- I giornali online ci stanno già facendo i titoli, ma il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, nella relazione annuale al parlamento sullo stato della concorrenza in Italia, non si è limitato a dirsi favorevole a modifiche costituzionali per favorire la libertà d’impresa. Catricalà ha ricordato che la scadenza annuale di presentazione della cosiddetta “legge sulla concorrenza” è trascorsa ma di quella legge continua a non esservi traccia. Giova quindi riepilogare lo stato dell’arte sulla concorrenza in questo paese, e non è un bel vedere.
- Da Il Foglio di giovedì 10 giugno 2010 – Al direttore, dai miei esordi politici radicali, ho sempre denunciato il carattere cattosocialista della nostra Costituzione, sostenendo la necessità di modificarne la prima parte in chiave liberale, quando era tabù (si discuteva sempre e solo di modificare la forma di governo e l’organizzazione della giustizia). Figuriamoci se non sono felice di questo ritorno di fiamma liberista del PdL proprio a partire dal piano nobile della revisione costituzionale, anche ieri invocata dal Cav. con grande determinazione. Ma i nuovi principi costituzionali saranno per la prossima legislatura, mentre per una svolta liberista che serva nelle temperie di crisi in cui ora ci arrabattiamo è bene che, giù nelle cucine, si prenda sul serio la svolta liberale anche “a Costituzione vigente”, come avete ben scritto sul vostro Foglio. Leggi tutto
- da Il Secolo d’Italia di martedì 8 giugno 2010 – Il Presidente del Consiglio ed il Ministro per l’Economia hanno sorpreso tutti rimettendo al centro della proposta politica del centrodestra la “rivoluzione liberale”. Bene: chi aveva dubitato che dalle corde del PdL fossero scomparsi la libertà di impresa, il mercato e la concorrenza come fattore decisivo per assicurare il massimo di vitalità all’economia italiana, come abbiamo sempre pensato, può tirare un sospiro di sollievo. Leggi tutto
- Il ministro dell’Economia ed il premier nei giorni scorsi hanno lanciato l’ipotesi di una profonda liberalizzazione dei regimi autorizzativi alla creazione e gestione d’impresa, da attuarsi addirittura (ed incomprensibilmente) con un intervento sulla prima parte della Costituzione, segnatamente l’articolo 41. Pare proprio che, di rodomontata in rodomontata, l’esito sia destinato a non variare. Vediamo il perché.
- Se c’era un dubbio, uno solo, anche minimo, su quale fosse l’idea di riforma delle professioni frullante nella testa di Alfano, oggi, dopo gli Stati Generali di giovedì (e qualcuno mi trattenga dal paragonarli ad una Camera molto in voga una settantina di anni fa), non c’è più.
C’erano venti ordini professionali, riuniti al ministero della Giustizia, per tracciare le linee programmatiche di quella che sarà la futura e futuribile ( chissà se hanno pensato a farla pure “futurista”) riforma delle professioni. Leggi tutto
- Che il centrodestra berlusconiano diventi il paladino di una improbabile guerra ai centri commerciali sarebbe un bel paradosso. Non il solo, forse, ma sicuramente interessante.
Il presidente di Federstrade, un’associazione di Commercianti romani, ha definito i centri commerciali – così abbiamo letto – “il male assoluto”. Fin qui nulla da dire, ognuno fa il suo mestiere e difende legittimamente i propri interessi costituiti: i commercianti come i taxisti, i farmacisti come i notai. Ciò che invece non è scontato è che il sindaco di Roma Gianni Alemanno si sia messo sulla medesima lunghezza d’onda. Leggi tutto
Durante la puntata di Annozero dell’8 aprile scorso, il vicepresidente di Libertiamo, Piercamillo Falasca, ha sottolineato come il giusto approccio “rigorista” del ministro Tremonti all’economia italiana possa risultare deleterio per la crescita, se non si accompagna a riforme e liberalizzazioni nello spirito costitutivo del PdL.
- L’altra faccia del “mal di concorrenza” che affligge il Paese è il grave gap di libertà economica che regolarmente viene registrato nelle classifiche internazionali. L’ultima è contenuta nella ricerca curata dall’Istituto Bruno Leoni e resa nota l’8 aprile. Per l’Italia si tratta di un dato eclatante.
Risultiamo infatti al 27 posto per quella che viene definita “libertà di intrapresa” tra i 25 paesi dell’Unione europea. Rispetto ad un punteggio massimo di 100, l’Italia consegue un misero 35, 16 punti al di sotto della Romania e 23 punti al di sotto della Bulgaria. L’economia italiana è pertanto meno libera di quella dei paesi dell’ex blocco comunista ed è distanziata di 40 posizioni dall’Irlanda, prima in classifica con 74 punti, seguita dalla Danimarca e dal Regno Unito.
Tale pesante gap di libertà di intrapresa ha gravi effetti sulla crescita: tra il 2000 e il 2009 siamo cresciuti sempre di un punto in meno rispetto alla media della U.E. a 27, noi + 0,6 gli altri + 1,6. Fatto 100 il P.I.L. italiano all’inizio del 2000, l’Italia ha chiuso il 2009 con un P.I.L. a 106, l’Europa a 117.
Ma vale la pena allungare lo sguardo ai fattori principali che fungono da fardelli per la libertà economica. Il più pesante è quello della “regolazione”, cioè l’inflazione normativa e il numero enorme di adempimenti burocratici richiesti alle imprese. Il punteggio assegnato per questo fattore al nostro Paese è un misero 18 su 100. Anche il sistema fiscale ci trascina verso il basso nella graduatoria, con un punteggio di 31, così come il grado di ospitalità per le imprese, che raggiunge uno score di 37. L’unico fattore che contribuisce a tenere meno basso il punteggio di sintesi è il mercato del lavoro, che consegue uno score di 48.
Siamo pertanto il Paese meno libero d’Europa, pur essendo guidato da una classe politica in cui quasi tutti si dicono liberali, e con un Presidente del Consiglio che, da sempre, promette la “rivoluzione liberale”. Ad incidere non poco in questo senso è la pressione fiscale: l’aliquota marginale sul reddito di impresa è del 33 per cento, contro una media europea del 23,5. Per gli individui l’aliquota massima è del 43 per cento, a fronte del 35,7 per cento medio nella Unione europea.
In sintesi, dalla ricerca emerge quella che dovrebbe essere l’agenda per il Governo e per il Parlamento da qui ai prossimi anni, ma purtroppo sembra che secondo la classe politica le priorità siano ben altre.
Nella Gazzetta Ufficiale di ieri è stata data notizia della richiesta di referendum popolare per abrogare le norme che dispongono la liberalizzazione dei servizi pubblici.
Netta la contrarietà al referendum di Confcontribuenti. Per Diego Menegon, Direttore dell’Ufficio Legislativo, “è una follia sfidare le regole della concorrenza, decise dal diritto comunitario, per accarezzare derive demagogiche e riconsegnare al clientelismo politico la gestione dei servizi pubblici. I contribuenti oggi pagano due volte servizi come quello idrico: come utenti, attraverso le tariffe, e come contribuenti, con l’imposizione fiscale, per appianare i buchi di bilancio che l’inefficienza degli amministratori pubblici crea. La strada da perseguire è dettare regole certe perché il mercato e i privati eroghino a tutti servizi di qualità”.
- Ora che ci siamo lasciati alle spalle (molto più rapidamente che in passato) l’ennesima suggestione di una riduzione della pressione fiscale, è opportuno compiere alcune riflessioni su questo tema carsico, che ipnotizza gli italiani da ormai oltre un quindicennio. Il dato ormai acquisito è che questa maggioranza di centrodestra non ha il “coraggio” per procedere alle riforme di cui il paese necessita, preferendo di gran lunga la gestione di una quotidianità fatta di interventi al margine, come quello assolutamente necessitato (nel breve termine) dell’estensione della cassa integrazione, presentati come epocali e determinanti per la sopravvivenza del paese.
- Dell’intervista di Renato Brunetta a Fausto Carioti è rimasto l’abituale frastuono delle ondate di sdegno, questa volta contro l’affermazione del ministro riguardo l’articolo 1 della Costituzione. A noi non è chiaro perché la frase “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” non significhi nulla. Il significato resta, una volta attualizzato nel senso di sfrondarlo della connotazione classista che poteva originariamente avere. “Lavoro” è quello dei dipendenti, degli autonomi, dei professionisti, degli imprenditori. L’articolo 1 è, o dovrebbe essere, una sorta di “vetrina” della Carta.
- La rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro, pubblicata dall’Istat lo scorso 17 dicembre, ha evidenziato che nel terzo trimestre il numero di occupati si è ridotto su base annua di 508.000 unità, il 2,2 per cento, con un calo destagionalizzato dello 0,5 per cento sul secondo trimestre. In occasione della pubblicazione dei dati trimestrali, Istat ha rivisto anche la stima mensile del dato di disoccupazione, portandola dall’8 all’8,2 per cento. Come spesso accade ad ogni pubblicazione di questo dato, abbiamo assistito all’abituale rincorsa alla dichiarazione da parte di ministri ed esponenti della maggioranza, per i quali il tasso di disoccupazione italiano sarebbe conferma della migliore condizione della nostra economia rispetto a quella dei paesi con i quali ci confrontiamo. Una lettura più attenta del comunicato Istat, oltre che della serie storica relativa alle forze di lavoro avrebbe evitato manifestazioni di autocompiacimento che sono in larga misura fuori luogo.
Sarebbe molto meglio, invece, introdurre i patti pre-matrimoniali, in modo da prevedere di regolare i futuri conflitti economici in presenza o in assenza di prole.
Bé, io sono di destra e questa legge come é ora e come sarà modificata, non l’apprezzo per niente. Io l’ho vista qui in Canada dove é applicata da molto tempo prima che in Italia e non mi é piaciuto per niente vedere questi ragazzini con la valigia sempre pronta.
Si fanno certe leggi per copiare altri Paesi che hanno altri modi di vivere la famiglia e si fanno anche per sanare dei soprusi che in fondo sono una minoranza.
Con l’affido condiviso aumentano vertiginosamente i conflitti tra i genitori che sono chiamati ad un giudizio e un senso di responsabilità che sovente non hanno.
Molto meglio una situazione chiara: si’ alla bigenorialità nel senso di importanti decisioni prese in comune, ma un solo coniuge affidatario. Una casa che resta la casa famigliare e meno controlli da parte dei gelosi ex mariti.
Una domanda semplicissima: se ci fosse stato un governo di centrosinistra e fosse arrivato quel pagliaccio di Gheddafi a dire quello che ha detto, le grancasse berlusconiane quanto avrebbero sparato? Ci avrebbero campato per tre mesi, un pò come ogni scippo da parte di un rumeno, che faceva urlare alla tolleranza zero.
Maglietta può andar fiero di quello che ha fatto e delle prospettive di successo che si aprono riguardo a ciò che sta facendo.
Egli ha fondato la sua azione sempre premettendo che essa è sganciata da ogni rivendicazione di Genere. Vi ha sempre anteposto l’interesse dei minori unito alla necessità di mantenere l’equilibrio dei poteri e delle facoltà dei due genitori anche post separazione.
Pare che a suo tempo abbia affermato esplicitamente, sia pure sottovoce, che si teneva lontanissmo dal nascente movimento maschile perché il solo sospetto che avesse dei rapporti con esso sarebbe stato fatale per la sua azione. Analisi esatta.
In questa intervista non ha fatto altro che confermare la linea – vincente – cui si è attenuto sin qui: nulla a che vedere con il movimento maschile (peraltro ancor oggi debole e ignoto, ma non più come 10 anni fa).
In lui però questa estraneità non è una posizione strumentale, una questione di tattica, ma davvero un convincimento. E’ la sua posizione di cui non resta che prendere atto.
Ne prendo però spunto per esporre la seguente segnalazione, che è anche un “avviso ai naviganti”.
1- La problematica dei padri separati – oggi parte integrante della questione maschile – è una delle più importanti perché è una tragedia di vastità e profondità enormi. Unica tra le tematiche del conflitto tra i sessi, ha però la potenzialità di venir progressivamente ridotta a livelli socialmente tollerabili e forse, lentamente, di venire sostanzialmente risolta.
2- Quando si sarà raggiunto quell’obiettivo parrà che il più sia fatto. Le lacerazioni e le tragedie dei padri separati saranno evitate (o almeno lenite o messe in sordina) e la più perspicua, visibile, delle emergenze del conflitto F/M, la sola di cui una certa parte dell’opinione pubblica abbia conoscenza e coscienza, sarà silenziata. Sterilizzata.
3- Ma la questione maschile è ben altro e va ben oltre la reintegrazione del padre separato nei rapporti con i figli.
Si tratta di una questione di radicalità e vastità esterme, il cui carattere sovversivo (o eversivo, a seconda dei punti di vista) oggi può essere prefigurato solo con grande difficoltà. O negato.
Lo segnalo per mettere in luce i meriti della scelta intelligente di Maglietta e al tempo stesso i limiti di una visione che è tanto vincente nella contingenza, nel presente, quanto sterile nel lungo termine. Insomma: si ottiene qualcosa a patto di prendere le distanze dalla QM. C’è di che riflettere.
Ciò detto, ringrazio l’amico Marco dell’ospitalità e mi congedo con un caloroso saluto.
Non mi riferivo affatto alla contingenza politica. Tutt’altro. Citavo la riforma Castelli primo perché la conosco bene e andava ad agire molto efficacemente sugli aspetti disciplinari riguardanti i magistrati con il potenziamento dei Consigli giudiziari presso le Corti d’Appello e l’innovativa istituzione del Consiglio direttivo di Cassazione, oltre a rendere obbligatoria l’azione disciplinare nei confronti del magistrato anziché discrezionale. Cosa che mette ben evidenza la falsità dell’associazione a delinquere e di stampo mafioso che è l’ANM (secondo le parole di Cossiga) che al contrario si batte strenuamente a favore della falsa obbligatorietà dell’azione penale. E in secondo luogo perché la storia di quella riforma appartiene alla sistemica dinamica politica italiana, e non alla contingenza politica. E’ la dimostrazione che in Italia non si può parlare di contenuti, visto che il primo atto del governo Prodi (vincitore alle elezioni per lo 0,06%) fu quello di svuotare quella riforma, votata dal Parlamento con un ampia maggioranza. Non è sufficiente per capire che è impossibile riformare la giustizia? La verità è che la magistratura è un potere troppo forte, che neanche il monarca, dittatore e mafioso Berlusconi riesce a riformare. Questo fa sì che di volta in volta questa trovi alleati e sponde nella politica, in pezzi di essa, sempre lieti di mettersi al riparo dal suo braccio armato, ovvero le procure. Difatti nel 2006 era essenziale che Berlusconi perdesse le elezioni e guarda un po’ che cosa è successo per evitare l’esiziale riconferma del Cavaliere: la più grande armata Brancaleone di centro-sinistra della Seconda Repubblica (tanto da esprimere il più corto governo della storia repubblicana); una netta e decisa presa di posizione dei poteri forti con i loro organi di stampa (Corriere della Sera, La Stampa, Il Sole24ore): si ricorderanno i vari Diego Della Valle (che da allora è misteriosamente scomparso) super presenti nella campagna elettorale, e soprattutto l’allora presidentissimo Luca Cordero di Montezemolo che con le sponde politiche – guarda un po’, a volte ritornano – di Casini, Rutelli e Fini spinse da morire contro Berlusconi. Addirittura il Corriere della Sera, il giorno precedente le elezioni, per la prima volta nella sua più che centenaria e liberale storia, ricorse ad uno spudorato endorsement dell’allora direttore Paolo Mieli, che dichiarava esplicitamente di votare la corazzata, pardon coalizione di centrosinistra. E tutti sappiamo da chi è governato il Corriere della Sera. Andiamo, tutti ricordano l’assenza totale di Fini e Casini in quella campagna elettorale. Davvero credete che Fini oggi rivoterebbe la riforma Castelli? Mi piacerebbe poter parlare di contenuti, ma in Italia tali discussioni risultano meri esercizi di stile, se non si ha il coraggio di ammettere che le logiche politiche sono quelle appena enunciate. Vedere i finiani, o futuristi che dir si voglia, orgogliosamente mostrarsi credenti e fedeli alla magistratura, a questa magistratura, cosa rende possibile? La riforma della giustizia? No, è semplicemente un utilizzo strumentale a fini politici, di un’arma, la più affilata delle armi, per combattere il nemico, ovvero Berlusconi. E cosa ancora più grave rappresenta una dichiarazione di asservimento alla magistratura stessa, alimentando così ancor più il sistema malato della giustizia che solo a parole si si afferma di voler riformare. Questo è. E senza dire ciò, spiace dirlo, tutte le belle parole e i buoni propositi dell’articolo (che condivido) risultano essere mera retorica.