TAG "Israele"

‘Il tempo che ci rimane’ di Elia Suleiman: un rancore ‘pietrificato’ contro Israele – AUDIO


- “La letteratura non è un regolamento di conti”. Questa buona massima vale per la letteratura, ma anche per il cinema, e per l’arte in genere. Significa che tra un artista e l’argomento che si propone di affrontare, qualunque esso sia, dovrebbe esserci un rapporto disinteressato; che consenta, se non un distacco contemplativo, almeno uno sguardo sereno ed obiettivo.

Ciò non significa che su certe azioni o su certi personaggi un artista non possa esprimere una condanna anche dura; ma non dovrebbe avvertirsi condizionata dal risentimento personale, dal desiderio di vendetta; dal gusto di ferire l’avversario attraverso la descrizione che se ne dà. Leggi tutto

 
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L’Onda Verde si è fermata oppure no? – AUDIO


 - Ad un anno dalla cosiddetta Rivoluzione Verde, l’Iran è in una situazione molto confusa, in base alla quale si spostano e si ridefiniscono gli equilibri geopolitici del mondo intero.
Le sanzioni approvate dal consiglio di sicurezza dell’ONU sono troppo leggere per poter essere considerate dalla Repubblica Islamica più che “un fazzoletto usato”, qualcosa da buttare nell’immondizia, secondo la definizione di Ahmadinejad.
Il movimento dell’Onda Verde, che si è sentito abbandonato dall’Occidente (più dall’Europa che dagli USA), sopravvive tra mille difficoltà, eterogeneo ma speranzoso, cercando di fare pressione per ottenere riforme in senso laico e democratico.

Queste sono alcune delle conclusioni raggiunte nell’ambito del dibattito “Iran: quali sanzioni a un anno dalla Rivoluzione Verde?”, organizzato da Libertiamo.it e dal quotidiano L’Opinione delle Libertà e moderato da Stefano Magni.

L’articolo dello stesso Magni, già linkato sopra e da lui ripreso nell’introdurre il dibattito, evidenzia come, se da un lato gli USA sono riusciti nello scopo di ottenere il voto favorevole di Russia e Cina, dall’altro, oltre ad aver incassato il “no” di Brasile e Turchia, non hanno prodotto misure convincenti per indurre chi governa l’Iran a cambiare politica estera, a rinunciare agli armamenti nucleari o almeno a rispettare maggiormente i diritti umani.

Carmelo Palma, direttore di Libertiamo.it, ha posto l’interessante questione del “realismo politico”, che in questo caso (come in altri) non può più consistere in una semplice politica di appeasement portata avanti per non guastare le relazioni commerciali, ma deve tener conto degli scenari geopolitici e delle minacce reali.
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Orgoglio e pregiudizio. Al Gay Pride di Madrid gli israeliani non sono graditi


- La notizia, per come è stata riportata dalle agenzie, è secca e dura:

Gli organizzatori del Gay Pride a Madrid hanno ritirato l’invito alla comunità gay israeliana in seguito alle condanne internazionali a Israele per l’attacco alla Freedom Flotilla, il convoglio di navi diretto a Gaza per consegnare aiuti umanitari . Lo riferisce il sito del quotidiano spagnolo ‘El Mundo’ spiegando che per gli organizzatori la presenza della comunità israeliana comprometterebbe la “sicurezza” della manifestazione prevista per luglio. Il gruppo di omosessuali avrebbe dovuto sfilare per la prima volta nelle strade madrilene con un autobus con la scritta “Israeliani ” e ” Tel Aviv”.

I Gay Pride, ovunque nel mondo, non sono manifestazioni in cui si rivendicano diritti, si chiedono politiche, si invocano provvedimenti legislativi. Sono la semplice manifestazione (più che la rivendicazione) del diritto naturale di un omosessuale ad essere tale, e ad esserlo con orgoglio, dignità e leggerezza. Il Gay Pride è un atto di rottura nei confronti di una società che discrimina di fatto, anche laddove non discrimina più di diritto, una straordinaria battaglia culturale che smaschera le contraddizioni di chi è disposto ad “ammettere”, ma non ad “accettare”.

Chissà se gli organizzatori del Gay Pride madrileno si sono resi conto di aver riproposto, nei confronti della comunità gay israeliana, le stesse dinamiche discriminatorie che hanno consentito e consentono ai governi e alle municipalità di molti paesi europei di proibire i Gay Pride: il riferimento all’ordine e alla sicurezza pubblica minacciata dalla presenza degli omosessuali israeliani  è simile a quella a cui i bacchettoni nostrani affidavano la “rispettabilità” della propria opposizione al Gay Pride romano del 2000 e somiglia ancor di più ai divieti che gli omosessuali russi devono sfidare ogni anno, a rischio e a volte al prezzo della propria incolumità.

Chissà se alla comunità gay spagnola è giunta la notizia che Israele è l’unico paese del Medio Oriente in cui è possibile celebrare un Gay Pride, e che quest’anno, pochi giorni fa, i gay palestinesi hanno sfilato insieme agli israeliani per le strade di Tel Aviv . Chissà se si sono chiesti come sia stato possibile. Potrebbero provare a leggere la testimonianza di Munir, un ragazzo palestinese di Gaza che ha trovato in Israele la salvezza da un destino fatto di carcere, violenza, sevizie e persecuzioni di cui è stato vittima e di cui sono vittime gli omosessuali palestinesi nell’era di Hamas.

Munir è stato salvato dai volontari di Aguda, la più grande associazione di gay, lesbiche, bisessuali e transgender israeliana, da anni impegnata per fare ottenere agli omosessuali palestinesi vittime di persecuzioni l’asilo politico in Israele, e oggi si interroga sul significato dell’esclusione degli Israeliani dal Gay Pride spagnolo:

Non capisco come gli spagnoli abbiano potuto rendersi colpevoli di una così grande discriminazione, loro che lottano ogni giorno proprio contro le discriminazioni. Non può che esserci una ragione politica dietro a tutto questo. Perché allora non dicono una sola parola sulle persecuzioni alle quali sono sottoposti i miei fratelli in Palestina? Perché non parlano delle uccisioni dei gay in Iran e nei paesi arabi? Se voleva essere un messaggio di solidarietà al popolo palestinese è il messaggio più sbagliato che potevano concepire, di una stupidità grandiosa, perché gli omosessuali palestinesi devono rifugiarsi in Israele se vogliono sopravvivere.

Tra i tanti spettri che continuano ad aggirarsi per l’Europa, quelli dell’ignoranza, del pregiudizio e della discriminazione sono ancora ben radicati, come sicuramente sanno gli organizzatori del Gay Pride spagnolo. E qualche volta si annidano proprio dove non ti aspetteresti di trovarli.

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Israele e l’eterogenesi dei fini delle politiche di sicurezza


- La realtà dei conflitti armati asimmetrici determina nuovi problemi di carattere operativo e giuridico. Questi ultimi, in particolare, sono molto complessi, in quanto comportano l’adattamento di norme elaborate principalmente sul paradigma della tradizionale guerra e sono aggravati dall’abuso degli strumenti di tutela e garanzia previsti per scopi lato sensu militari (scudi umani, attacchi kamikaze).

In estrema sintesi, il diritto umanitario dei conflitti armati è oggi retto dai principi di:
- necessità militare, che impone di impiegare la forza solo nella quantità necessaria per l’assolvimento della missione, legittimando l’attacco condotto contro un obiettivo militare in presenza di un vantaggio preciso;
- distinzione, per il quale può essere attaccato solo un combattente o un obiettivo militare;
- proporzionalità, che prevede che l’attacco non deve causare effetti collaterali eccessivi rispetto al vantaggio militare diretto e concreto previsto;
- precauzione, si aggiunge a quello di proporzionalità e impone ulteriori doveri complementari alle parti in conflitto, sia per chi pone in essere l’attacco sia per chi lo subisce;
- divieto di alcuni mezzi o metodi di combattimento, tra cui quello di affamare la popolazione civile.
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Per un nuovo Israel day


- Apprezzo la decisione del Governo italiano di non prestare il fianco a quella che, in tutta evidenza, si andava delineando come l’ennesima farsa onusiana: un’inchiesta sulla vicenda dell’abbordaggio della Mavi Marmara sotto regia e sceneggiatura dei nemici di Israele e dei paesi del medioriente e del mondo arabo, tutti, senza eccezioni, accomunati dall’ostilità alla democrazia israeliana e alla democrazia tout court, e disponibili a pronunciare una sentenza già scritta, di dura condanna della “violenza di Stato” sionista. Leggi tutto

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Teoria e pratica del perfetto antisionismo. Condanne a senso unico. Varie ed eventuali


- I fatti dello scorso lunedì, e il clamore che ne è seguito sui mezzi d’informazione, paiono affermare con chiarezza che Israele è nei guai. Ancora una volta ha perso una battaglia mediatica, ancora una volta ha offerto il fianco a critiche che ben di rado sono circoscritte ai singoli eventi (tre notevoli eccezioni, per fortuna) e che più spesso si appuntano, più o meno velatamente, sulla questione del diritto di Israele all’esistenza. Leggi tutto

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Freedom Flotilla: le trappole di Israele e il gioco della Turchia


- Ha ragione il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a esprimere “sgomento e allarme” per il sanguinoso abbordaggio israeliano alle navi dirette a Gaza. È un incidente dalle conseguenze potenzialmente esplosive, consumato sotto gli occhi delle televisioni globali e amplificato in tempo reale dai social network. Leggi tutto

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Una trappola politica e mediatica, in cui purtroppo Israele è caduto


Gli israeliani sparano sui pacifisti: sono almeno 9 i morti, 51 i feriti. Ed è pronta la condanna: il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è riunito in sessione straordinaria e ha richiesto un’inchiesta completa su quanto è avvenuto. Il premier Benjamin Netanyahu, in visita ufficiale a Washington, ha dovuto annullare il suo incontro con il presidente Barack Obama per volare in Israele e gestire la crisi. Ma è mai possibile che gli israeliani sparino su dimostranti, per di più provenienti da Paesi di tutto il mondo, intenti solo a portare (via mare, questa volta) 10mila tonnellate di aiuti umanitari a Gaza?
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Boicottaggi e cerchiobottismi


Coop e Conad interrompono la commercializzazione dei prodotti delle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati.
Messa così, la notizia è piuttosto forte: l’iniziativa, ai pochi che in Italia hanno conservato un barlume di memoria storica non ideologica, può ricordare le leggi razziali di fascista memoria.  La campagna di pressione sulle aziende della grande distribuzione perché smettessero di vendere prodotti della ditta israeliana Agrexco è partita dal sito “Stop Agrexco”, che i nostri lettori, ne siamo certi, non avranno alcuna difficoltà a rintracciare con una breve ricerca: sulla home page, questo risultato viene sobriamente definito “Una prima vittoria per la campagna di boicottaggio (…) contro l’apartheid israeliano”.

In realtà, la Conad si è dissociata, inviando quasi subito una richiesta di rettifica a tutti gli organi di informazione che hanno visto un nesso fra la scomparsa dei prodotti Agrexco dai suoi scaffali e la campagna di boicottaggio: la rettifica è stata pubblicata anche nel sito di cui sopra, ma con molta minor visibilità rispetto ai trionfalismi delle lettere che ringraziano le due catene di supermercati, o alla cosiddetta “prima vittoria”. Leggi tutto

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Breve cronaca dell’affaire ciambellette, tra religione, rapporti internazionali e prezzi calmierati


- Nei giorni precedenti la Pasqua ebraica (Pesach) si è aperta all’interno della Comunità ebraica romana una forte discussione sul tema delle ciambellette kasher le pesach, ovvero conformi secondo le regole pasquali.

Per capire come siano andate le cose è necessario ripercorrere alcune tappe. Per fare le ciambellette è naturalmente necessario l’uso della farina. Il problema sorto è che l’uso della farina nella settimana pasquale implica un’ottima conoscenza delle complicate regole culinarie religiose, al fine di preparare il prodotto senza che questo lieviti. Infatti nell’antico testamento è scritto che nei giorni di Pesach è vietato mangiare cose lievitate. Leggi tutto

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Gerusalemme est: Israele non ‘provoca’, si difende


- Domenica delle Palme: code tranquille di pellegrini cristiani si accalcano attorno alle porte della Gerusalemme antica, ripercorrendo le stesse strade calcate da Gesù Cristo. La scena è idilliaca, la folla dei fedeli è multicolore e multirazziale, come a San Pietro durante l’Angelus. Tutto questo avviene sotto lo sguardo vigile della polizia israeliana. Proviamo a pensare la stessa scena se, al posto dei poliziotti con la divisa blu e la camicia azzurra di Israele, ci fossero i miliziani con la divisa nera e i pantaloni mimetici del partito Hamas… I cristiani avrebbero la stessa libertà e tranquillità? Leggi tutto

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Peres a Biden: espellere l’Iran dalle Nazioni Unite


- L’espulsione dall’ONU dell’Iran, un paese che non essere allo stesso tempo membro delle Nazioni Unite e fare appello alla distruzione di Israele: è quanto propone il presidente dello stato ebraico Shimon Peres al vicepresidente americano Joe Biden, in visita a Gerusalemme.

Sollecitando gli Stati Uniti a “contenere l’Iran” per proteggere Israele “dai missili e dalla minaccia nucleare” posta dal regime, il vecchio leader ha evidenziato come a suo giudizio le ‘sanzioni morali’ a Teheran, tra cui il bando dalle Nazioni Unite, sono tanto importanti quanto le sanzioni economiche. Leggi tutto

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Con Israele, contro l’Iran. Come è lontana l’equidistanza dalemiana


- Il dossier iraniano si è riaperto nei giorni scorsi a seguito della decisione del governo locale di continuare in proprio nel processo di arricchimento dell’uranio fino al 20 per cento e all’assalto alla nostra ambasciata a Teheran. Entrambi gli avvenimenti si inscrivono nella logica intimidatoria e oltranzista propria del regime dispotico e isolazionista iraniano e rispetto ad essi, in posizione mediana, come effetto della prima e causa della seconda, si pone la virata nella politica estera dell’Italia, terzo partner commerciale della Repubblica islamica, primo fra gli europei. Leggi tutto

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Berlusconi ristabilisce ancoraggio democratico della politica italiana in Medio Oriente


Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, deputato del PdL

Le parole usate dal Presidente Berlusconi a sostegno di Israele e contro la minaccia iraniana ristabiscono in modo inequivocabile il fondamento atlantico e democratico della politica estera italiana, che nella scorsa legislatura, proprio nello scenario medio-orientale, aveva  mostrato il più pericoloso sbilanciamento verso le ragioni dei nemici dichiarati e violenti dello Stato ebraico.
Per altro verso, la prospettiva di un ancoraggio europeo della democrazia israeliana apre una prospettiva che, nell’immediato, può apparire utopistica, ma che rappresenterebbe un’evoluzione coerente del processo di unificazione europea e una garanzia forte della vita e della sicurezza dello Stato di Israele.

Roma, 2 febbraio 2010

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