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Il falso mito del Conservatore contrario allo stato ‘multietnico’


- Un’antica “leggenda metropolitana” sopravvive in internet e nel mondo dei moderni mezzi di comunicazione: la presunta corrispondenza tra conservatorismo politico ed avversione nei confronti degli immigrati. E’ un vero e proprio “falso storico”, ed è giunta l’ora di smascherarlo.

Superficialmente si è ritenuto che, poiché i “modernisti” di sinistra sono per definizione “aperti nei confronti degli stranieri”, i Conservatori debbano, viceversa, essere totalmente avversi all’immigrazione in quanto tale.
Tale considerazione è priva di ogni fondamento  etimologico, culturale, storico e politico.

Come ho scritto in un precedente articolo su questo webmagazine la parola immigrazione deriva da una radice indoeuropea *mei, ampliata in *meiG. Tale radice è alla base di parole quali  “munifico” e altre con il significato di “dono” inteso come “scambio” (greco antico a-meibo*)  di beni materiali,  conoscenze e di aiuto reciproco (Per un approfondimento vedi il volume “Culture del dono“).

Oggi  la mobilità internazionale delle persone è una componente essenziale di quello che  chiamiamo “interscambio di beni e servizi” e “trasferimento di tecnologia”, base del commercio mondiale. E’ stato calcolato che una completa attuazione della liberalizzazione degli scambi prevista dal Doha Round del WTO comporterebbe un incremento del PIL mondiale di oltre il  5%. Altro che crisi!

Il  “Vero Conservatore”, lo ha definito il “maestro” Giuseppe Prezzolini nel suo “Manifesto dei Conservatori”, edito nel 1972, dove si mostra una particolare predilezione per l’etimologia , che Prezzolini non considera come un mero aiuto per la comprensione della nostra lingua attuale, ma alla quale attribuisce un valore simbolico molto potente, dedicando molte pagine all’ analisi delle radici indoeuropee  “*swer, *wer, *er”, dalle quali deriva la parola “conservatore”. Conservatore è qualcuno che “vuol conservare qualcosa” ma tale concetto non è strumentalmente da confondersi con “colui che vuole conservare posizioni di rendita con azioni xenofobe e protezionistiche”.

Infatti “conservare” significa anche “prendere realisticamente atto della situazione attuale e migliorarla con piccoli, costanti, interventi”. Certo, non significa fare salti nel vuoto del futuro, ma neppure essere irrazionalmente “vetero-reazionari” nei confronti di una realtà che, nel frattempo, è profondamente cambiata. Nei suoi scritti Prezzolini era evidentemente contrario al massiccio ed indiscriminato arrivo di stranieri in Italia; tuttavia, nello stesso tempo, apprezzava e considerava come inevitabile la democrazia  che informava tutti i livelli politico-istituzionali negli USA, da lui ritenuta essenziale per permettere la convivenza nella stessa nazione di un crogiuolo di minoranze religiose ed etniche.

Ora, per vari motivi, non attribuibili completamente al mancato acume politico di certa sinistra, l’Italia è divenuta, nei fatti, una nazione “multietnica” con la presenza sul territorio di oltre cinque milioni di stranieri tra comunitari ed extracomunitari. Inoltre, per raggiungere gli obiettivi di crescita economica e sociale che l’Unione Europea si è data per il 2020 sarà inevitabile favorire il sempre maggiore afflusso in Italia di personale qualificato proveniente da altri stati dell’Unione, in posizione di “distacco” o di vero e proprio “trasferimento”. Ed è per queste ragioni che la dimensione democratica nelle scelte pubbliche, così come era stata delineata da Prezzolini, diviene ancora più urgente.

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Perché gli investimenti e l’immigrazione qualificata possono sradicare la ‘ndrangheta


- La criminalità identitaria, basata su forti legami di sangue e sul profondo radicamento con i territori di origine è molto potente, ma nello stesso tempo molto fragile. Si scioglie come neve al sole quando i territori di origine divengono attrattivi nei confronti degli investimenti diretti esteri e vi giungono immigrati qualificati al seguito degli investimenti. Leggi tutto

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Placata la bufera, torniamo al libero mercato – VIDEO


- Tavola rotonda organizzata nell’ambito della prima edizione de “I Seminari dell’Associazione Libertiamo” (26/28 febbraio) – Sabato 27 febbraio
Interventi di Edoardo CROCI, Alessandro DE NICOLA, Antonio MARTINO
Tavola rotonda con Gianfranco FINI, Giampaolo GALLI, Luigi ZINGALES, Benedetto DELLA VEDOVA

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Il PdL riconosca le ragioni dello “sciopero degli stranieri”


Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, deputato del PdL

Il PdL farebbe bene a guardare con attenzione alle ragioni che hanno portato alla convocazione del primo “sciopero nazionale degli stranieri”, in nome di milioni di non italiani che vivono e lavorano in Italia e chiedono riconoscimento sociale e rispetto civile.
Il principale partito di governo deve dimostrare il massimo del rigore sia nelle politiche di sicurezza sia nelle strategie di integrazione e non può appiattirsi sulla demagogia genericamente anti-immigratoria della Lega. Nessuna grande forza politica popolare europea, del resto, ha una piattaforma leghista sull’immigrazione. Non sarebbe responsabile dichiarare “sgraditi” gli stranieri, anche quando sono necessari, né denunciare che sono troppi anche quando, come in molti settori, sono manifestamente pochi rispetto alle esigenze del sistema produttivo.

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Immigrazione e cittadinanza. Per una volta, buone notizie dalla Grecia


- Il sito di analisi economiche e demografiche “A Fistful of Eurossegnala che il governo greco, oltre a tentare di gestire la crisi fiscale, intende introdurre una nuova legge sull’immigrazione, i cui termini sono interessanti anche per il nostro paese. In particolare, la nuova legge greca consentirebbe ai figli di immigrati di richiedere la cittadinanza, sotto la duplice condizione che i genitori abbiano vissuto legalmente in Grecia per almeno dieci anni e il figlio abbia almeno tre anni di frequenza scolastica. Secondo le stime, circa 250.000 tra bambini e giovani figli di immigrati potrebbero acquisire per questa via la cittadinanza greca.

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L’immigrazione è (anche) un dono. Da non sprecare


- L’immigrazione è sostanzialmente un “dono”, come indica la stessa radice indoeuropea *mei. Un dono che però rischia di andare sprecato per vari motivi, due dei quali segnalo in questo articolo. Non sono forse i peggiori o i maggiori, ma sono comunque molto significativi. Il primo è l’abolizione dell’insegnamento della geografia nelle nostre scuole, il secondo è l’estrema farraginosità delle procedure amministrative per il cambio di residenza.

Abolendo nelle nostre scuole l’insegnamento della Geografia (qui l’appello da firmare per opporsi) si impedisce ai nostri giovani di recepire le preziose informazioni sugli usi e i costumi, sull’adattamento a particolari climi, condizioni ambientali e stili di vita, che ci possono offrire gli stranieri residenti in Italia, provenienti da ogni continente. Infatti, per poter fare domande e ricevere il “dono” dell’informazione, occorre avere o stabilire con gli altri un terreno di comunicazione comune e riconoscerli come interlocutori meritevoli di interesse. Leggi tutto

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Il lavoro degli immigrati paga le pensioni dei nonni


Nel corso di un convegno su giovani e razzismo, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha dichiarato che “senza il lavoro degli stranieri non si pagherebbero le pensioni dei nonni di chi oggi e’ un ragazzo e molti giovani ne sono coscienti”, aggiungendo che la crisi economica si è scaricata principalmente sulle spalle dei giovani, molti dei quali “temono che il loro futuro possa essere peggiore del presente in cui vivono”. Leggi tutto

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Milano: Della Vedova, bravo Maroni, no rastrellamenti sì integrazione


- Dichiarazione di Benedetto Della Vedova, deputato PdL

L’intervista al Ministro Maroni pubblicata oggi sul Corriere della Sera si segnala per responsabilità, equilibrio e contezza della situazione. Non è il caso, oggi, di insistere sulla diversità tra la linea del Ministro degli Interni e quella di alcuni esponenti leghisti che hanno invece scelto, di cavalcare demagogicamente gli scontri di Via Padova cercando uno scontro etnico che non è certo nell’interesse della città. Leggi tutto

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Centrodestra e Chiesa, c’è un’ambiguità


- da il Secolo d’Italia del 13 febbraio 2010 – Non mi ha mai appassionato lo scontro politico laici-cattolici, né tra gli schieramenti né al loro interno. Non ho mai pensato che la religione debba essere confinata entro le mura domestiche e non “invadere” lo spazio pubblico. Al contrario, e spesso in controtendenza, ho salutato come un dato di laicità la stagione ruiniana dell’interventismo diretto della Chiesa fin nei dettagli della politica italiana: il confronto a viso aperto nell’agorà, che implica l’essere soggetto ma anche oggetto di critica e di polemica, fa crescere la discussione pubblica, a differenza del lavorio di corridoio. Non deve e non può “fare paura” una Chiesa che parla a voce alta di ciò che le sta più a cuore e si sottopone così alla valutazione pubblica di fedeli e di non fedeli.

La politica, questo sì, non può e non deve venire meno alla autonomia che le è propria in un regime democratico costituzionale come il nostro, dove il Governo e la Legge hanno la missione inclusiva di consentire a tutti di potervisi riconoscere.
Questo vale ad esempio sulle cosiddette questioni eticamente sensibili, dove invece, a mio avviso almeno, nel centrodestra si scivola troppo spesso sulla china della subalternità al pensiero forte delle gerarchie.
E questo è tanto più visibile, sempre a mio avviso, quanto più, il centrodestra manifesta invece la più completa ed intransigente autonomia di pensiero e di iniziativa politica sul tema dell’immigrazione.

Ieri, ad esempio, il più autorevole Ministro del governo Berlusconi sosteneva che in Piemonte ci vorrebbero “più Tav e meno immigrati”, nel giorno in cui un documento ufficiale della Santa Sede ribadiva il “contributo positivo alla società” assicurato dagli immigrati. E ancora, si legge nel documento del Pontificio Consiglio: la Chiesa “deve aprire le braccia a tutti i migranti, qualunque sia la loro età, il loro credo o convinzione” e deve fare di più, anche in campo mediatico, “per sottolineare il contributo positivo dei migranti alla società”.

Qualcuno potrebbe obiettare che, in fondo, su temi come la famiglia o il fine vita la Chiesa “pretenda” mentre sugli immigrati si limiti a “predicare”. Io penso che le cose vadano viste in modo diverso e ritengo debba essere valorizzata l’autonomia che il centrodestra sa mettere in campo rispetto alle gerarchie quando in gioco ci sono la propaganda e la politica rispetto agli immigrati. E lo dico anche se penso che su questo tema la Chiesa spesso suggerisca una via più liberale e lungimirante, nell’interesse di un paese che non può costruire un futuro solido cavalcando le emozioni e le paure, nemmeno quando queste siano diffuse e abbiano giustificazioni sociali. Ecco il punto: il dialogo laici-cattolici, se lo vogliamo chiamare così,  va fondato sulla necessità di un fecondo confronto argomentativo con le posizioni della Chiesa e non sul riceverle “ex Cathedra”.

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L’immigrazione a punti e il business dell’integrazione


 - Che l’immigrazione, e tutto quello che ruota intorno ad essa, sia sempre stata non solo un fenomeno di rilevanza sociale, ma anche un business, se ne sono accorti perfino i leghisti, che giocano su un “doppio binario”. Da una parte, per precisi scopi di marketing politico, strepitano nei loro quotidiani e nei loro blog contro il “business dell’immigrazione”, contro la Caritas ed altre organizzazioni similari. Ma poi cosa fanno quando vanno al governo? Semplice. Concedono generosi finanziamenti proprio ad organizzazioni come la Caritas, il Censis, ecc. giustificandosi con l’ottica della “sussidiarietà” e dello sviluppo di specifici progetti di informazione e integrazione per gli stranieri.
Tale giro d’affari intorno all’immigrazione é destinato a crescere in maniera esponenziale con l’entrata in vigore della norma sul “permesso a punti”. E’ importante quindi vigilare, come opinione pubblica, sui destinatari dei finanziamenti previsti per favorire l’alfabetizzazione e l’integrazione civile degli immigrati e chi si gioverà del giro d’affari che si genererà intorno al business dell’integrazione. Leggi tutto

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Se l’immigrazione ‘a punti’ segna solo un altro punto per la Lega


Con il sistema dell’immigrazione a punti si potrebbe, in teoria, provare a correggere le rigidità burocratiche del sistema delle quote, che è necessario per ottenere la collaborazione dei paesi – a partire da quelli mediterranei –  attraverso cui si snodano le rotte dell’immigrazione clandestina in Italia, ma che non consente una selezione ottimale della forza lavoro straniera, né favorisce una programmazione degli ingressi, che tenga conto delle reali esigenze del sistema produttivo. Leggi tutto

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Perché disincentivare l’immigrazione qualificata costa più agli italiani che agli stranieri.


- Da tempo mi chiedo perché l’Italia manifesti una così scarsa attrattività per gli Investimenti Diretti  Esteri (IDE) e una presenza così limitata di personale altamente qualificato straniero o formatisi all’estero, in rapporto a quanto avviene in Paesi a noi economicamente comparabili come la Francia. Inoltre gli investimenti esteri dovrebbero essere distribuiti meglio sul territorio, e non concentrati per oltre il 50% in Lombardia: in tal caso dolorose scelte aziendali (ad esempio Alcoa in Sardegna e il centro ricerche GSK  di Verona ) sarebbero meno pesanti per la collettività e sarebbe anche meno complessa e emergenziale la loro “gestione politica”. Ho formulato varie ipotesi al riguardo e ne illustrerò, in ordine casuale, una che ha a che fare con la gestione del “dossier migratorio”, anche perché ritengo che rispetto a questo problema non esista “una” causa, ma un conglomerato di concause. Leggi tutto

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Ma lo sapete com’è nato questo burqa?


- da Il Secolo d’Italia del 3 febbraio 2010 -

Sulla questione del burqa e del niqab sembra che il Parlamento francese abbia scelto di rompere gli indugi e di proporre una misura – quella del bando al velo integrale negli uffici pubblici – che è coerente con l’ideologia repubblicana e con un modello di integrazione “assimilazionista”.

Il tempo dirà se questa scelta sarà davvero compiuta, se porterà ordine o disordine sul piano civile e se contribuirà ad aggravare il senso di estraneità o a contenere l’ostilità politica delle minoranze islamiche più oltranziste.

Nel 2004 la Francia aveva adottato un provvedimento solo in apparenza simile, che vietava l’ostensione di simboli religiosi (il velo islamico, la kippah ebraica, la croce cristiana…) da parte degli studenti nelle classi scolastiche. In realtà, in quel caso l’obiettivo rispondeva ad un discutibile disegno di pedagogia sociale, per affermare la cittadinanza laica come “spoliazione” dalle simbologie del sacro. Oggi, l’obiettivo sembra essere quello, assai più condivisibile, di impedire che il principio della libertà religiosa arrivi paradossalmente ad autorizzare la discriminazione di genere e la “spoliazione” dell’identità civile delle donne musulmane.

La legge del 2004, che vieta nelle scuole “segni o abbigliamenti attraverso i quali gli alunni manifestino ostensibilmente un’appartenenza religiosa”, può considerarsi una estensione logica della legge che nel 1905 mise al bando i simboli religiosi in tutti gli spazi e luoghi pubblici, a eccezione dei luoghi di culto, dei cimiteri e dei musei. Al contrario, una norma – come quella anti-burqa – che impedisce la “mutilazione simbolica” del corpo e del volto delle donne non attiene alla dimensione del rapporto tra Stato e religioni, ma a quella, ben più generale, della tutela dell’uguaglianza giuridica dei cittadini.

E’ chiaro che in questo caso l’obiettivo di principio deve misurarsi con la natura di una scelta – quella di indossare il burqa o il niqab – che in teoria potrebbe essere rivendicata dalle donne musulmane come volontaria, libera e consapevole. Ed è altrettanto evidente che l’obiezione non può essere contrastata in maniera puramente logica, denunciando la contraddizione, pure evidente, tra la condizione di fatto e la rivendicazione di diritto, tra una libertà religiosa orgogliosamente reclamata e un modello di relazione, familiare e tra i sessi, che ne neghi il presupposto, cioè la libertà civile.

Se può quindi apparire controversa la scelta di vietare per legge il burqa, non è neppure possibile consentire che il sistema della cittadinanza venga disgregato da un uso separatistico di principi universalistici e che il contenitore della libertà religiosa si gonfi del contenuto velenoso della segregazione femminile, sia pure, in teoria, liberamente consentita da donne che in realtà non sono in grado di consentire né di rifiutare liberamente alcunché.

L’errore di un approccio “garantista” è presumere che nell’idea proprietaria del corpo delle donne vi sia uno spazio, ancorché residuale, per la libertà femminile. Vi è un equivoco di fondo nell’interpretazione occidentalistica di questa forma di devozione: si ragiona come se il burqa non fosse un’invenzione tipicamente maschile, che risponde ad un’esigenza di controllo esclusivamente maschile, ma costituisse al contrario una forma peculiare di pietà religiosa femminile.

Il burqa custodisce l’esclusione delle donne da una società politicamente “monosessuale”, quale era quella tribale che ha consegnato e trasmesso ad una parte (minoritaria) della cultura islamica questa poco venerabile consuetudine. Ed il paradosso è che sia i fanatici islamici che quelli anti-islamici abbiano finito per identificare il vero Islam con un “attrezzo” che non appartiene originariamente né alla dottrina né alla tradizione islamica.

A identificare l’Islam con il burqa e il burqa con l’Islam sono quanti non hanno a cuore né il pluralismo religioso né la “differenza islamica”, ma vogliono, al contrario, disseminare di mine il campo del dialogo interreligioso e consegnare la rappresentanza dell’Islam europeo a chi ne predica la radicale opposizione antropologica alle forme politiche e giuridiche della modernità “occidentale”. Il fondamentalismo islamico e quello anti-islamico sono in questo obiettivamente alleati, proprio perché irriducibilmente nemici e, in uguale misura, interessati a fare saltare un modello che assicuri, insieme, la libertà religiosa e l’uguaglianza civile.

Dal punto di vista storico, quella contro il burqa non è però una posizione anti-islamica, ma sempre più chiaramente intra-islamica. Il fatto che le massime autorità religiose dell’Islam, come il rettore dell’Università Al Azhar del Cairo, Mohammed Said Tantawi, abbiano esplicitamente denunciato il carattere “non islamico” di questa usanza tribale diffusa dall’ideologia salafita non è interessante solo dal punto di vista dottrinario, ma anche politico.

Anche per questo, è assurdo identificare nel burqa l’unità simbolica dell’Islam ed è insensato che lungo quella linea possa essere fatta correre la frontiera che separerebbe irrimediabilmente i destini degli islamici da quelli dei popoli europei.

In Italia, le riserve contro un intervento normativo che renda esplicito il bando al velo integrale uniscono una sinistra elusiva – rifugiata, ad eccezione dei radicali, nel consueto: “…il problema è un altro…” – e una destra “realista”, a cui ha dato voce il Ministro degli esteri Frattini, tradizionalmente agnostico sulle questioni di diritto e preoccupato dal ginepraio di polemiche che una decisione di questa natura scaricherebbe sulla Farnesina.

L’indirizzo francese ha invece suscitato il prevedibile entusiasmo della Lega e di una parte del centro-destra, disposti a plaudire ad un provvedimento che, in altro contesto, avrebbero definito oltraggiosamente “laicista”, pur di dare voce ad uno spirito revanscista che non è né cristiano né nazionale, ma solo anti-islamico e anti-straniero.

Come dovrebbe però essere chiaro, sollevare la questione del burqa non può significare punire chi lo indossa, né trasformare l’oppressione che esso rappresenta in un illecito, di cui –  come propone il Carroccio –  siano chiamate a rispondere direttamente le oppresse. Prevedibilmente, la persecuzione giudiziaria non ne favorirebbe l’emancipazione sociale, ma le ricaccerebbe in una più serrata cattività familiare. Il burqa non è un pericolo per “noi”, ma una violenza contro di “loro”. Dunque, giustificarne la proibizione per ragioni di ordine pubblico – poiché l’indumento preclude l’identificabilità delle donne che lo indossano – perpetuerebbe, su basi giuridicamente incerte, l’equivoco che identifica nelle donne islamiche un potenziale pericolo per la società e non nel burqa un oltraggio alla loro identità civile.

Non si può vietare il burqa contro le donne che lo indossano. A loro va offerta un’alleanza, altrimenti il divieto diverrebbe un modo ancora più subdolo e sleale per abbandonarle al loro destino. Una legge contro il burqa si può fare solo per le donne islamiche. E offrendo loro protezione, come ha detto con grande ragionevolezza il Ministro Carfagna, distinguendosi dalle ciance di una sinistra impotente e tartufa e di una destra stupidamente cattiva.

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Irregolari a tempo determinato. Le molte facce della clandestinità


- A volte mi capita di poggiare lo sguardo su un campione di germanio che conservo nel mio ufficio e non riesco a capacitarmi di come quell’informe metalloide grigio sia in realtà costituito da cristalli di diamante.  Così devono apparire gli immigrati clandestini o irregolari, una massa informe di persone “schiacciate” da un’unica definizione: clandestini, irregolari, o più edulcoratamente “san-papiers”. Leggi tutto

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