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Dalla Francia, con rigore: uno studio serio spiega come trattare con l’Islam europeo


- Il “burqa” come simbolo di un Islam che assume sempre più non solo consistenza ma anche visibilità nelle società occidentali, e che al loro interno pretende un esplicito riconoscimento, è ormai entrato anche nel dibattito politico italiano.
La discussione attorno al velo integrale (in realtà in Europa noi conosciamo il niqab, proveniente dall’Arabia, poco o per niente il burqa, presente solo in Afghanistan) solleva questioni più generali relative all’integrazione degli immigrati musulmani – di prima o seconda generazione – e mette in gioco i principi che devono reggere la convivenza civile. Leggi tutto

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Ma lo sapete com’è nato questo burqa?


- da Il Secolo d’Italia del 3 febbraio 2010 -

Sulla questione del burqa e del niqab sembra che il Parlamento francese abbia scelto di rompere gli indugi e di proporre una misura – quella del bando al velo integrale negli uffici pubblici – che è coerente con l’ideologia repubblicana e con un modello di integrazione “assimilazionista”.

Il tempo dirà se questa scelta sarà davvero compiuta, se porterà ordine o disordine sul piano civile e se contribuirà ad aggravare il senso di estraneità o a contenere l’ostilità politica delle minoranze islamiche più oltranziste.

Nel 2004 la Francia aveva adottato un provvedimento solo in apparenza simile, che vietava l’ostensione di simboli religiosi (il velo islamico, la kippah ebraica, la croce cristiana…) da parte degli studenti nelle classi scolastiche. In realtà, in quel caso l’obiettivo rispondeva ad un discutibile disegno di pedagogia sociale, per affermare la cittadinanza laica come “spoliazione” dalle simbologie del sacro. Oggi, l’obiettivo sembra essere quello, assai più condivisibile, di impedire che il principio della libertà religiosa arrivi paradossalmente ad autorizzare la discriminazione di genere e la “spoliazione” dell’identità civile delle donne musulmane.

La legge del 2004, che vieta nelle scuole “segni o abbigliamenti attraverso i quali gli alunni manifestino ostensibilmente un’appartenenza religiosa”, può considerarsi una estensione logica della legge che nel 1905 mise al bando i simboli religiosi in tutti gli spazi e luoghi pubblici, a eccezione dei luoghi di culto, dei cimiteri e dei musei. Al contrario, una norma – come quella anti-burqa – che impedisce la “mutilazione simbolica” del corpo e del volto delle donne non attiene alla dimensione del rapporto tra Stato e religioni, ma a quella, ben più generale, della tutela dell’uguaglianza giuridica dei cittadini.

E’ chiaro che in questo caso l’obiettivo di principio deve misurarsi con la natura di una scelta – quella di indossare il burqa o il niqab – che in teoria potrebbe essere rivendicata dalle donne musulmane come volontaria, libera e consapevole. Ed è altrettanto evidente che l’obiezione non può essere contrastata in maniera puramente logica, denunciando la contraddizione, pure evidente, tra la condizione di fatto e la rivendicazione di diritto, tra una libertà religiosa orgogliosamente reclamata e un modello di relazione, familiare e tra i sessi, che ne neghi il presupposto, cioè la libertà civile.

Se può quindi apparire controversa la scelta di vietare per legge il burqa, non è neppure possibile consentire che il sistema della cittadinanza venga disgregato da un uso separatistico di principi universalistici e che il contenitore della libertà religiosa si gonfi del contenuto velenoso della segregazione femminile, sia pure, in teoria, liberamente consentita da donne che in realtà non sono in grado di consentire né di rifiutare liberamente alcunché.

L’errore di un approccio “garantista” è presumere che nell’idea proprietaria del corpo delle donne vi sia uno spazio, ancorché residuale, per la libertà femminile. Vi è un equivoco di fondo nell’interpretazione occidentalistica di questa forma di devozione: si ragiona come se il burqa non fosse un’invenzione tipicamente maschile, che risponde ad un’esigenza di controllo esclusivamente maschile, ma costituisse al contrario una forma peculiare di pietà religiosa femminile.

Il burqa custodisce l’esclusione delle donne da una società politicamente “monosessuale”, quale era quella tribale che ha consegnato e trasmesso ad una parte (minoritaria) della cultura islamica questa poco venerabile consuetudine. Ed il paradosso è che sia i fanatici islamici che quelli anti-islamici abbiano finito per identificare il vero Islam con un “attrezzo” che non appartiene originariamente né alla dottrina né alla tradizione islamica.

A identificare l’Islam con il burqa e il burqa con l’Islam sono quanti non hanno a cuore né il pluralismo religioso né la “differenza islamica”, ma vogliono, al contrario, disseminare di mine il campo del dialogo interreligioso e consegnare la rappresentanza dell’Islam europeo a chi ne predica la radicale opposizione antropologica alle forme politiche e giuridiche della modernità “occidentale”. Il fondamentalismo islamico e quello anti-islamico sono in questo obiettivamente alleati, proprio perché irriducibilmente nemici e, in uguale misura, interessati a fare saltare un modello che assicuri, insieme, la libertà religiosa e l’uguaglianza civile.

Dal punto di vista storico, quella contro il burqa non è però una posizione anti-islamica, ma sempre più chiaramente intra-islamica. Il fatto che le massime autorità religiose dell’Islam, come il rettore dell’Università Al Azhar del Cairo, Mohammed Said Tantawi, abbiano esplicitamente denunciato il carattere “non islamico” di questa usanza tribale diffusa dall’ideologia salafita non è interessante solo dal punto di vista dottrinario, ma anche politico.

Anche per questo, è assurdo identificare nel burqa l’unità simbolica dell’Islam ed è insensato che lungo quella linea possa essere fatta correre la frontiera che separerebbe irrimediabilmente i destini degli islamici da quelli dei popoli europei.

In Italia, le riserve contro un intervento normativo che renda esplicito il bando al velo integrale uniscono una sinistra elusiva – rifugiata, ad eccezione dei radicali, nel consueto: “…il problema è un altro…” – e una destra “realista”, a cui ha dato voce il Ministro degli esteri Frattini, tradizionalmente agnostico sulle questioni di diritto e preoccupato dal ginepraio di polemiche che una decisione di questa natura scaricherebbe sulla Farnesina.

L’indirizzo francese ha invece suscitato il prevedibile entusiasmo della Lega e di una parte del centro-destra, disposti a plaudire ad un provvedimento che, in altro contesto, avrebbero definito oltraggiosamente “laicista”, pur di dare voce ad uno spirito revanscista che non è né cristiano né nazionale, ma solo anti-islamico e anti-straniero.

Come dovrebbe però essere chiaro, sollevare la questione del burqa non può significare punire chi lo indossa, né trasformare l’oppressione che esso rappresenta in un illecito, di cui –  come propone il Carroccio –  siano chiamate a rispondere direttamente le oppresse. Prevedibilmente, la persecuzione giudiziaria non ne favorirebbe l’emancipazione sociale, ma le ricaccerebbe in una più serrata cattività familiare. Il burqa non è un pericolo per “noi”, ma una violenza contro di “loro”. Dunque, giustificarne la proibizione per ragioni di ordine pubblico – poiché l’indumento preclude l’identificabilità delle donne che lo indossano – perpetuerebbe, su basi giuridicamente incerte, l’equivoco che identifica nelle donne islamiche un potenziale pericolo per la società e non nel burqa un oltraggio alla loro identità civile.

Non si può vietare il burqa contro le donne che lo indossano. A loro va offerta un’alleanza, altrimenti il divieto diverrebbe un modo ancora più subdolo e sleale per abbandonarle al loro destino. Una legge contro il burqa si può fare solo per le donne islamiche. E offrendo loro protezione, come ha detto con grande ragionevolezza il Ministro Carfagna, distinguendosi dalle ciance di una sinistra impotente e tartufa e di una destra stupidamente cattiva.

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Non mettiamo il burqa all’Islam


- Ferve in molti Paesi la discussione sul “velo” islamico. I musulmani sono numerosi ed il dibattito sull’Islam è ingombrante, foriero di sicuri conflitti. Se il dibattito sul “velo” ha portato ad interventi statali che lo hanno interdetto nella scuola pubblica (Svizzera, Francia) ed ai funzionari pubblici (Svizzera, Germania), la questione del “velo integrale” ripropone, in tutta la sua problematicità, la questione del rapporto fra l’Europa e l’Islam. Leggi tutto

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Siamo spacciati, parola di Sartori


A criticare Sartori, c’è il rischio di mancare di rispetto al maestro indiscusso della politologia italiana, e non sia mai che noi si manchi di rispetto a chi vanta (e peraltro volentieri esibisce) una mole imponente di crediti e referenze scientifiche. Leggi tutto

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Se Rutelli riscopre la laicità…


di Benedetto Della Vedova da Il Secolo d’Italia del 6 gennaio 2009 -

Nella sua intervista di ieri al Giornale di Vittorio Feltri, Francesco Rutelli parla di islam e immigrazione, criticando la sinistra e Gianfranco Fini e riscoprendo il valore della laicità grazie all’etsi Deus non daretur di Ugo Grozio, filosofo assai caro a Umberto Bossi, che pure lo citava abbondantemente nelle sue aspre polemiche antipapiste di qualche anno fa. Per parte mia, sono d’accordo che – anche, ma non solo, rispetto al problema islamico –  occorra partire da Grozio e dalla sapiente separazione tra religione e politica, grazie a cui l’Europa ha potuto superare le guerre di religione. 
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Le vignette sataniche e il fascismo islamico


- A proposito dell’agguato a Kurt Westergaard, Karima Moual ha scritto sul Sole 24 ore un bel pezzo ispirato da un cattivo proposito, quello di dimostrare che a scavare la fossa della violenza, in cui finisce seppellita, è un’Europa superficiale e irriverente, che non ha ancora compreso come per “arrivare a ridere dei musulmani” occorra “aver prima riso con loro”, e “avere come obbiettivo anche quello di riuscire a ridere con loro, ridendo di loro”.  Infatti, continua Moual, “la libertà di espressione non può essere l’arma con cui si arriva a giustificare tutto e tutti, calpestando sensibilità e credenze religiose altrui”. Leggi tutto

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Islam e diritto: la necessaria durezza delle corti giudiziarie


- Robert Cover è autore poco conosciuto, ma di grande importanza. Ampia parte della sua riflessione scientifica è dedicata ai conflitti che riguardano il proliferare dei differenti gruppi religiosi e culturali all’interno degli ordinamenti giuridici dei diversi paesi. Secondo Cover la pluralità dei “significati” prodotti da queste comunità viene spesso a scontrarsi con la logica dell’autorità dello Stato. Per diminuire l’incidenza di tali conflitti sulla società e per evitare la saturazione degli spazi normativi è necessario che le corti intervengano per chiarire quali sono i “significati giuridici” destinati a rimanere in vita. Secondo Cover non è sempre la legge prodotta dall’autorità dello Stato ad essere intrinsecamente superiore rispetto ai significati giuridici prodotti dagli altri gruppi. Leggi tutto

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Islam, dopo il referendum svizzero è tempo di una politica religiosa


- “A shocking result”. Con queste parole Alan Fisher corrispondente per Al Jazeera dall’Europa ha accolto l’esito del referendum che si è tenuto ieri in Svizzera ed ha decretato il divieto di costruzione di minareti sul suolo svizzero. Tariq Ramadan intervistato oggi da Repubblica ha utilizzato la stessa espressione. A nulla sono serviti gli appelli del Governo e di importanti personalità pubbliche, il popolo svizzero ha deciso ed il 57,5 per cento è contrario alla costruzione dei minareti. La stessa assemblea federale aveva ufficialmente invitato a votare contro. La vicenda è nota e sarebbe superfluo per una rivista come Libertiamo, che cerca di comprendere e di proporre, ribadirne i fatti. Gli interessati possono rifarsi al dossier di Le Temps o della Tribune de Geneve. Leggi tutto

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Su scuola e Islam, Urso è troppo concordatario. Servono soluzioni nuove


- (Articolo di Sofia Ventura pubblicato in contemporanea su ffwebmagazine.it) – Cattolicesimo, Islam, pluralismo e insegnamento religioso: la proposta di Adolfo Urso di inserire nelle nostre scuole anche l’insegnamento della religione islamica, con lo stesso spirito con cui è impartito l’insegnamento della religione cattolica, ha aperto nuovi fronti di discussione che, laddove non siano animati da pregiudizi e ostilità preconcette, rappresentano momenti importanti di riflessione sul futuro della nostra società. Leggi tutto

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Ora islamica? Perché dico laicamente di sì


- Sono convinto che non abbia alcun senso in uno stato laico un’ora di istruzione confessionale (quale che sia la religione) nelle scuole pubbliche; potrebbe avere un senso, meglio avrebbe sicuramente un senso, senza il condizionale, inserire tra le materie scolastiche un insegnamento non opzionale né catechistico di “storia delle religioni”.

Ma poiché questa ipotesi è al momento irrealistica, la proposta del Viceministro Urso non mi scandalizza per nulla,  non solo per la netta opposizione della Lega (sarebbe già un discreto motivo) ma perchè, se vogliamo ragionare in modo pragmatico e non ideologico, qual è la realtà oggi?

La realtà è che i figli delle famiglie musulmane sono mandati nelle madrasse dove qualche imam integralista li indottrina sui doveri del buon musulmano, la sharia, gli infedeli da convertire o, se indisponibili, da eliminare, e così via.
Le conseguenze probabili della realtà attuale sono, com’è accaduto in Gran Bretagna, in Olanda, per certi versi in Francia con la rivolta delle banlieue, consentire di fatto lo sviluppo di un esercito di potenziali cellule terroristiche, di cui abbiamo già avuto esempi clamorosi come quello della moschea di viale Jenner a Milano, per ricordare il caso più noto, ma altri episodi simili si potrebbero elencare.

Qui nessuno propone o auspica una società multiculturale. All’opposto: lo status quo porta alla società multiculturale. La proposta Urso sceglie la via di un’integrazione possibile e l’esempio americano lo dimostra.
Quindi, piaccia o non piaccia, meglio, molto meglio, che si “insegni” la religione islamica nelle scuole pubbliche da parte di professori selezionati, che parlino italiano e seguano un programma chiaro e concordato, definito e controllabile.

Non c’entra nulla, in apparenza, ma la logica che guida il mio ragionamento è analoga a quella per cui sostengo una politica antiproibizionista sulle droghe. Partendo dalla fotografia della situazione attuale (come è, non come ci piacerebbe che fosse) e constatato che droga “vietata” significa di fatto droga libera e senza controllo, ne deriva la conseguenza che sia probabilmente ragionevole valutare ipotesi alternative: legalizzare, ovvero regolamentare e controllare.

Lo stesso principio è applicabile all’insegnamento islamico. Meglio lo status quo, senza regole né controlli, o meglio la soluzione che descrivevo sopra? Io – scusate – scelgo la seconda. E bypasso le banalità sulla religione cattolica che fa parte della nostra cultura, della nostra storia e bla, bla, bla… Idem per la tesi della reciprocità, sostenuta da chi proclama “va bene l’ora islamica ma a condizione che in Arabia Saudita mettano l’ora di cristianesimo” e, anche qui, bla, bla, bla… perché questi argomenti, con ogni evidenza, non militano contro, ma a favore di una misura di buon senso che serve ad arginare, e non a diffondere l’estremismo islamista.

I solerti difensori dei principi “cristiani” per altro dimenticano non solo le condizioni che vogliono porre sono, di tutta evidenza, improponibili e assolutamente irrealistiche, ma anche che il numero dei cattolici nei Paesi musulmani è infinitamente minore rispetto a quello degli islamici nei Paesi occidentali: centinaia di migliaia di giovani con i quali dobbiamo, volenti o nolenti, convivere. Senza dimenticare che pressoché ovunque i pericoli estremisti provengono dagli immigrati di seconda o terza generazione, dai ragazzini non integrati e quindi facilmente soggetti all’indottrinamento fanatico-integralista.

Per chiudere: vogliamo essere ragionevoli e pragmatici e decidere sulla base della situazione vigente o ce ne freghiamo e facciamo pura accademia? Attenzione però che il “ce ne freghiamo” comporta lasciare campo libero e aperto all’integralismo, con quel che ne consegue.

Scandaloso? Inaccettabile? A me pare un discorso di semplice, banale, buon senso e raziocinio. Se affrontiamo, come a mio parere doveroso, la questione con gli strumenti della ragionevolezza e di un laico pragmatismo, piuttosto che con quelli accecanti dell’ideologia, dei pregiudizi o dei Principi con la P rigorosamente e inutilmente maiuscola.

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Proposta Urso importante, occorre guardare al futuro




Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, deputato del Pdl

Le reazioni alla proposta del Viceministro Urso sono comprensibili e  in certo modo scontate. Se un Paese che è stato la culla e la sede  della cattolicità universale si scopre diverso, molto più complesso e variegato dal punto di vista demografico e religioso, le reazioni di  chiusura sono inevitabili. Ma ciò non toglie che la storia va avanti e  la politica non può continuare a guardare indietro.

La logica concordataria è stata estesa con le cosiddette “Intese” a  tutti quelli che venivano considerati “culti ammessi”, l’8 per mille  concepito per finanziare la Chiesa e le organizzazioni di culto e  caritatevoli cattoliche oggi finanzia ebrei, valdesi e altre confessioni cristiane. Che nella scuola pubblica, in cui gli islamici  diverranno milioni (tra insegnanti e studenti), si faccia spazio alla  cultura e alla religione islamica, può sembrare discutibile ma è in  realtà inevitabile. Pensare invece che il futuro del nostro paese veda  meno residenti e cittadini islamici di oggi rischia di essere una  illusione che impedisce di agire con prudente lungimiranza.

Occorre quindi organizzarsi per tempo, nel modo più intelligente e più  laico, avendo cura di costruire una identità civile in cui siano  chiare le libertà religiose, ma siano chiare e insuperabili i limiti  costituzionali al loro legittimo esercizio.

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Urso dice cose intelligenti, non va regalato l’Islam italiano agli estremisti


- Una quota crescente di popolazione residente in Italia professa la fede islamica, ma non sembra ancora esistere un’idea realistica del rapporto che l’ Islam italiano deve stringere con la cultura civile del Paese e con le sue istituzioni. Il viceministro Urso ha dato oggi una prima risposta a questo quesito ed è una risposta intelligente. Leggi tutto

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Le donne, l’Islam e il modello Santanchè


- Penso che a breve la riflessione sulla condizione femminile nella comunità musulmana imporrà, anche nel nostro paese, un delicato ma necessario salto di qualità. Sarà un discorso complicato dalle diffidenze e dalle differenze, dalle incomprensioni e forse anche da una “nostra” comprensibile sfiducia circa la possibilità di quadrare un cerchio, che, come dimostra l’esperienza degli altri paesi europei, non si lascia facilmente quadrare. Leggi tutto

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La battaglia di Vienna, l’altro 11 settembre, nel 1683


Una data importante per la storia d’Europa, una coincidenza forse non casuale, una ricorrenza da interpetare in modo intelligente, con curiosità intellettuale e senza fanatismi.

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