una cosa assai sbagliata a rifiutare un’offerta non in cambio di una migliore, ma di nulla. In secondo luogo perché su quello che appare il cuore della contesa Rai-Sky (la trasmissione del segnale delle reti generaliste: Rai 1, Rai 2 e Rai 3), il concessionario pubblico non può chiedere di essere pagato due volte: con il canone, da tutti, e, in seconda battuta, dagli abbonati delle piattaforme su cui, per obbligo contrattuale, la Rai deve trasmettere i propri canali in chiaro. Gli abbonati Sky sono anch’essi, a tutti gli effetti, abbonati Rai.
Alla fine, questa decisione danneggerà la Rai, non Sky. La Rai non ha trovato un acquirente altrettanto generoso per Rai Sat, mentre non penso che Sky perderà abbonati per l’uscita della controllata Rai.
Le letture complottistiche del Senatore Zanda, che vede nella decisione della Rai su Rai Sat un disegno pro Mediaset, appaiono invece del tutto sconnesse. Dalle contraddizioni non si esce ricorrendo all’ideologia del “pubblico” contro il “privato”, o della Rai contro Mediaset, che ha giustificato una politica di sistematica occupazione della Rai da parte della sinistra.
Si esce per la via esattamente opposta, quella di una privatizzazione che autorizzi anche la Rai ad agire come operatore di mercato, senza essere però continuamente sussidiata dai contribuenti. Ma occorre farlo prima di assistere ad un nuovo caso Alitalia.

Inserito in Comunicati, Economia e mercatoCommenti (0)

Rai Sat scende da Sky e sale sul satellite di casa. A caro prezzo – AUDIO


La Rai decide di rifiutare un’offerta Sky di 50 milioni l’anno, e introiti pubblicitari per 7, per regalare i canali Rai Sat (Extra, Premium, Cinema, Smash Girls e Yo Yo) ad una piattaforma satellitare “fatta in casa”, controllata in condominio con i concorrenti di Mediaset. Così un osservatore malizioso e non particolarmente “Rai-friendly” potrebbe riassumere la vicenda che ha visto uscire Rai Sat dalla piattaforma Sky ed entrare contestualmente sul mercato televisivo la piattaforma satellitare Tivù Sat, con 22 canali Leggi tutto

 
icon for podpress   Audio intervista Palma - Licenza CC 2.5 Ita di Radioradicale.it [7:15m]: Play Now | Play in Popup | Download

Inserito in Archivio Multimedia, Comunicati, Economia e mercatoCommenti (18)

La Rai, la censura e il confine tra il diritto e l’arbitrio


- Quando possiamo correttamente affermare che un film è stato censurato dalla RAI?
Questo problema di proprietà di linguaggio è aleggiato più volte nel corso di un interessante convegno: “Realtà & Finzione: liberi di raccontare?”, tenutosi la settimana scorsa, nell’ambito del Roma Fiction Fest (e più precisamente nella sezione “Factual”, curata da Serafino Murri, moderatore dello stesso convegno).
La discussione si è appuntata, fra gli altri, sui seguenti due casi:

1) Al regista televisivo Alberto d’Onofrio fu commissionata da Rai Due, alla fine degli anni Novanta, una serie di documentari sui locali notturni in alcune delle maggiori città del mondo. Dopo due anni di lavoro, la serie era pronta. Nel frattempo, però, era cambiato il direttore di Rai Due. Il nuovo, Francesco Pinto, vede i documentari; non gli piacciono per varie ragioni (riprova, fra l’altro, certi infermieri di giorno che appaiono travestiti la notte…); e decide di non mandare in onda la serie.

2) Due giovani registi italiani, Luca Ballino e Silvia Luzi, girano in Venezuela un documentario sul presidente Hugo Chavez.  Il film, dopo aver partecipato a vari festival, è acquistato dalla RAI. Già inserito nei palinsesti, all’ultimo momento non viene mandato in onda. Agli autori non viene fornita nessuna spiegazione.

In tutti e due i casi, i registi ritengono di essere stati censurati. Ma nel corso del convegno, è stata loro contrapposta una serie di obiezioni. Un capostruttura Rai, Piero Corsini ha grosso modo detto a D’Onofrio: “Cosa c’entra la censura? Cambiando il direttore di Rai Due è venuto meno il committente del tuo lavoro. Il nuovo direttore aveva tutto il diritto di non apprezzarlo e di non mandarlo in onda”.
Agli altri due registi è stato risposto che il contratto con cui la Rai ha acquistato il loro film non prevedeva l’obbligo della messa in onda. Dunque, con che diritto protestano? Insomma: la RAI con i film che acquista e che produce avrebbe tutto il diritto di fare tutto quello che le pare. Mentre le accuse di censura presuppongono un “diritto a essere mandati in onda”, che in effetti il regista non ha.

Mi viene però da obiettare: ma il direttore di una rete della RAI è forse un principe rinascimentale che finanzia o boccia opere d’arte a proprio indiscutibile arbitrio, anche quando sono state commissionate dal suo predecessore? O non è forse il funzionario di un’azienda pubblica? Acquistare per l’archivio e non per la messa in onda non è uno sperpero di denaro pubblico? La decisione di non mandare in onda un prodotto acquistato non dovrebbe basarsi su ragioni chiare e trasparenti, pubbliche, nel caso della Rai, come dovrebbero essere quelle che hanno portato al suo acquisto? E in particolare, le considerazioni che portano a non mandare in onda un prodotto “sconveniente” non sono ispirate a quella “pruderie” tipica della censura italiana?
Al termine del convegno, sono giunto in cuor mio a questa conclusione provvisoria: si ha censura quando un film, una fiction o un documentario non vengono ritenuti mal fatti, privi qualità professionale; ma non vengono messi in onda perché i loro contenuti sono ritenuti disturbanti o “sbagliati”. E invece di lasciarli alla valutazione del pubblico o di immetterli nel libero dibattito delle idee, si preferisce sopprimerli alla fonte.

Caro Gianfranco,
mi permetto una chiosa. Ovviamente condivido, in termini teorici, la tua distinzione. E credo anch’io che esista una grande differenza tra un editore privato, che usa i suoi soldi, e il funzionario di un editore pubblico, che usa i nostri.
Temo però che il tentativo di dimostrare una censura, laddove non sia disposta con un uso evidente della violenza e di un potere arbitrario, sia quasi sempre impossibile e richieda una “prova diabolica”. Non potrai mai dimostrare che un funzionario Rai ha “archiviato” un documentario perché scandalizzato dai suoi protagonisti trans, piuttosto che amareggiato dal suo scarso valore televisivo. Dovresti prima dimostrare (guardando nella sua capoccia) quali sono i suoi schemi morali o estetici; se anche coerentemente te li confessasse, tu potresti eccepire che si tratta di convinzioni ostentatamente esibite per dissimularne di contrarie, ma allora dovresti forzare lo scrigno interiore dove il presunto censore custodisce la verità…e così all’infinito.

Quindi la mia conclusione, altrettanto provvisoria, ma un po’ più radicale della tua è la seguente: la Rai esercita come editore culturale un indiscutibile monopsonio su di una serie di prodotti. I fornitori fanno la fila dall’acquirente unico e o mangiano la sua minestra o si buttano dalla finestra. E questo meccanismo scatta comunque, con una Rai di destra o di sinistra, codina o anticonformista, democristiana o “pluralista”. Il funzionario Rai si comporta da mecenate rinascimentale perché, in termini di mercato, di fatto lo è. Dunque ben vengano le discussioni sulle censure Rai. Ma il problema non è la censura: è proprio la Rai.

Carmelo Palma

Inserito in Diritto e giustizia, Economia e mercatoCommenti (2)

La Rai fa fuori Vauro. Comprensibile, ma sbagliato.


- Conoscevamo Vauro come un vignettista di buon talento e di pessimo gusto e avevamo imparato a diffidarne (non diciamo a disprezzarlo) per il modo in cui nel 2006 aveva attaccato i vignettisti danesi, colpevoli di avere scherzato troppo pesantemente con Maometto e di essersi così schierati, con le loro “vignette di guerra”, dalla parte dell’invasore occidentale. In quelle vignette di “cattivo gusto” il noto vignettista vedeva una volontà di “far male, di umiliare”. E quindi non trovava di meglio che sputare (metaforicamente) in faccia a colleghi finiti nel mirino degli estremisti islamici. Leggi tutto

Inserito in Diritto e giustiziaCommenti (20)



Click Here


You Tube

Altri video -- Multimedia -- Podcast -- iTunes
Entra nella Community Clicca su FConnect


Ultimi visitatori registrati
Rassegna stampa Archivio RL Archivio Generazione