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Placata la bufera, torniamo a parlare liberamente di ambiente


Che qualcosa stia cambiando nell’atteggiamento generale verso i problemi ambientali è cosa che comincia ad essere abbastanza evidente. Sembra che il cosiddetto Climategate abbia fatto l’effetto di uno sgradevole risveglio dopo la sbornia che ha preceduto la conferenza sul clima di Copenhagen. E così, mentre i governi hanno cominciato, con imbarazzata discrezione, a volgere altrove la loro attenzione, anche l’opinione pubblica mondiale, fino a pochi mesi fa così sensibile al tema dei cambiamenti climatici, sembra tendere alla rimozione del problema. Un “rompete le righe” generale, in conclusione.

Ma la rimozione, insegna la psicoanalisi, non è un processo costruttivo, e la cosa deve aver cominciato a preoccupare molti osservatori, anche tra i sostenitori dell’origine antropica del Global Warming, se oggi possiamo leggere un articolo come quello firmato da  Andrew C. Revkin  sul New York Times e tradotto da Maurizio Morabito su Climate Monitor. Leggi tutto

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Il ClimateGate e il dibattito pubblico sul riscaldamento globale (2)


- Sul global warming la discussione pubblica è condizionata dagli esiti di un dibattito scientifico complesso e non sempre trasparente e dalle “soluzioni” improvvisate e irrazionali con cui la politica risponde agli allarmi dell’opinione pubblica. In questa analisi di Andrea Asoni, pubblicata tra ieri ed oggi, si ripercorrono le tappe del cosiddetto ClimateGate e le ricadute sul piano delle policy della discussione pubblica sul riscaldamento globale.  (Parte seconda – Parte prima, link alla parte prima).

Lo stato del dibattito pubblico

La scienza del clima discussa dai sostenitori del AGW e dagli scettici è complicata e impossibile da comprendere nei dettagli per un profano. Da apprendista economista che si interessa di politiche pubbliche, quindi, parlerò non del dibattito scientifico ma dei suoi riflessi sul dibattito di policy.
Un serio dibattito sul riscaldamento globale dovrebbe avere almeno tre livelli. La prima domanda a cui bisogna rispondere è se la terra si stia effettivamente riscaldando e di quanto. Su questa prima domanda l’evidenza empirica è abbastanza unanime: la terra si è leggermente riscaldata, per lo meno rispetto a centocinquanta anni fa (anche se non vi è stato riscaldamento negli ultimi quindici anni). Meno chiaro è se la terra sia più calda rispetto al Medio Evo.

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Il ClimateGate e il dibattito pubblico sul riscaldamento globale (1)


- Sul global warming la discussione pubblica è condizionata dagli esiti di un dibattito scientifico complesso e non sempre trasparente e dalle “soluzioni” improvvisate e irrazionali con cui la politica risponde agli allarmi dell’opinione pubblica. In questa analisi di Andrea Asoni, che pubblichiamo tra oggi e domani, si ripercorrono le tappe del cosiddetto ClimaGate e le ricadute sul piano delle policy della discussione pubblica sul riscaldamento globale.  (Parte prima)

Il ClimateGate
Recentemente il dibattito pubblico sul riscaldamento globale è stato scosso da un grave scandalo. Una serie di e-mail private mandate e ricevute da vari ricercatori della Climate Research Unit (CRU) della University of East Anglia (UEA) sono state rese pubbliche. Non sappiamo chi abbia violato i segreti dei servers dell’UAE; alcuni parlano addirittura della longa manus dell’ex-KGB, la Russia avendo un diretto interesse economico ad un accresciuto consumo di fonti di combustibili fossili, altri suggeriscono che si tratti di un “whistleblower”, un dipendente scontento del CRU, che ha deciso di rendere pubbliche pratiche poco ortodosse o fraudolente. Leggi tutto

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Copenhagen: meglio l’accordo senza date, se l’obiettivo è l’efficienza energetica


Diciamolo: l’accordo finale del vertice Onu di Copenhagen è meno ingannevole dell’ultima bozza circolata, quella che – in assenza di impegni concreti – fissava obiettivi irraggiungibili. Ieri pomeriggio, infatti, si era diffusa la notizia di un nuovo documento, secondo alcuni d’ispirazione europea: riduzione delle emissioni mondiali di CO2 del 50 per cento nel 2050 rispetto ai valori del 1990; i paesi industrializzati avrebbero dovuto contribuire all’obiettivo con un taglio dell’80 per cento, i paesi in via di sviluppo con riduzioni comprese tra il 15 ed il 30 per cento. Francamente, sarebbe stata una presa in giro di livello planetario, che avrebbe contribuito ad inquinare il dibattito dei prossimi anni tanto quanto, per certi versi, ha fatto fino ad oggi Kyoto con le sue rigidità.

Dal vertice danese emerge una verità incontrovertibile, che gli “ambientalisti scettici” sottolineavano da tempo: senza i nuovi Grandi (Cina, India e Brasile) non ci può essere una politica ambientale globale. E come la loro assenza ha contribuito a rendere inefficace il protocollo di Kyoto, così la loro indisponibilità a qualsivoglia accordo che ne freni o condizioni la crescita economica – che poi vuol dire uscita dal baratro della povertà di centinaia di milioni di persone – rappresenta oggi il dato sostanziale del fallimento del summit.

E’ suggestivo che siano stati gli ultimi “comunisti”, i leader cinesi ed il brasiliano Lula, ad affermare al mondo la più capitalista delle verità: la crescita economica non è e non può essere considerata nemica dell’ambiente. Se da questo assunto partiamo, allora scopriamo come anche dal vertice di Copenhagen potrà arrivare qualcosa di buono per il futuro del pianeta.

L’unico punto su cui c’è stata un’intesa vera, riguarda i contributi economici che le nazioni più ricche forniranno ai paesi in via di sviluppo per la ricerca, l’implementazione e la diffusione di nuove tecnologie più efficienti e meno inquinanti. Ogni euro o dollaro può contribuire a ridurre le emissioni di quei paesi molto di più di quanto potrebbe fare nel mondo avanzato, dove il comparto energetico è dotato di un’efficienza molto superiore agli impianti che alimentano oggi l’economia cinese, indiana, brasiliana o sudafricana. Il testo parla di 30 miliardi di dollari entro il 2012, mentre l’ultima bozza, di cui si diceva sopra, parlava di soli 10 miliardi.

A nostro giudizio, aver sostituito obiettivi immaginari con offerte concrete a chi davvero può contribuire a ridurre le emissioni, attraverso robusti investimenti in nuove tecnologie, è un passo avanti di cui dovremmo rallegrarci. Quelle ONG ambientaliste che oggi gridano allo scandalo, dovrebbero rivolgere la loro attenzione a queste cifre e non a quelle – un po’ immaginifiche – sulla riduzione dei gas serra da qui a quarant’anni. E’ su quanto davvero i governi investiranno in efficienza energetica e ricerca sulle fonti alternative che si giocherà il futuro. Come sottolinea spesso Bjorn Lomborg, direttore del Copenhagen Consensus Center, è necessario rendere il taglio delle emissioni più conveniente se vogliamo che paesi come la Cina e l’India s’impegnino a farlo.

Dopo Copenhagen, è bene che s’inizi a parlare di ambiente in modo pragmatico. L’ambientalismo militante abbandoni il più importante dei suoi fardelli: il pregiudizio contro il nucleare. Che piaccia o meno, l’opzione nucleare non potrà restare ancora ai margini della produzione energetica. Al pari del solare e dell’eolico, e molto di più del gas naturale e del carbone pulito, l’energia nucleare è una fonte pulita e sicura. Da migliorare e sviluppare con la ricerca, casomai, ma non da combattere.

Last but not least, se vogliamo che questi grandi paesi contribuiscano allo sforzo globale della riconversione energetica e alla tutela dell’ambiente, dobbiamo probabilmente accettare che, su altri tavoli, siano loro a spuntarla. Per quanto tempo, ad esempio, pensiamo ancora di poter tenere chiusi i nostri mercati ai prodotti agroalimentari brasiliani ed africani e continuare contemporaneamente a chiedere ai governi di questi paesi di tutelare le foreste?

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Copenhagen: aspettando USA e Cina, c’è chi sa bene ciò che vuole


- Messa da parte la retorica catastrofista contenuta ad alte dosi nel melodrammatico video di apertura del vertice e chiusa in sordina la vicenda climagate, di cui si è già occupato per Libertiamo Marco Faraci, i partecipanti alla Conferenza sul clima hanno già mostrato le proprie carte. Leggi tutto

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Scoppia il clima-gate: si manipolavano dati per avvalorare le tesi catastrofiste


- Per ora sono solamente rumours e vanno presi con le pinze, ma certo da qualche giorno a questa parte molti leader e molti free-rider della campagna contro il riscaldamento globale non dormono sonni troppo tranquilli.
E c’è già chi parla di un vero e proprio “clima-gate”.

Le cose sono andate presso a poco così. Pochi giorni fa degli hacker anonimi hanno attaccato il sistema informatico della Climatic Research Unit della University of East Anglia, un’istituzione che è in prima linea nella battaglia contro il riscaldamento globale. Leggi tutto

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Contrordine compagni, il clima si raffredda!


- Forse è per l’imbarazzo di molti, nella comunità scientifica così come nella classe politica di mezzo mondo, che l’attenzione è distratta da un fenomeno dai riflessi a dir poco spiazzanti.
L’Osservatorio nazionale solare di Tucson, Arizona, registra da tempo una riduzione anomala delle macchie solari. L’andamento osservato è irregolare in quanto, dopo il minimo toccato tra il 2007 e il 2008, ci si aspettava una ripresa dell’attività solare, in vista di un nuovo picco, che verificandosi ogni 11 anni, sarebbe atteso per il 2012. Leggi tutto

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