TAG "Islam"

La visita di Gheddafi a Roma è un problema. Sì, ma quale?


 - Inutile fare gli idealisti. Gli affari con la Libia servono. Prima di tutto serve l’energia e la Libia ci fornisce circa il 10% del fabbisogno petrolifero nazionale. Non si può dunque condannare la visita in pompa magna di Gheddafi a Roma, nel nome dei “diritti” contro i “meri interessi economici”. Perché questi interessi sono i nostri, ogni volta su dieci che prendiamo l’auto o accendiamo la luce grazie al petrolio libico.

Il problema è un altro.
Non è quello degli affari Berlusconi-Gheddafi & Co. evidenziato dal quotidiano La Repubblica, rimbalzato su tutti i social network del Paese, ben documentato. Ma è difficile separare gli affari e gli interessi personali dalla politica economica nazionale. Quando a Romano Prodi fu offerta da Putin la presidenza di South Stream non era certo un gesto gratuito. L’ex premier rifiutò, ma l’ex cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder, invece, accettò serenamente la carica di presidente di North Stream e nessuno parlò di svendita della Germania al Cremlino. Il problema, qui, nel caso di Gheddafi, è, ancora, un altro.
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Non solo Ground Zero, l’Islam globale nell’Italia profonda


- La recente controversia sulla cosiddetta “moschea di Ground Zero” offre una importante occasione di riflessione per analizzare anche lo stato dell’arte del dibattito sull’ Islam in Italia ed in Europa.

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Le sventure della Virtù. Obama e il disastro politico sulla moschea a Ground Zero


- Ma hanno davvero ragione Repubblica e Vittorio Zucconi?

Hanno davvero ragione i Furio Colombo ed i Gad Lerner quando esaltano l’affermazione dei principi e la “visione profetica” del presidente americano sul caso della moschea di Ground Zero? Hanno davvero ragione loro, da sempre campioni del politicamente corretto, quando giudicano gli interventi di Obama solo con il metro delle anime belle, del liftato giudizio di buon senso, oppure… Leggi tutto

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Olanda: i liberali al governo, ma con chi? Dipende da Wilders


- Voglia di cambiamento nei Paesi Bassi. Mentre ancora si stanno concludendo le operazioni di spoglio delle schede elettorali (90 per cento dei voti scrutinati), appare chiaro il testa a testa fra i liberali guidati dal 43enne Mark Rutte, che dovrebbero aggiudicarsi 31 seggi, ed i laburisti guidati da Jacob Cohen che dovrebbero invece vedersene assegnare 30.

Il Pvv, il partito guidato da Geert Wilders, che fa delle questioni dell’immigrazione e della lotta all’islamizzazione dell’Olanda il perno della sua piattaforma politica, dovrebbe vedere aumentare i suoi seggi da 9 a 23. Infine, i cristiano-democratici del premier uscente Balkenende subirebbero una sostanziale diminuzione del loro peso politico riuscendo a conquistare solo 21 seggi (ne aveva 41 in precedenza). Leggi tutto

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Dalla Francia, con rigore: uno studio serio spiega come trattare con l’Islam europeo


- Il “burqa” come simbolo di un Islam che assume sempre più non solo consistenza ma anche visibilità nelle società occidentali, e che al loro interno pretende un esplicito riconoscimento, è ormai entrato anche nel dibattito politico italiano.
La discussione attorno al velo integrale (in realtà in Europa noi conosciamo il niqab, proveniente dall’Arabia, poco o per niente il burqa, presente solo in Afghanistan) solleva questioni più generali relative all’integrazione degli immigrati musulmani – di prima o seconda generazione – e mette in gioco i principi che devono reggere la convivenza civile. Leggi tutto

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Ma lo sapete com’è nato questo burqa?


- da Il Secolo d’Italia del 3 febbraio 2010 -

Sulla questione del burqa e del niqab sembra che il Parlamento francese abbia scelto di rompere gli indugi e di proporre una misura – quella del bando al velo integrale negli uffici pubblici – che è coerente con l’ideologia repubblicana e con un modello di integrazione “assimilazionista”.

Il tempo dirà se questa scelta sarà davvero compiuta, se porterà ordine o disordine sul piano civile e se contribuirà ad aggravare il senso di estraneità o a contenere l’ostilità politica delle minoranze islamiche più oltranziste.

Nel 2004 la Francia aveva adottato un provvedimento solo in apparenza simile, che vietava l’ostensione di simboli religiosi (il velo islamico, la kippah ebraica, la croce cristiana…) da parte degli studenti nelle classi scolastiche. In realtà, in quel caso l’obiettivo rispondeva ad un discutibile disegno di pedagogia sociale, per affermare la cittadinanza laica come “spoliazione” dalle simbologie del sacro. Oggi, l’obiettivo sembra essere quello, assai più condivisibile, di impedire che il principio della libertà religiosa arrivi paradossalmente ad autorizzare la discriminazione di genere e la “spoliazione” dell’identità civile delle donne musulmane.

La legge del 2004, che vieta nelle scuole “segni o abbigliamenti attraverso i quali gli alunni manifestino ostensibilmente un’appartenenza religiosa”, può considerarsi una estensione logica della legge che nel 1905 mise al bando i simboli religiosi in tutti gli spazi e luoghi pubblici, a eccezione dei luoghi di culto, dei cimiteri e dei musei. Al contrario, una norma – come quella anti-burqa – che impedisce la “mutilazione simbolica” del corpo e del volto delle donne non attiene alla dimensione del rapporto tra Stato e religioni, ma a quella, ben più generale, della tutela dell’uguaglianza giuridica dei cittadini.

E’ chiaro che in questo caso l’obiettivo di principio deve misurarsi con la natura di una scelta – quella di indossare il burqa o il niqab – che in teoria potrebbe essere rivendicata dalle donne musulmane come volontaria, libera e consapevole. Ed è altrettanto evidente che l’obiezione non può essere contrastata in maniera puramente logica, denunciando la contraddizione, pure evidente, tra la condizione di fatto e la rivendicazione di diritto, tra una libertà religiosa orgogliosamente reclamata e un modello di relazione, familiare e tra i sessi, che ne neghi il presupposto, cioè la libertà civile.

Se può quindi apparire controversa la scelta di vietare per legge il burqa, non è neppure possibile consentire che il sistema della cittadinanza venga disgregato da un uso separatistico di principi universalistici e che il contenitore della libertà religiosa si gonfi del contenuto velenoso della segregazione femminile, sia pure, in teoria, liberamente consentita da donne che in realtà non sono in grado di consentire né di rifiutare liberamente alcunché.

L’errore di un approccio “garantista” è presumere che nell’idea proprietaria del corpo delle donne vi sia uno spazio, ancorché residuale, per la libertà femminile. Vi è un equivoco di fondo nell’interpretazione occidentalistica di questa forma di devozione: si ragiona come se il burqa non fosse un’invenzione tipicamente maschile, che risponde ad un’esigenza di controllo esclusivamente maschile, ma costituisse al contrario una forma peculiare di pietà religiosa femminile.

Il burqa custodisce l’esclusione delle donne da una società politicamente “monosessuale”, quale era quella tribale che ha consegnato e trasmesso ad una parte (minoritaria) della cultura islamica questa poco venerabile consuetudine. Ed il paradosso è che sia i fanatici islamici che quelli anti-islamici abbiano finito per identificare il vero Islam con un “attrezzo” che non appartiene originariamente né alla dottrina né alla tradizione islamica.

A identificare l’Islam con il burqa e il burqa con l’Islam sono quanti non hanno a cuore né il pluralismo religioso né la “differenza islamica”, ma vogliono, al contrario, disseminare di mine il campo del dialogo interreligioso e consegnare la rappresentanza dell’Islam europeo a chi ne predica la radicale opposizione antropologica alle forme politiche e giuridiche della modernità “occidentale”. Il fondamentalismo islamico e quello anti-islamico sono in questo obiettivamente alleati, proprio perché irriducibilmente nemici e, in uguale misura, interessati a fare saltare un modello che assicuri, insieme, la libertà religiosa e l’uguaglianza civile.

Dal punto di vista storico, quella contro il burqa non è però una posizione anti-islamica, ma sempre più chiaramente intra-islamica. Il fatto che le massime autorità religiose dell’Islam, come il rettore dell’Università Al Azhar del Cairo, Mohammed Said Tantawi, abbiano esplicitamente denunciato il carattere “non islamico” di questa usanza tribale diffusa dall’ideologia salafita non è interessante solo dal punto di vista dottrinario, ma anche politico.

Anche per questo, è assurdo identificare nel burqa l’unità simbolica dell’Islam ed è insensato che lungo quella linea possa essere fatta correre la frontiera che separerebbe irrimediabilmente i destini degli islamici da quelli dei popoli europei.

In Italia, le riserve contro un intervento normativo che renda esplicito il bando al velo integrale uniscono una sinistra elusiva – rifugiata, ad eccezione dei radicali, nel consueto: “…il problema è un altro…” – e una destra “realista”, a cui ha dato voce il Ministro degli esteri Frattini, tradizionalmente agnostico sulle questioni di diritto e preoccupato dal ginepraio di polemiche che una decisione di questa natura scaricherebbe sulla Farnesina.

L’indirizzo francese ha invece suscitato il prevedibile entusiasmo della Lega e di una parte del centro-destra, disposti a plaudire ad un provvedimento che, in altro contesto, avrebbero definito oltraggiosamente “laicista”, pur di dare voce ad uno spirito revanscista che non è né cristiano né nazionale, ma solo anti-islamico e anti-straniero.

Come dovrebbe però essere chiaro, sollevare la questione del burqa non può significare punire chi lo indossa, né trasformare l’oppressione che esso rappresenta in un illecito, di cui –  come propone il Carroccio –  siano chiamate a rispondere direttamente le oppresse. Prevedibilmente, la persecuzione giudiziaria non ne favorirebbe l’emancipazione sociale, ma le ricaccerebbe in una più serrata cattività familiare. Il burqa non è un pericolo per “noi”, ma una violenza contro di “loro”. Dunque, giustificarne la proibizione per ragioni di ordine pubblico – poiché l’indumento preclude l’identificabilità delle donne che lo indossano – perpetuerebbe, su basi giuridicamente incerte, l’equivoco che identifica nelle donne islamiche un potenziale pericolo per la società e non nel burqa un oltraggio alla loro identità civile.

Non si può vietare il burqa contro le donne che lo indossano. A loro va offerta un’alleanza, altrimenti il divieto diverrebbe un modo ancora più subdolo e sleale per abbandonarle al loro destino. Una legge contro il burqa si può fare solo per le donne islamiche. E offrendo loro protezione, come ha detto con grande ragionevolezza il Ministro Carfagna, distinguendosi dalle ciance di una sinistra impotente e tartufa e di una destra stupidamente cattiva.

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Non mettiamo il burqa all’Islam


- Ferve in molti Paesi la discussione sul “velo” islamico. I musulmani sono numerosi ed il dibattito sull’Islam è ingombrante, foriero di sicuri conflitti. Se il dibattito sul “velo” ha portato ad interventi statali che lo hanno interdetto nella scuola pubblica (Svizzera, Francia) ed ai funzionari pubblici (Svizzera, Germania), la questione del “velo integrale” ripropone, in tutta la sua problematicità, la questione del rapporto fra l’Europa e l’Islam. Leggi tutto

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Siamo spacciati, parola di Sartori


A criticare Sartori, c’è il rischio di mancare di rispetto al maestro indiscusso della politologia italiana, e non sia mai che noi si manchi di rispetto a chi vanta (e peraltro volentieri esibisce) una mole imponente di crediti e referenze scientifiche. Leggi tutto

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Se Rutelli riscopre la laicità…


di Benedetto Della Vedova da Il Secolo d’Italia del 6 gennaio 2009 -

Nella sua intervista di ieri al Giornale di Vittorio Feltri, Francesco Rutelli parla di islam e immigrazione, criticando la sinistra e Gianfranco Fini e riscoprendo il valore della laicità grazie all’etsi Deus non daretur di Ugo Grozio, filosofo assai caro a Umberto Bossi, che pure lo citava abbondantemente nelle sue aspre polemiche antipapiste di qualche anno fa. Per parte mia, sono d’accordo che – anche, ma non solo, rispetto al problema islamico –  occorra partire da Grozio e dalla sapiente separazione tra religione e politica, grazie a cui l’Europa ha potuto superare le guerre di religione. 
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Le vignette sataniche e il fascismo islamico


- A proposito dell’agguato a Kurt Westergaard, Karima Moual ha scritto sul Sole 24 ore un bel pezzo ispirato da un cattivo proposito, quello di dimostrare che a scavare la fossa della violenza, in cui finisce seppellita, è un’Europa superficiale e irriverente, che non ha ancora compreso come per “arrivare a ridere dei musulmani” occorra “aver prima riso con loro”, e “avere come obbiettivo anche quello di riuscire a ridere con loro, ridendo di loro”.  Infatti, continua Moual, “la libertà di espressione non può essere l’arma con cui si arriva a giustificare tutto e tutti, calpestando sensibilità e credenze religiose altrui”. Leggi tutto

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Islam e diritto: la necessaria durezza delle corti giudiziarie


- Robert Cover è autore poco conosciuto, ma di grande importanza. Ampia parte della sua riflessione scientifica è dedicata ai conflitti che riguardano il proliferare dei differenti gruppi religiosi e culturali all’interno degli ordinamenti giuridici dei diversi paesi. Secondo Cover la pluralità dei “significati” prodotti da queste comunità viene spesso a scontrarsi con la logica dell’autorità dello Stato. Per diminuire l’incidenza di tali conflitti sulla società e per evitare la saturazione degli spazi normativi è necessario che le corti intervengano per chiarire quali sono i “significati giuridici” destinati a rimanere in vita. Secondo Cover non è sempre la legge prodotta dall’autorità dello Stato ad essere intrinsecamente superiore rispetto ai significati giuridici prodotti dagli altri gruppi. Leggi tutto

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Islam, dopo il referendum svizzero è tempo di una politica religiosa


- “A shocking result”. Con queste parole Alan Fisher corrispondente per Al Jazeera dall’Europa ha accolto l’esito del referendum che si è tenuto ieri in Svizzera ed ha decretato il divieto di costruzione di minareti sul suolo svizzero. Tariq Ramadan intervistato oggi da Repubblica ha utilizzato la stessa espressione. A nulla sono serviti gli appelli del Governo e di importanti personalità pubbliche, il popolo svizzero ha deciso ed il 57,5 per cento è contrario alla costruzione dei minareti. La stessa assemblea federale aveva ufficialmente invitato a votare contro. La vicenda è nota e sarebbe superfluo per una rivista come Libertiamo, che cerca di comprendere e di proporre, ribadirne i fatti. Gli interessati possono rifarsi al dossier di Le Temps o della Tribune de Geneve. Leggi tutto

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