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Le fiamme lambiscono Putin: i russi s’interrogano sull’inefficienza del governo


- Quando in Italia va in fiamme una foresta in Sardegna, in Calabria o in Sicilia, come accade spesso, è subito polemica. In Russia non sta andando a fuoco “una foresta”. Sta bruciando un continente intero. Il danno economico inflitto dagli incendi di agosto in Russia è stimato sui 15 miliardi di dollari. I morti sono già 50. I senzatetto si contano a migliaia. Eppure sia il premier Vladimir Putin che il presidente Dmitri Medvedev usano l’emergenza nazionale per farsi propaganda, come uomini indispensabili per risolvere la crisi. Leggi tutto

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Tra Russia e USA non è (ancora) crisi diplomatica, ma la spy story non è (ancora) finita


- Dieci presunti agenti russi arrestati negli Stati Uniti. Un undicesimo ricercato a Cipro. Sono storie da Guerra Fredda, anche se il confronto Usa-Urss è finito ormai da un ventennio. Le spie, vere o presunte, non operano da sole, non sono un’eccezione, secondo l’ex colonnello del Kgb Oleg Gordievskij (fuggito dall’Urss nel 1985 e consultato come uno dei massimi esperti di storia del servizio segreto sovietico e post-sovietico): negli Usa ve ne sarebbero almeno 400, dei quali 60 “illegali”, privi di copertura diplomatica, come i sospetti su cui l’Fbi ha messo le mani.

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Geopolitica putiniana – AUDIO


- Non ha destato allarme l’incontro semi-formale a Milano tra Berlusconi e Putin, ma gli accordi che rilanciano la cooperazione italo-russa sul fronte energetico sono stati segnalati dalla stampa internazionale come notizia degna di interesse.

L’agenzia moscovita Itar-Tass pubblica un resoconto del contenuto degli accordi sottoscritti dai due governi (protocolli di intesa controfirmati dal Ministro Gelmini e dal Vice ministro russo alla Istruzione e Ricerca Sergei Mazurenko), sottolineando poi la natura operativa della partnership tra Enel ed Inter Rao Ues per la costruzione del reattore termonucleare Ignitor presso la centrale russa di Kaliningrad. Leggi tutto

 

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Vladimir Putin, visiting professor


Due mesi fa, commentando un appello rivolto da alcuni dei maggiori dissidenti sovietici ancora in vita ai leader di governo europei, avevamo agevolmente previsto che l’allarme per l’evoluzione della “democrazia” russa sarebbe stato accolto da un silenzio negligente, neppure imbarazzato o infastidito. Leggi tutto

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Russia e Stati Uniti, antiterrorismi a confronto. E non c’è paragone


- Gli Stati Uniti stanno vincendo la guerra al terrorismo: non c’è stato alcun nuovo attentato sul suolo americano dopo quello dell’11 settembre 2001. La Russia sta perdendo la guerra al terrorismo: dopo 11 anni di operazioni militari, negli ultimi sette giorni sono stati compiuti sanguinosi attentati a Mosca, in Daghestan e in Inguscezia. Quasi dieci anni di guerra al terrorismo negli Usa non sono serviti a fermare del tutto la minaccia (sono almeno 20 i tentativi falliti di compiere attentati contro gli americani, compresa la bomba sul volo per Detroit lo scorso Natale), ma almeno hanno creato un sistema di difesa sufficiente a proteggere, sinora, le vite degli americani dai ripetuti assalti di Al Qaeda. Quasi undici anni di guerra al terrorismo in Russia, invece, non hanno reso più sicura la vita dei cittadini russi di fronte all’aggressione dell’Emirato del Caucaso. Leggi tutto

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Dagli abissi della storia sovietica, un appello agli amici europei di Putin


- Ieri Repubblica ha pubblicato un appello rivolto ai leader politici europei che “annunciano con orgoglio una nuova era di cooperazione con la Russia”. In primo luogo il Presidente del Consiglio italiano Berlusconi e il Presidente francese Sarkozy.

E’ un testo disperato, sottoscritto da una serie di oppositori senza peso né seguito reale nella politica russa e da alcuni tra i più prestigiosi dissidenti dell’era Breznev ancora in vita (Elena Bonner-Sakharov, Vladimir Boukovsky, Leonid Plyushch e pochi altri), che denunciano il nuovo incubo sovietico di una Russia non più comunista  e registrano come nelle capitali europee gli amici più cari di Vladimir Putin non siano le quinte colonne del nazionalismo russo o, come accadeva per i partiti comunisti dell’Europa atlantica, i “dipendenti esteri” del potere moscovita, ma leader politici di fede occidentale e di storia liberale. Un incubo nell’incubo, insomma. Leggi tutto

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Medvedev e Putin, good cop/bad cop


- Saranno anche cambiate molte cose a Mosca dai tempi dell’Unione Sovietica, ma non per questo è diventato più facile comprendere le dinamiche del potere all’interno del Cremlino.

La suscettibilità e l’ira nei confronti di chi, fuori dal palazzo, contesta le scelte di governo è quella di sempre: prigione o peggio per giornalisti troppo indipendenti, avvocati testardi, imprenditori arrembanti.

Come collocare allora la nonchalance con la quale Medvedev e Putin esibiscono la loro diversità? In democrazie parlamentari più stagionate, con una stampa vigorosa a soffiare sul fuoco, basterebbe molto meno per insinuare il dubbio sull’intesa tra Presidente e Primo Ministro. Nel tono e nella sostanza, per come difendono il proprio operato e rivendicano per il presente e per futuro le rispettive priorità, sembrano infatti voler prendere le distanze.

Medevedv, maestro dell’autocritica costruttiva, e fautore di una modernizzazione un po’ paternalistica e un po’ mercatista, non ha esitato a prendersela con le compagnie di stato – tutte legate alla catena di potere putiniano – e con l’eccessiva dipendenza dell’economia e dei bilanci pubblici dalle risorse naturali e dal prezzo del petrolio; ha bacchettato il partito ‘Russia Unita’, cui in teoria appartiene, per il modo in cui vince le elezioni (non sempre, diciamo, all’insegna della limpida correttezza democratica); ha deplorato le sentenze di assoluzione nel processo sul assassinio di Anna Politovskaya e ha ammesso che i giornalisti aggrediti ed uccisi dovevano essere meglio protetti dallo Stato.

Putin, guardiano di un patriottismo auto-assolutorio, anche quando deplora l’uccisione di Anna Politovskaya, non riesce a farlo senza sminuirne il ruolo; non ha difficoltà a definire il crollo dell’Impero sovietico come la peggiore tragedia geopolitica del 20° secolo, e anche a Stalin, ricordandone l’eredità, riconosce i dovuti meriti.

Insieme Medvedev e Putin offrono un’idea più plurale e un’immagine più rassicurante del gigante russo. Sembrano giocare al “poliziotto buono” e al “poliziotto cattivo”, che confondono e fiaccano la resistenza dei criminali alternando comportamenti opposti e imprevedibili. Oggi sono l’uno alla presidenza e l’altro a capo dell’esecutivo, domani probabilmente si ripresenteranno a ruoli invertiti, come era già avvenuto in passato. La loro intercambiabilità sostituisce il meccanismo dell’alternanza politica: come il Politburo sovietico prendeva decisioni solo all’unanimità, all’insegna di un consenso popolare monoclasse, la diversità orchestrata tra presidente e premier conferma il principio che il bene della Russia passa comunque per il non-dissenso interno.

E i risultati ci sono: l’allargamento Ue e Nato ad Est è stato rallentato; la Cecenia è ridotta a un buco nero della storia, del diritto e dell’umanità; il tracciato di gasdotti verso l’Unione Europea segna la capitolazione dei disegni atlantici e dei paesi “infedeli”; l’amministrazione USA ha rinunciato allo scudo missilistico e alle basi in Polonia e Repubblica Ceca; Abkazia e Ossezia del Sud sono divenuti due protettorati russi e a tutti va benissimo così.

Puntare troppo sulle divisioni tra Medvedev e Putin potrebbe essere azzardato. Con la pax americana di nuova generazione, è cambiata la musica. Il bushiano guardarsi negli occhi per capire con chi si aveva a che fare a Mosca ha fatto il suo tempo, che andava bene quando regnava la dottrina dell’attacco preventivo. Nell’era dell’obamiano “si parla con tutti, tanto più se non ci vado d’accordo”, bisogna restare sciolti, agili e meno prevenuti possibile, finchè l’altro è pronto a sedersi ad un tavolo. Se c’è un paese con il quale l’Europa imposta da sempre i rapporti giocando di sponda con l’America è la Russia.

Se gli Americani fanno proprio l’europeizzante soft-power del dialogo, il gioco di squadra passa per la capacità di giocare anche a ruoli invertiti. L’Europa aiutando se stessa aiuterà la Russia a diventare un paese normale. Le occasioni non mancano. Fare in modo che i paesi ex-satelliti diventino a loro volta paesi normali è un buon inizio. E la loro normalità passa dall’ammissione ai vari club che ne assicurano l’ancoraggio ad occidente (i paesi balcanici nella zona Euro, l’Ucraina nell’Unione Europea, la Georgia nella Nato). La Russia a sua volta, anche per le conseguenze della crisi finanziaria, sempre meno può nascondere quanto le faccia gola l’ingresso nel WTO.

Facendo gioco di squadra, USA e UE possono ottenere molto per se stessi, la Russia e gli ex-satelliti. Se USA-UE imparano anche l’arte del good cop/bad cop, allora ci sarà del nuovo, non solo sul fronte dell’Est.

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Bielorussia, benvenuti nell’ultima dittatura europea


- E’ difficile trovare la Bielorussia quando la si cerca in tutti gli indici della libertà. Bisogna scorrerli, andare a leggere in fondo, poi ancora più giù e scendere ancora ai margini della pagina. E allora, forse, la si trova. Freedom House, che misura la libertà politica e civile la segna in viola (Paese non libero) sulla mappa d’Europa. E’ purtroppo l’unica macchia di questo colore nel nostro continente. Quando Condoleezza Rice la definiva “avamposto della tirannia” non aveva tutti i torti. La repubblica ex sovietica è la 167ma su 180 Paesi analizzati nell’Index of Economic Freedom redatto da Wall Street Journal e Heritage Foundation. E’ invece 179ma nell’indice di corruzione percepita di Transparency International. Leggi tutto

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Glucksmann rilegge da par suo una storia che non è finita nel 1989


Nel suo articolo pubblicato quest’oggi sul Corriere della Sera André Glucksmann rilegge con intelligenza onesta i venti anni di storia europea successivi alla caduta del Muro. Una storia che non è finita, che non è sempre andata nel verso giusto e, a partire dalla ex Jugoslavia di Milosevic per arrivare alla Russia di Putin, è spesso andata dalla parte sbagliata.

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Un anno fa, la Georgia. La guerra “sovietica” di Putin, contro il vicino filo-Nato


- C’è da chiedersi che cosa sia rimasto della guerra in Georgia, combattuta esattamente un anno fa.
I russi hanno appoggiato la secessione di una piccola regione con 70mila abitanti (l’Ossezia del Sud) e di un’altra regione un po’ più grande con 215mila abitanti (l’Abkhazia). Leggi tutto

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La versione di Saakasvili – VIDEO


- “Io vi parlo di libertà” (l’alingua 319, Spirali) è il libro che Mikheil Saakasvili, giovane presidente della Georgia, ha presentato qualche giorno fa a Roma. Il volume nasce da un dialogo del leader della Rivoluzione delle Rose con Raphael Glucksmann e punta ad offrire una chiave di lettura diversa della crisi russo-georgiana dell’agosto scorso, oltre a presentare al mondo la figura di un uomo intriso di valori occidentali. Leggi tutto

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Olimpiadi in salsa putiniana, la denuncia di Kasparov


Duro attacco a Putin da parte di Garry Kasparov, leader della coalizione L’altra Russia, sulle pagine del Wall Street Journal di ieri. Sebbene sia “di moda parlare di cambiamento e liberalizzazione in Russia sotto il presidente Dmitry Medvedev”, secondo l’ex campione di scacchi l’agenda del governo Putin (Kasparav definisce così l’esecutivo, trattando Medvedev da comprimario consapevole dell’azione dell’attuale primo ministro) resterebbe ispirata all’oppressione politica e al “saccheggio”. E intatta sarebbe la volontà di zar Vladimir di piazzare i propri uomini nei posti chiave con ogni mezzo possibile. Leggi tutto

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