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	<description>Idee per una poltica liberale, liberista e libertaria</description>
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		<title>Formidabili quegli anni/4. Soprattutto, formidabili quei debiti</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 10:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Guzzetta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale umano]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Formidabili quegli anni]]></category>
		<category><![CDATA[Guzzetta]]></category>
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		<description><![CDATA[- Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l&#8217;Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L&#8217;immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d&#8217;oggi è un riferimento epico, all&#8217;apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>- Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l&#8217;Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L&#8217;immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d&#8217;oggi è un riferimento epico, all&#8217;apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si stesse meglio quando si stava peggio? Apre la discussione Claudia Biancotti con un po&#8217; di domande a quelli che, direttamente o solo intellettualmente, hanno vissuto o interpretato quella stagione; loro rispondono, lungo tutto l&#8217;arco costituzionale e anche oltre. <a title="Formidabili quegli anni" href="http://www.libertiamo.it/tag/formidabili-quegli-anni/" target="_blank">Stanno rispondendo</a>, uno ogni giorno, Carlo Lottieri, Flavia Perina, Giovanni Guzzetta, Gianfranco Pasquino, Giorgio Lisi e Luciano Lanna (&#8230; e qualcun altro si aggiungerà), anche sul sito <a href="http://www.futuroeliberta.it/" target="_blank">www.futuroeliberta.it</a>.</p></blockquote>
<p>Come disinteressarsi agli anni &#8217;70? <strong>Bisognerebbe anzi averceli tra le mani e chiedere il conto.</strong></p>
<p>Sono il condensato paradigmatico di tutto ciò che è all&#8217;origine delle nostre convulsioni di oggi. Del perché un italiano trentenne o quarantenne (per non parlare dei più giovani) minimamente consapevole di quanto ci sta accadendo guarda i propri genitori e si domanda perché. <strong>Come sia stato possibile accettare questo saccheggio del futuro</strong> e, per molta classe dirigente (politica, economica, sindacale, culturale), non solo accettare, ma perpetrare.<br />
<span id="more-38096"></span><br />
<strong>Gli anni settanta non sono l&#8217;unica causa, certo&#8230; ma sono il precipitato storico delle cause antiche</strong>, il catalizzatore, l&#8217;epitome, il parossismo, il salto di qualità, la premessa di quanto sarebbe successo. Ne hanno posto le basi ideologiche condivise, forgiato il costume.</p>
<p><strong>E&#8217; negli anni settanta che si consolida il modello italiano dello stato sociale di mercato: poco e distorto il mercato</strong>, con la sua panoplia di privilegi e rendite corporative, <strong>distorsivo lo stato sociale</strong>, incapace di selezionare, ma pronto a urlare manifesti egualitari, chiamando &#8220;opportunità&#8221; la dislocazione senza progetto dei finanziamenti a pioggia e di spesa pubblica incontrollata.</p>
<p><strong>E&#8217; lì che si consolida l&#8217;economia dirigista che ci ha fatto un paese di semi-socialismo reale.</strong> Un&#8217;economia assistita, che aveva ormai consumato l&#8217;illusione programmatoria del centro-sinistra, trasformandola nella sua caricatura, con il circo di carrozzoni giganteschi, finanziati a pie&#8217; di lista, il cui principale obiettivo era salvare industrie decotte e candidarne altre a quel destino.</p>
<p>E&#8217; negli anni settanta che il sindacato si fa anch&#8217;esso sistema di occupazione del mercato della contrattazione decisionale, <strong>chiedendo gli aumenti salariali e accettando poi di sacrificarli sull&#8217;altare dell&#8217;inflazione e della svalutazione</strong>. Ma salvando sempre la faccia: scala mobile <em>docet</em>.</p>
<p>E&#8217; negli anni settanta che<strong> la politica, incapace di capire, si umilia nell&#8217;inconcludenza</strong>, finendo per fare l&#8217;unica cosa di cui fosse capace: inseguire, affabulare, metabolizzare, addomesticare, cooptare, neutralizzare. E così<strong> il mito dell&#8217;eguaglianza distributiva viene declinato nelle forme della distribuzione clientelare di soldi e posti di lavoro pubblici</strong> (novantamila all&#8217;anno, dice Guido Crainz); il mito della partecipazione dal basso (Gaber, &#8220;la libertà è partecipazione&#8221;) declinato nella moltiplicazione di migliaia di posti di governo e sottogoverno e nell&#8217;orgia dell&#8217;occupazione partitica: regioni, province, comuni, comitati di quartiere, ecc. (undicimila cariche di nomina politica solo nelle neonate USL dopo la &#8220;mitica&#8221; riforma sanitaria, sempre Crainz).</p>
<p>Per non parlare ovviamente del <strong>debito pubblico, il grande sfogatoio dell&#8217;impotenza a governare una modernizzazione scomposta e minacciata dalla crisi petrolifera: dal 40 al 60 % del PIL in 10 anni.</strong> Così come la questione fiscale e il rapporto perverso tra cittadini e Stato: la fuga dei capitali all&#8217;estero e <strong>l&#8217;endemizzazione dell&#8217;evasione fiscale, dentro un sistema di tassazione intrinsecamente oscuro e irrazionale, pronto a scaldare i motori per scatenare la sua voracità</strong> (tra metà degli anni settanta e il 1983 il gettito fiscale passa da poco meno del 30 al 41 % del Pil).</p>
<p>Queste sono solo alcune delle cambiali di quel modello di (sotto-)sviluppo che ci sarebbero state portate all&#8217;incasso alla fine degli anni &#8217;80.</p>
<p>Ma la cosa più grave, paradossalmente, non è questa.<strong> La cosa più grave è che su quel modello di rapporti perversi tra politica, economia e società si è costruita una narrazione apologetica e giustificatrice</strong>, cui hanno concorso tutti gli attori politico-sociali più significativi, gli <em>opinion makers</em>, i clerici delle più varie origini. In un conformismo generalizzato che rimaneva tale anche quando era ideologicamente specchiato dal proprio opposto conformismo. <strong>Una narrazione che costituisce ormai il più potente strumento di resistenza</strong>, dopo essere stato un potente mezzo di legittimazione dell&#8217;esistente.</p>
<p>Ne sono rimaste vittime<strong> le parole (riformismo, liberalismo, costituzione, legalità, eguaglianza, democrazia), stravolte dal logoramento dell&#8217;impotenza e del pressappochismo, fino a perdere ogni correlazione con la realtà</strong>, per restare confinate nella retorica. Dove in larga misura giacciono ancora oggi.</p>
<p>Certo che c&#8217;erano miti positivi, miti di emancipazione, i sogni e le utopie, sublimati in un&#8217;idea poetizzata della politica, esaltata in un&#8217;estetica della militanza. E <strong>certo quell&#8217;energia era sana, anche se spesso ingenua e approssimativa</strong>, e solo una minoranza, ancorché ampia, se ne nutrì per cercare lo sbocco violento, cinico, fondamentalmente nichilista.<br />
Certo che la società è cresciuta. Si chiama istinto di sopravvivenza, ma non abbiamo la prova delle alternative.</p>
<p>Però, <strong>il gigantesco subbuglio, sia nella società che nella politica, ha finito per essere il sudario dietro al quale si è consumata una enorme, collettiva, totale fuga dalla responsabilità</strong>; un sistematico compiacimento nell&#8217;eludere la presa in carico individuale, nell&#8217;eclissarsi, più o meno compiaciuti, nella dimensione collettiva, variamente declinata tra società, politica, economia e corporazioni varie.</p>
<p>Un fenomeno talmente diffuso e sistematico che le eccezioni personali balzavano agli occhi. Anche a quelli che, in quegli anni, ne hanno fatte fuori un numero cospicuo.</p>
<p>Il problema non è se furono o meno formidabili. <strong>Il problema è quanto formidabile fu quello che gli anni &#8217;70 lasciarono</strong>, quello che prepararono, di cosa furono incubatore, a quali processi diedero compimento dispiegandone la potenzialità pervasiva fino a condizionarne sensibilmente gli sviluppi futuri.</p>
<p>Perché <strong>sì, furono formidabilmente potenti. La culla di una formidabile ipoteca. E i successivi fecero il resto.</strong> Ci insegnarono a <em>sopravvivere senza governare</em>, come recita il titolo di un famoso saggio di Giuseppe di Palma.<br />
In fondo c&#8217;è un seducente richiamo d&#8217;avventura, una romantica ammaliazione, un fascino oscuro nel sopravvivere senza governare. E poco importa se per indulgere nel presente, si tratta di essere spietati col futuro.</p>
<p>In fondo è solo degli adulti preoccuparsi del futuro. E gli adulti, si sa, sono noiosi.</p>
<p>Nella stessa serie</p>
<ol>
<li><strong><a href="http://www.libertiamo.it/2012/02/01/formidabili-quegli-anni-o-no/" target="_blank">Formidabili quegli anni. O no?</a></strong> di Claudia Biancotti</li>
<li><strong><a href="http://www.libertiamo.it/2012/02/02/formidabili-quegli-anni2-nessuna-nostalgia-per-i-fanatici-dellapocalisse/">Formidabili quegli anni/2. Nessuna nostalgia per i fanatici dell’Apocalisse</a></strong> di Carlo Lottieri</li>
<li><strong><a title="Modifica “Formidabili quegli anni/3. Gli anni della rottura dei tabù”" href="http://www.libertiamo.it/2012/02/03/formidabili-quegli-anni3-gli-anni-della-rottura-dei-tabu">Formidabili quegli anni/3. Più che l&#8217;ideologia, contò la demografia</a></strong> di Flavia Perina</li>
</ol>
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		<title>Le ragioni costituzionali della responsabilità civile dei giudici che danno torto all&#8217;Anm</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 09:45:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Naimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritto e giustizia]]></category>
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		<description><![CDATA[- L’approvazione del c.d. “emendamento Pini” in materia di responsabilità civile, ha – come ampiamente prevedibile – scatenato un autentico putiferio. Particolarmente scalmanati, oltre che  tecnicamente imprecisi, i vertici dell’A.N.M., i quali, insieme alla riproposizione delle teorie dell’aggressione e della vendetta, hanno pure farfugliato qualcosa in termini di “incostituzionalità” della norma. Prima di esporre con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>- L’approvazione del c.d. <strong>“emendamento Pini” in materia di responsabilità civile</strong>, ha – come ampiamente prevedibile – scatenato un autentico putiferio.</p>
<p>Particolarmente scalmanati, oltre che  tecnicamente imprecisi, i <strong>vertici dell’A.N.M</strong>., i quali, insieme alla riproposizione delle teorie dell’aggressione e della vendetta, <strong>hanno pure farfugliato qualcosa in termini di “incostituzionalità” della norma</strong>.</p>
<p>Prima di esporre con tanto clamore simili improprietà, il Dr. Cascini e il Dr. Palamara (e gli altri che hanno deciso di accodarsi a tale asserzione) avrebbero fatto bene a leggere la sentenza con la quale venne ammesso il referendum abrogativo delle previgenti norme in materia: con la <strong>pronuncia n° 26 del 03-02-1987</strong>, la Consulta (e non un consesso di rivoltosi!) affermò espressamente: «<em>Che qui vi sia posto per scelte legislative discende proprio dall&#8217;art. 28 della Costituzione, dove &#8211; come questa Corte ha già avuto modo di precisare (v. sentenza n° 2 del 1968) &#8211; trova affermazione</em>  <strong><em>un principio valevole per tutti coloro che, sia pure magistrati, svolgono attività statale: un principio generale che da una parte li rende personalmente responsabili, ma dall&#8217;altra non esclude, poiché la norma rinvia alle leggi ordinarie, che codesta responsabilità sia disciplinata variamente per categorie o per situazioni</em></strong>».</p>
<p><span id="more-38206"></span>Inoltre, sempre i citati vertici non tengono, evidentemente, in alcun conto le tasche dei semplici contribuenti: infatti, in data 24.11.2011(causa C 379/10), la III Sezionedella Corte di Giustizia ha condannato l’Italia (come ampiamente prevedibile) per il venir meno a specifici obblighi in materia, condanna che, ove il Legislatore non ponga rimedio a quanto accertato dalla Corte, comporta l’applicazione di <strong>gravose sanzioni pecuniarie per la Stato</strong>, e , quindi, per il singolo contribuente.</p>
<p>Detto questo, e, quindi, rilevato che non solo <strong>il Legislatore ha ampia facoltà di scegliere come disciplinare la materia</strong> (quindi, anche in termini di responsabilità diretta), ma anche che, per quanto riguarda il <em>dictum</em> contenuto nella pronuncia della Corte di Lussemburgo, ha il preciso obbligo di adeguarsi per evitare danni economici (e di immagine) rilevantissimi, veniamo ad esaminare in concreto l’emendamento.</p>
<p><strong>Complessivamente, pur essendo largamente condivisibile, ritengo che la norma potesse essere scritta meglio</strong>.</p>
<p>Innanzi tutto, il comma 1, <strong>ove il giudice viene indicato come «<em>soggetto ritenuto colpevole</em>»</strong>, con tale formulazione pare rinviare ad altro giudizio, ove il giudice sia già stato «<em>ritenuto colpevole</em>»: tale formulazione, pertanto, dovrà necessariamente essere rivista.</p>
<p>Ancora, <strong>la norma manca di esplicitare le condizioni che la Corte ha indicato &#8211; in casi diversi dall’interpretazione di norme di diritto o dalla valutazione dei fatti e delle prove &#8211; in luogo di dolo e/o colpa grave, perché sussista la responsabilità</strong>, e cioè che la norma giuridica violata sia preordinata a conferire diritti ai singoli, che si tratti di violazione sufficientemente caratterizzata e, infine, che esista un nesso causale diretto tra la violazione dell’obbligo incombente allo Stato e il danno subito dai soggetti lesi: anche in tal senso la norma andrà sicuramente modificata.</p>
<p><strong>Obiezione “ragionevole”</strong>, invece, è quella che rileva una insufficiente distinzione tra le due tipologie di responsabilità che la norma disciplina, a seconda della norma violata.</p>
<p>Posto che appare assolutamente condivisibile aver tentato di uniformare, per quanto possibile, la responsabilità derivante da violazione di norma interna e da norma comunitaria (pena una irragionevole asimmetria), si dice che, quanto alla norma «interna», in forza dell’art. 101 Cost., il giudice è soggetto solo alla legge, e che pertanto i parametri dettati dalla Corte di Giustizia non sono utilizzabili anche in tale caso.</p>
<p>Vediamo se e quanto è vero tale rilievo.</p>
<p>Innanzi tutto, tra le <strong>norme “interne”</strong> vi sono (e sono sempre in aumento) quelle <strong>derivanti da trasposizione di norme comunitarie</strong>: ma, in tal caso, come chiarisce la Corte di Giustizia, «<em>dalla giurisprudenza della Corte risulta che, quando una normativa nazionale si conforma, per le soluzioni che essa apporta ad una situazione interna, a quelle adottate nel diritto comunitario, al fine di assicurare una procedura unica in situazioni analoghe, <strong>esiste un interesse comunitario certo a che,</strong> per evitare future divergenze di interpretazione, <strong>le disposizioni o le nozioni riprese dal diritto comunitario ricevano un&#8217;interpretazione uniforme</strong>, a prescindere dalle condizioni in cui verranno applicate (v., in particolare, sentenze 17 luglio 1997, causa C-130/95, Giloy, Racc. pag. I-4291, punto 28, e 11 gennaio 2001, causa C-1/99, Kofisa Italia, Racc. pag. I-207, punto 32). Questa considerazione è a maggior ragione valida quando la normativa nazionale che si avvale di una nozione che figura in una disposizione di diritto comunitario sia stata adottata al fine di trasporre nell&#8217;ordinamento interno la direttiva di cui la detta disposizione fa parte»<strong>.</strong></em>(<strong>Corte Giustizia Unione Europea, sez. II 11-10-2001, causa C-267/99, Adam</strong>, punti 28 – 29).</p>
<p>Ecco, quindi, che in relazione a tali norme, i criteri elaborati dalla giurisprudenza comunitaria risultano pianamente applicabili, anche perché per i giudici non di ultima istanza, pur non essendovi l’obbligo di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia, vi è la facoltà di operare tale rinvio (e, per tutti i giudici, in alternativa, con la comunicazione 2009/C 85/01, pubblicata su GUCE C 85 del 9.4.09, la Commissioneha prospettato la possibilità di collaborare con i Giudici nazionali, ipotizzando, tra le forme di collaborazione, che i Giudici chiedano che la Commissioneesprima un parere sull&#8217;applicazione delle norme in materia di aiuti di Stato): <strong>scegliere di non utilizzare tali strumenti ben può essere valutato come ulteriore indice di violazione, e, quindi, di responsabilità</strong>.</p>
<p>Rimangono, quindi, da considerare le <strong>norme interne “pure”</strong>: ritengo che anche in questo caso possa ragionevolmente ipotizzarsi un profilo di responsabilità, senza attentati all’autonomia del giudice.</p>
<p>Come noto, il nostro ordinamento prevede all’art. 1 delle preleggi le fonti del diritto, e all’art. 12 delle medesime disposizioni i <strong>limiti dell’attività interpretativa della legge</strong>: in particolare, il comma 1 di tale ultima disposizione dispone inequivocabilmente che «<em>Nell&#8217;applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore</em>».</p>
<p>Come icasticamente commentato da un grande costituzionalista al riguardo, «<strong><em>Proprio perché non può essere arbitraria, l’interpretazione dei testi normativi, soprattutto nella fase attuativa, deve svolgersi secondo regole predeterminate</em></strong>» (T. MARTINES, Diritto Costituzionale, Giuffre’, 1984, p. 117).</p>
<p>Come si vede, proprio la legge segna il limite oltre il quale il giudice smette di interpretare la norma, ed invade lo spazio riservato dalla Costituzione ad altro potere, creandone una nuova: in tal caso, non si comprende perché il magistrato – dipendente pubblico non debba rispondere di tale attività, e, quindi assolutamente corretto pare il nuovo comma 2, nella parte in cui elimina l’esenzione da responsabilità in relazione al comma 3 del medesimo articolo.</p>
<p>Farò un esempio, realmente accaduto, ed icastico per la sua macroscopicità.</p>
<p>Con l’art. 10 del Disegno di Legge n° 3890 del 2003, il Legislatore previde di inserire l’art. 21 quinquies della L. 241/90, il cui 1° comma era identico all’attuale art. 21 septies, mentre al comma 2 prevedeva che «Le questioni inerenti alla nullità dei provvedimenti amministrativi in violazione o elusione del giudicato sono attribuite alla giurisdizione esclusiva e di merito del giudice amministrativo». Approvato con modificazioni dal Senato (tra le quali, la nuova numerazione, e l’esclusione della giurisdizione di merito), il disegno di legge tornava alla Camera.</p>
<p>Si legge nella relazione del Relatore (On. Bressa) presentata il 6.11.03 quanto segue: «<em>L’articolo 21-</em><em>septies </em><em>reca la disciplina della nullità del provvedimento amministrativo. <strong>L’istituto della nullità non risulta attualmente sancito in via generale da alcuna norma di diritto positivo.</strong> L’unica norma di carattere generale espressamente diretta a definire il regime dell’invalidità amministrativa (articolo 26, testo unico delle norme sul Consiglio di Stato, articolo 3 legge istitutiva </em>dei TAR) <em>configura <strong>solo un regime di annullabilità e non di nullità.</strong> La disposizione, introducendo <strong>per la  prima volta</strong> nell’ordinamento la disciplina generale della nullità, prevede, <strong>sulla base degli orientamenti prevalenti emersi in sede giurisprudenziale</strong>, tale forma di invalidità nei seguenti casi: mancanza degli elementi essenziali del provvedimento amministrativo; difetto assoluto di attribuzione; <strong>violazione o elusione del giudicato</strong>; <strong>espressa previsione della legge</strong></em><em>»</em><em>.</em></p>
<p>Risulta quindi, senza ombra di dubbio alcuno, che il Legislatore, dopo aver vagliato tutti gli orientamenti giurisprudenziali formatisi sul punto (che espressamente hanno formato la base di elaborazione della norma), ha deciso di non fornire copertura normativa all’orientamento della giurisprudenza amministrativa che riteneva nulli gli atti assunti in contrasto con misure cautelari, ma di limitare la propria adesione alla nullità derivante da violazione o elusione del giudicato in senso stretto, concetto di giudicato che è normativamente definito (art. 2909 c.c.; art. 324 c.p.c.).</p>
<p>Bene, malgrado tale inequivoco dato, <strong>vi sono tutt’ora giudici che autoqualificano come “giudicato” i provvedimenti cautelari, e, quindi, come nulli gli atti che osino discostarsi da tali provvedimenti</strong>: quale ragione sussiste perché il giudice che vada così esplicitamente contro l’intenzione del legislatore, e , quindi, “dolosamente” (nel senso di coscienza e volontà della condotta tenuta) o, quanto meno, con colpa grave, si ponga apertamente <em>contra legem</em>, non debba rispondere di tale sua condotta, ove causatrice di danni? A mio avviso, nessuna<strong>.</strong></p>
<p>Vi è quindi, un “indice” normativo che consente di valutare se l’attività del giudice si sia mossa entro il limite di tolleranza ed elasticità del significante testuale della norma oggetto di interpretazione, e cioè <strong>l’evidente discostarsi </strong>dalle regole fissate dall’art. 12 sopra indicato (ed, in tal senso, la norma potrebbe essere emendata, anche mediante un espresso riferimento – oltre che all’art. 12 preleggi – all’art. 2236 c.c. in relazione alla colpa grave).</p>
<p>All’interno di tale limite, non vi è dubbio che l’attività interpretativa sia legittima, e, quindi, <em>ex se</em> esente da profili di responsabilità: non esistendo nell’ordinamento la regola dello “<em>stare decisis</em>”, il non conformarsi ad un orientamento giurisprudenziale, non può generare responsabilità, sebbene, anche in tali casi, l’ordinamento ponga dei rimedi cui sarebbe opportuno per i giudici adeguarsi (ad esempio, nel caso in cui la sezione della Cassazione non condivida gli enunciati delle SS.UU., l’art. 374 c.p.c. “invita” non a proseguire nel proprio orientamento, ma a rimettere la questione alle SS.UU.; meccanismo similare individua l’art. 99 del codice del processo amministrativo).</p>
<p>Voglio, a tal proposito, riportare un inciso ricavato da una recente pronuncia delle SS.UU. della Cassazione (n° 15144/11), particolarmente rilevante perché l’Estensore (Cons. Mario Rosario Morelli) è stato poco dopo tale pronuncia indicato quale Giudice della Corte Costituzionale: «<strong><em>ciò che non è consentito alla legge non possa similmente essere consentito alla giurisprudenza</em></strong>».</p>
<p>Concludendo, è evidente che la sede (legge comunitaria) in cui l’emendamento è stato presentato, per come lo stesso è stato articolato, non è appropriata, ed è condivisibile il rilievo secondo il quale un intervento di tale portata necessita di maggior approfondimento: quel che, invece, non è più tollerabile, è l’intervento “interdittivo” della magistratura associata sulla legittima attività del legislatore, interdizione che sembra presupporre l’intercalare del noto personaggio comico Cetto Laqualunque («<em>ntu&#8230;. ai cittadini</em>»).</p>
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		<title>La flessibilità (o precariato) alla prova della crisi</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 09:13:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diego Menegon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di DIEGO MENEGON &#8211; Monti ha ribadito i suoi propositi: varare entro marzo una riforma del lavoro che anteponga la ripresa economica alla sacralità di alcuni dogmi. Una riforma del lavoro è quanto mai necessaria, sia per ridar fiato all’economia, che per dar speranze a chi oggi cerca lavoro. In pochi anni, il lavoro flessibile, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di DIEGO MENEGON &#8211; Monti <a href="http://www.corriere.it/politica/12_febbraio_03/monti-lavoro-tutelare-chi-si-trova-in-schiavitu_f06382f6-4e79-11e1-af4c-6a00aeffb10f.shtml" target="_blank">ha ribadito i suoi propositi</a>: varare entro marzo una riforma del lavoro che anteponga la ripresa economica alla sacralità di alcuni dogmi. Una riforma del lavoro è quanto mai necessaria, sia per ridar fiato all’economia, che per dar speranze a chi oggi cerca lavoro.</p>
<p><strong>In pochi anni, il lavoro flessibile, o precario, che dir si voglia, ha sia creato che distrutto occupazione.</strong><br />
Nel 1996, il tasso di disoccupazione in Italia si attestava all’11,2%, superiore di 4 decimi percentuali alla media dei paesi che di lì a poco avrebbero adottato la moneta unica europea. Nel 1997 viene varato il cosiddetto pacchetto Treu, la legge che ha introdotto le prime forme di lavoro flessibile (o precario), quali il lavoro interinale, il contratto a tempo determinato, il part time, i contratti di formazione lavoro, i tirocini e gli stage.<br />
<strong>Sei anni dopo fu approvata la Legge Biagi, che ha completato l’edificio del lavoro flessibile. Quattro anni dopo il tasso di disoccupazione scendeva al 5,9%</strong>, quasi due punti percentuali in meno rispetto alla media dell’area Euro.<br />
<span id="more-38209"></span><br />
<strong>Il dibattito pubblico, fino a tre anni fa, non aveva al suo centro la mancanza di lavoro, ma la sua qualità</strong>, le tutele per quanti non riuscivano ad ottenere un mutuo, la dicotomia del mercato del lavoro, diviso da una tipologia di contratto sorretto da diritti stringenti e da una selva di contratti di breve durata.</p>
<p><strong>Alla prova della crisi, il dualismo del mercato del lavoro non ha retto. Il precariato si è tradotto in disoccupazione.</strong> Il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’8,9%; quasi un milione di persone in più cerca lavoro. Ma <strong>se scomponiamo il dato ci accorgiamo che a cercare lavoro è il 31% dei giovani dai 15 ai 24 anni.</strong> Un dato di 10 punti percentuali più alto della media dell’area euro.</p>
<p>Le imprese che hanno tra i propri dipendenti prevalentemente lavoratori con contratti di tempo indeterminato sono più esposte alla crisi e al rischio di rimanere schiacciate dal fisco, dalla burocrazia e dalla rigidità del mercato del lavoro. L’unica via di fuga, in alternativa alla chiusura immediata, è la cassa integrazione e la mobilità (nel 2011, la sola cassa integrazione ha coinvolto circa mezzo milione di lavoratori). <strong>Le imprese che hanno fatto più largo uso di contratti flessibili, possono adeguare la propria forza lavoro al volume di affari che va riducendosi, lasciando però a casa persone, per lo più giovani, a cui non spetta alcun sussidio.</strong> Nel 2011 sono stati spesi 18 miliardi di euro per politiche passive del lavoro (sussidi, cassa integrazione e mobilità). <strong>Ma le risorse non sono state equamente distribuite.</strong> A chi accede alla cassa integrazione viene garantito l’80% dello stipendio e la costanza del rapporto di lavoro. A chi conclude un rapporto di lavoro a tempo determinato non spetta nulla.</p>
<p>Assumiamo, invece, il punto di vista di <strong>un’impresa che vuole investire in Italia; questa si trova di fronte a un dilemma</strong>: scommettere sui propri dipendenti stipulando contratti a tempo indeterminato nella consapevolezza che i costi di licenziamento sono elevati e che un processo davanti al giudice dura in media 2 anni e 9 mesi; oppure, giocare su un forte <em>turnover</em>, con contratti a tempo determinato, disperdendo però le energie investite in formazione. Spesso, nell’incertezza, desiste dai suoi intenti.</p>
<p><strong>Per superare il dualismo del mercato del lavoro, la soluzione capace di metter d’accordo più persone</strong> (almeno tra quanti non fanno dell’articolo 18 un tabù) <strong>è il contratto unico del lavoro.</strong> Stop al precariato, ma al prezzo di minori rigidità in uscita. L’idea è semplice: falcidiare la selva di contratti esistenti sostituendoli con un solo contratto, a tempo indeterminato.<strong> Le tutele in caso di licenziamento sono costituite da un ammortizzatore sociale a copertura universale.</strong></p>
<p>Per garantire la certezza del diritto a quanti hanno già stipulato un contratto a tempo indeterminato secondo condizioni che tenevano conto per l’appunto delle tutele giuridiche sottese al rapporto, le nuove regole potrebbero valere solo per i nuovi contratti.<strong> Le posizioni si diversificano quando si tratta di stabilire su chi debba ricadere il costo degli ammortizzatori sociali.</strong> La proposta di legge Raisi-Della Vedova prevede un’indennità, rapportata all’anzianità, a carico dell’impresa, a cui si aggiunge un sussidio erogato per un anno attraverso i contributi sociali versati da lavoratori e imprese all’INPS. La proposta Ichino prevede la costituzione di enti bilaterali diversi dall’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, che raccolgono i contributi delle imprese.</p>
<p>Il modello proposto, che avvicinerebbe l’Italia all’idealtipo di <em>flexsecurity</em> danese, ripianerebbe, nel tempo, le distorsioni create dalle normative vigenti. <strong>Molte garanzie oggi precluse ai cosiddetti precari verrebbero riconosciute a tutti.</strong> Perdere il lavoro non sarebbe più un dramma e il mutuo non più un miraggio.<strong> Il contratto unico presenta vantaggi anche per le imprese:</strong> possono investire sulla formazione dei propri lavoratori potendo contare sulla loro crescita in azienda, avrebbero un quadro più certo dei costi del licenziamento e questo incentiverebbe nuove assunzioni e quindi nuove opportunità per chi cerca occupazione.</p>
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		<title>Europa: la Croazia continua a crederci</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 09:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marina Szikora</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il mondo e noi]]></category>
		<category><![CDATA[Croazia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[Szikora]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>

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		<description><![CDATA[- Recentemente ho accompagnato il leader radicale Marco Pannella a Zagabria. Il suo ritorno in Croazia ha risvegliato ricordi emozionanti: vent&#8217;anni fa, il Capodanno di Osijek, trascorso nelle trincee sotto gli attacchi dell&#8217;aggressore, in divisa croata come segno di solidarietà, da non violento, insieme ai compagni radicali per chiedere l&#8217;immediato cessate il fuoco e il riconoscimento internazionale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>- Recentemente ho accompagnato il leader radicale Marco Pannella a Zagabria. Il suo ritorno in Croazia ha risvegliato ricordi emozionanti:<strong> vent&#8217;anni fa, il Capodanno di Osijek, trascorso nelle trincee sotto gli attacchi dell&#8217;aggressore, in divisa croata come segno di solidarietà, da non violento, insieme ai compagni radicali per chiedere l&#8217;immediato cessate il fuoco e il riconoscimento internazionale della Croazia indipendente.</strong> Sin da quei giorni così duri, bagnati di sangue e dell&#8217;ingiusta interruzione di molti ideali e progetti giovanili, la Croazia sognava un sogno unico: essere uno stato indipendente ed europeo, far parte della vecchia signora Europa cui da sempre apparteneva.</p>
<p><span id="more-38004"></span>Per tutti questi anni, affrontando un destino consueto per molti paesi in transizione, con tante debolezze, frustrazioni, pur sempre appesantita dalle conseguenze della guerra (ancor oggi il Paese non è tornato al livello economico di prima della guerra), durante un processo di negoziati di adesione così lungo e sfiancante, il più lungo rispetto a tutti gli altri paesi che oggi fanno parte dell&#8217;Ue, <strong>la Croazia è rimasta fedele al suo obiettivo europeo.</strong><br />
Alla domanda, come la trova oggi, questa Croazia rispetto a quel paese per la cui libertà e riconscimento lottava con le armi della nonviolenza, Pannella ha risposto fermamente: proprio così come me la immaginavo,<strong> incamminata con successo verso l&#8217;Europa, non quella delle patrie ma quella della Patria europea.</strong></p>
<p>Forse, sapendo con quanta lealtà verso l&#8217;Europa la Croazia ha affrontato tutte queste difficoltà, non dovrebbe sorprendere l&#8217;esito del referendum dello scorso 22 gennaio che ha visto la vittoria del Sì croato all&#8217;Ue.<br />
In un momento così particolare per questa Unione così debole e nel più profondo della sua crisi,<strong> il voto croato dovrebbe risvegliare l&#8217;attenzione di tutti quelli in Europa che forse consideravano questo Paese marginale e di poco conto:</strong> il prossimo 28-esimo paese membro dell&#8217;Ue forse catturerà l&#8217;attenzione e permetterà un momento di riflessione seria: sì,<strong> ci sono ancora quelli che vogliono credere nell&#8217;Europa, forse più che mai nell&#8217;Europa dei suoi fondatori.</strong><br />
Secondo me, non importa in questo momento la più bassa affluenza alle urne dei cittadini croati rispetto alle altre nazioni delle precedenti adesioni.<br />
Domani questo si dimenticherà&#8230;</p>
<p>Le spiegazioni del perché sono diverse. La più facile è quella che deriva dalle <strong>preoccupazioni per quello che accade nelle vicinanze</strong>: a partire dalla durezza ungherese, per non parlare dell&#8217;ormai incancrenita situazione greca, aggiungendovi la gente in piazza in Romania&#8230; E poi l&#8217;Italia, il Bel Paese che per i croati è sempre stata la destinazione preferita. Le rigidità di Regno Unito e Francia, che storicamente non hanno mai optato a favore della Croazia. Il costante pensiero: che cosa comporta l&#8217;ingresso nel club dei 27? La perdita dell&#8217;identità nazionale che è stata conquistata con così tanto sangue e sudore? Quasi sette anni di un processo così frustrante e con condizionamenti che non sembravano finire mai, la delusione verso il Tribunale dell&#8217;Aja per i crimini commessi in ex Jugoslavia. Comprensibilmente, tutta questa confusione desta preoccupazione e molti dubbi. E poi, nell&#8217;ultimo mese prima del referendum, molto molto chiasso da parte degli euroscettici entrati in gara contro la campagna di tutti i partiti parlamentari.</p>
<p>Altra spiegazione: a differenza degli altri paesi finora aderenti, la Croazia ha avuto le elezioni parlamentari solo poco meno di due mesi fa. <strong>Oltre le aspettative, i cittadini della Croazia ormai stanchi di otto anni di un governo i cui più alti rappesentanti devono rispondere per diversi scandali di corruzione, a partire dall&#8217;ex premier Ivo Sanader, avevano risposto con una alta partecipazione al voto</strong> scegliendo con una maggioranza netta la coalizione dei partiti della sinistra guidati dall&#8217;attuale premier Zoran Milanović. Va sottolineato che<strong> nel Parlamento sono entrati tutti i partiti proeuropei</strong>, e soltanto un seggio è stato affidato alla parlamentare il cui partito si oppone all&#8217;ingresso della Croazia nell&#8217;Ue, almeno per ora.<strong> In questo senso, già questo è stato un forte Sì degli elettori croati al futuro europeo del loro Paese.</strong></p>
<p>Infine, un altro particolare da tener presente: un dato bizzarro che per anni ha sorpreso l&#8217;opinione pubblica croata e questa volta non è stato trascurato nemmeno dalle agenzie di stampa internazionali:<strong> oltre quattro milioni e mezzo di elettori in uno stato che secondo l&#8217;ultimo censimento di fine giugno 2010 conta appena 4,2 milioni di abitanti.</strong> Si tratta senza dubbio di una rarità in termini mondiali. Il nuovo governo di coalizione intende già da quest&#8217;estate adottare le modifiche della Legge sulla residenza e permanenza dei cittadini:ciò consentirebbe di aggiornare entro la metà del 2013 e la data delle elezioni locali il numero degli elettori. Proprio per questo particolare così bizzarro,<strong> la percentuale reale dei votanti a questo referendum europeo sarebbe più alta rispetto al 43,51% dei dati ufficiali della Commissione elettorale statale.</strong></p>
<p>Il segnale dato all&#8217;Europa, in ogni caso, è forte. Nessuno nel Paese si attende miracoli o miglioramenti dall&#8217;oggi al domani.</p>
<blockquote><p> &#8221;Per la Croazia, soprattutto per il governo, quello attuale e qualche futuro, il risultato del referendum è un obbligo grande e difficile a continuare le rifome e far sì che la Croazia sia completamente compattibile con gli alti standard in tutti i settori della vita. Soltanto così potrà affronatare i cittadini che hanno votato CONTRO e dire loro che avevano temuto l&#8217;Europa ingiustamente. è importante che la Croazia, e soprattutto il potere, non siano presi da un esagerato euroottimismo, dalle aspettative che l&#8217;Ue di per se sarà la medicina per tutte le nostre debolezze. L&#8217;Europa ci sarà utile così come saremo in grado di lavorare&#8221;</p></blockquote>
<p>ha scritto il presidente croato Ivo Josipović.</p>
<p>Ed è assolutamente vero:<strong> è solo l&#8217;inizio, le nostre speranze e l&#8217;ottimismo che pur esistono devono diventare azione e risultato. Ne saremo all&#8217;altezza?</strong> Dipende da noi, ma dipende anche dall&#8217;Europa, se saprà riconoscerci e valutarci.<br />
Noi ci crediamo quando molti sembrano non crederci più.</p>
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		<title>Formidabili quegli anni/3. Più che l&#8217;ideologia, contò la demografia</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 10:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Flavia Perina</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale umano]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
		<category><![CDATA[baby boomers]]></category>
		<category><![CDATA[Formidabili quegli anni]]></category>
		<category><![CDATA[Perina]]></category>
		<category><![CDATA[tabù]]></category>

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		<description><![CDATA[- Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l&#8217;Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L&#8217;immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d&#8217;oggi è un riferimento epico, all&#8217;apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>- Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l&#8217;Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L&#8217;immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d&#8217;oggi è un riferimento epico, all&#8217;apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si stesse meglio quando si stava peggio? Apre la discussione Claudia Biancotti con un po&#8217; di domande a quelli che, direttamente o solo intellettualmente, hanno vissuto o interpretato quella stagione; loro rispondono, lungo tutto l&#8217;arco costituzionale e anche oltre. <a title="Formidabili quegli anni" href="http://www.libertiamo.it/tag/formidabili-quegli-anni/" target="_blank">Stanno rispondendo</a>, uno ogni giorno, Carlo Lottieri, Flavia Perina, Giovanni Guzzetta, Gianfranco Pasquino, Giorgio Lisi e Luciano Lanna (&#8230; e qualcun altro si aggiungerà), anche sul sito <a href="http://www.futuroeliberta.it/" target="_blank">www.futuroeliberta.it</a>.</p></blockquote>
<p>Nel 2008 il network americano Abc produsse una serie ispirata alla più famosa canzone di David Bowie, <em>Life on Mars</em>.</p>
<p>La trama è suggestiva: il protagonista Sam Tyler <strong>è un detective della polizia di New York che, a causa di un incidente, si risveglia nell&#8217;anno 1973</strong> e si ritrova in servizio nella squadra investigativa del 125º distretto della Grande Mela. La forza della serie è <strong>la ricostruzione fedele del clima metropolitano degli anni &#8217;70.<span id="more-38083"></span></strong></p>
<p>E la cosa più sorprendente è <strong>la quantità di giovani che si vedono ovunque</strong>: sono giovanissimi i poliziotti, i giornalisti, i passanti, i frequentatori di bar, ristoranti e locali. Un effetto straniante, che in parte si ritrova anche negli “esterni” di una <em>fiction</em> italiana molto famosa, <em>Romanzo Criminale</em>.</p>
<p>Quando ci chiediamo perchè gli anni Settanta sembrano “pieni di sostanza” rispetto agli attuali, più veloci e più interessanti, parliamo anche di questo. <strong>Tra il 1945 e il 1960 in Italia il numero annuo delle nascite superò il milione.</strong> Nell&#8217;anno scolastico 1962-1963 gli alunni delle scuole medie erano 4 milioni e 800mila. Per fare un raffronto, oggi in Italia i ragazzi fra i 15 e i 19 anni (stranieri compresi) sono appena 2 milioni e 800mila. <strong>Forse il numero non è potenza, ma è sicuramente energia.</strong> Significa più innovazione, più curiosità, più velocità, più interazione personale, più dinamismo.</p>
<p>Il martirologio degli anni di piombo ha cancellato la straordinaria avventura politico-esistenziale dei <em>baby boomers</em>, che <strong>non hanno generato solo estremismi e sangue ma soprattutto, e per la prima volta, una cultura generazionale condivisa</strong> molto più profonda e persistente di quello che comunemente si pensa.</p>
<p>Era la cultura dell&#8217;assemblea e dell&#8217;impegno: <strong>la musica, la letteratura, la politica, il viaggio, persino la moda o il cinema, non potevano essere solo “consumati”</strong>, perché c&#8217;era l&#8217;ambizione di produrli in proprio, a propria immagine, senza mediazioni.</p>
<p>La retorica degli adulti ha raccontato quegli anni come quelli dei “cervelli all&#8217;ammasso”, dell&#8217;ideologia che annienta l&#8217;individualità. <strong>In realtà furono quelli del superamento continuo, a destra come a sinistra, del luogocomunismo:</strong> sul mio versante ricordo la scoperta del <em>fantasy</em> o della musica rock (che qualcuno, a destra, ancora recensiva come &#8220;musica del demonio&#8221;) e <strong>la curiosità per autori di nicchia, da Fante a Chatwin</strong>, che stavano benissimo a fianco di Celine o La Rochelle. Ricordo le <em>fanzine</em> di fantascienza, le avventure grafiche dei Metal Hurlant, il Linus di Oreste Del Buono che piaceva per Corto Maltese ma anche per l&#8217;antimilitarista Doonesbury o la femminista Valentina.</p>
<p>Non ci si limitava a leggerli, a &#8220;usarli&#8221;.<strong> La dimensione dell&#8217;epoca ne faceva il motore di seminari, cineforum, dibattiti autoprodotti e propaganda:</strong> la colonna delle recensioni era la prima che si leggeva sulle riviste ciclostilate dell&#8217;epoca, ed era più facile litigare su un film che su un saggio politico.</p>
<p>I &#8220;numeri&#8221; resero enormemente potente questa dinamica.<strong> Anche grazie a quei numeri, per la prima volta il dato anagrafico si impose su ogni altra suddivisione di classe</strong> – il censo, la provenienza geografica, il sesso, il livello culturale – consolidando una cultura generale compatta che oggi è evidente, ad esempio, nell&#8217;approccio alla politica di chi si è formato in quella stagione, da Fini a Veltroni.</p>
<p>I due archetipi della società novecentesca, <strong>il “Dio patria famiglia” di tutte le destre e “il partito ha sempre ragione” di tutte le sinistre, finirono archiviati lì, tra un&#8217;occupazione universitaria e un Campo Hobbit</strong>, tra un Parco Lambro e una manifestazione referendaria. E il confronto con la storia, spesso doloroso, insegna a tutti la cultura degli “strappi” e il valore dell’eresia.</p>
<p>Sono eretici quelli del “manifesto”, espulsi nel ’68 per le posizioni sull’invasione della Cecoslovacchia. <strong>Eretici i ragazzi del Fronte della Gioventù cacciati perché contestano la campagna per la pena di morte del Msi.</strong> Eretico l’assalto di Luciano Lama dall’università di Roma, eretica la partecipazione della destra al movimento antinuclearista degli indiani metropolitani.</p>
<p><strong>La tendenza a rompere i tabù, anche quelli della propria identità e formazione, è il dato più caratteristico dei <em>baby boomers</em>:</strong> una tendenza diametralmente opposta al costante stato di paura in cui oggi vive la politica terrorizzata dall’idea di entrare in contrasto con i suoi elettori e di perdere terreno nei sondaggi.</p>
<p>Nel suo articolo-provocazione Claudia Biancotti ha descritto l’Italia degli anni ’70 come un Paese meno scolarizzato, meno prospero, più provinciale, culturalmente arretrato e fortemente clientelare. <strong>Forse questa era la realtà degli adulti: i ragazzi, in qualunque liceo o facoltà, parlavano di filosofia, storia o urbanistica con maggiore competenza e curiosità intellettuale di molti insegnanti di oggi.</strong></p>
<p>La figura del bamboccione, del paninaro vanesio e superficiale, irrompe nell’immaginario collettivo alla fine di tutto, negli anni ’80, sull’onda del disimpegno e delle prime trasmissioni di Drive In, che infatti ne fa una macchietta televisiva. <strong>La società italiana accolse quella svolta con un sospiro di sollievo</strong>, perché segnava la fine del sangue e del terrorismo, il tramonto del volto oscuro dei &#8220;bastardi ‘70&#8243;, come li ha definiti Maurizio Sacconi.</p>
<p>Oggi, con il senno di poi, stremati da troppi anni di plastica, <strong>ci accorgiamo che i <em>baby-boomers</em> produssero molto di più di una trentina di sigle eversive.</strong> A cominciare da una definizione della politica straordinariamente moderna. <strong>Non ideologia, non chiesa, non amministrazione di condominio o esperimento sociologico</strong>, non &#8220;l’arte del possibile, della speculazione, del calcolo, degli intrighi, degli accordi segreti e dei maneggi da faccendiere&#8221;, ma come disse Vaclav Havel, il simbolo della primavera di Praga, <strong>&#8220;l’arte dell’impossibile, l’arte per rendere migliori se stessi e il mondo&#8221;</strong>.</p>
<p><em>Nella stessa serie</em></p>
<ol>
<li><strong><a href="http://www.libertiamo.it/2012/02/01/formidabili-quegli-anni-o-no/" target="_blank">Formidabili quegli anni. O no?</a></strong> di Claudia Biancotti</li>
<li><strong><a href="http://www.libertiamo.it/2012/02/02/formidabili-quegli-anni2-nessuna-nostalgia-per-i-fanatici-dellapocalisse/">Formidabili quegli anni/2. Nessuna nostalgia per i fanatici dell’Apocalisse</a></strong> di Carlo Lottieri</li>
</ol>
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		<title>Nell’Italia delle questioni irrisolvibili, le soluzioni sono sempre sbagliate</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 09:45:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Linguiti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale umano]]></category>
		<category><![CDATA[Partiti e Stato]]></category>
		<category><![CDATA[articolo 18]]></category>
		<category><![CDATA[Goethe]]></category>
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		<category><![CDATA[Viaggio in Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[- La sera feci una divertente conoscenza. Mi fermai in una botteguccia di merciaio sulla via principale per  farvi alcuni piccoli acquisti. Mentre stavo davanti al negozio ad osservare la merce, si levò una leggera folata di vento, che in un attimo, turbinando lungo l’intera strada, riempì botteghe e vetrine di polvere. &#60;&#60;per tutti i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>- La sera feci una divertente conoscenza. Mi fermai in una botteguccia di merciaio sulla via principale per  farvi alcuni piccoli acquisti. Mentre stavo davanti al negozio ad osservare la merce, si levò una leggera folata di vento, che in un attimo, turbinando lungo l’intera strada, riempì botteghe e vetrine di polvere.<br />
&lt;&lt;per tutti i santi&gt;&gt; esclamai &lt;&lt;di dove viene, mi dica, tanta sporcizia nella vostra città? Non è possibile rimediarvi?&gt;&gt;  Questa via di Palermo gareggia in lunghezza e bellezza col Corso di Roma; la pulizia dei marciapiedi è assicurata da tutti i padroni dei negozi e dei fondachi laterali, che scopano instancabili, spingendo l’immondizia nel mezzo della strada e rendendola pertanto sempre più sudicia, sicché una ventata basta a restituirvi tutti i rifiuti di cui l’avete gratificata. A Napoli, ogni giorno, dei bravi ciuchini portano la spazzatura negli orti e nei campi: &lt;&lt; non potreste anche voi prendere un’ iniziativa del genere?&gt;&gt;<br />
&lt;&lt;Da noi le cose stanno come stanno&gt;&gt; replicò il bottegaio &lt;&lt; quel che buttiamo fuori di casa rimane a marcire a mucchi davanti alla porta&gt;&gt; (…)<br />
Quando gli ripetei  la domanda se non vi fosse modo di ovviare al guaio, mi rispose che, secondo la voce popolare, proprio coloro che avrebbero dovuto provvedere alla pulizia delle strade non si potevano costringere, dato il grande ascendente di cui godevano, a far buon uso del pubblico denaro; si aggiungeva la bizzarra circostanza che, rimuovendo quel lurido strame, sarebbero divenute visibili le pietose condizioni del lastrico sottostante, il che avrebbe messo in luce le malversazioni d’un altro ramo delle casse civiche. Ma tutte queste, continuò con beffardo sottinteso, non erano che dicerie di malintenzionati – mentre lui condivideva l’opinione di chi affermava che quello strato morbido di immondizia riusciva gradito alla nobiltà, desiderosa di fare la sua tradizionale scarrozzata su di un terreno elastico. E qui il negoziante, una volta preso l’aire, commentò facetamente parecchi altri abusi del potere, dandomi la consolante prova che l’uomo conserva pur sempre abbastanza umorismo per ridere dei mali cui non può sottrarsi.</p></blockquote>
<p>Le parole che avete letto finora le ha scritte <strong>Johann Wolfgang Goethe</strong> alla fine nel settecento in una pagina del suo straordinario diario <strong>“Viaggio in Italia”</strong>.</p>
<p><strong>Una pagina che è un racconto esemplare, per certi versi una parabola.</strong> Racconto di quelli che una volta venivano posti all’attenzione degli studenti per introdurli alle chiavi di interpretazione del presente. Il senso di questa pagina  di diario (uno dei sensi) è quello di una “Italia del paradosso”. Paradosso sociale, culturale, politico. Il livelli ideologici e pragmatici di ogni singolo cittadino si fondono nella dimensione culturale paradossale  delle nostre istituzioni e delle loro  azioni. Cittadino e istituzione sono espressione della nostra cultura.</p>
<p><strong>Viviamo da sempre nella patria dell’irrisolvibilità dei punti di vista e dei ruoli.</strong> Non siamo protestanti, quindi manco calvinisti. Viviamo felicemente la nozione di verità nei suoi termini di assenza.<strong> Non siamo, quindi, binari. Le nostre sono logiche analogiche. Allo 0/1 e al bianco/nero preferiamo le logiche transitive, ossia, il “né, né”.</strong> Forme e stati in modificazione continua. Le forme della nostra cultura  sono come la realtà, nel senso che le assomigliano e si adeguano ad essa. Non sono binarie nel senso che non cercano di ricondurre la realtà a principi attraverso i quali fondare la lettura della realtà stessa.</p>
<p><strong>Le formule di autorappresentazione della politica sono una perfetta espressione di questa logica.</strong> Nell&#8217;oggi, ad esempio, la classe dirigente politica si autosospende per far svolgere il lavoro sporco ad una presunta classe di tecnici ma poi, tranne in casi rari, non si schiera compiutamente né a favore, né contro i tecnici.</p>
<p><strong>Chi si pone al di fuori della poetica del “né, né” nell’immaginario politico del nostro paese non può che essere inteso come un “fuori contesto”, o come un “non pervenuto”, o ancor peggio come un provocatore.</strong> Mario Monti, che è di attitudini protestanti, ergo binarie,  non può che essere letto socialmente in tal modo. Il premier pone  alla riflessione comune un punto di vista “risolutivo” di  argomenti che in Italia potremmo tranquillamente definire aporie o più chiaramente “irrisolvibilità culturali”. L’ultima è quella rappresentata dalla frase di Monti: &#8216;Il posto fisso, che monotonia&#8217;.</p>
<p>Scanalando sul web ho trovato questi <strong>tre commenti</strong>:<br />
<strong>1)</strong> La frase di Monti sui giovani e il posto fisso: se l’avesse detta Steve Jobs tutti sarebbero stati ad osannarlo, come stanno ad osannare la sua  frase &#8220;stay hungry, stay foolish!&#8221;. Se invece la dice Monti ecco che arrivano gli incazzati, i distinguo italioti&#8230; mah.<br />
<strong>2)</strong> E Monti ti dice che il posto fisso è noioso, meglio scegliere una carriera più dinamica. Niente da dire, però sarebbe, forse, più onesto se dicesse chiaramente che non è questione di noia, ma di necessità. Che la scelta non esiste. Fa rima e c&#8217;è, stacce.<br />
<strong>3)</strong> E adesso ci spieghi perché le banche di merda non ci danno un mutuo se non abbiamo un posto fisso!</p>
<p><strong>Queste tre riflessioni hanno tutte e tre un principio di verità.</strong> Ecco cos’è un’aporia – ecco in cosa consiste la nostra logica. Non riusciamo a venirne fuori. Questa è la nostra forza e la nostra debolezza. Ma forse una certezza l’abbiamo… ci ricorda una ragazza su Facebook: “L’unica garanzia che l’ uomo deve avere presente è la morte così rimarrà vivo per sempre”. E abbiamo risolto l’aporia.</p>
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		<title>La responsabilità civile dei magistrati, l’articolo 18 della giustizia</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 09:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carmelo Palma</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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		<description><![CDATA[di CARMELO PALMA – La responsabilità civile dei magistrati è tema che certo appartiene al repertorio berlusconiano. Come tante delle cose giuste, che il Cavaliere ha spregiudicatamente usato per ragioni ingiuste e per cause sbagliate – e non solo in materia di giustizia – anch’essa appare “in sé” berlusconiana, come una parte del conflitto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di CARMELO PALMA – <strong>La responsabilità civile dei magistrati è tema che certo appartiene al repertorio berlusconiano</strong>. Come tante delle cose giuste, che il Cavaliere ha spregiudicatamente usato per ragioni ingiuste e per cause sbagliate – e non solo in materia di giustizia – anch’essa appare “in sé” berlusconiana, come una parte del conflitto di interesse politico-giudiziario che il Cavaliere si è portato appresso per quasi vent’anni. Ma non è affatto così.</p>
<p>Il tema infiammò l’Italia ben prima che Berlusconi se ne servisse e altri si servissero di Berlusconi per sputtanarne la rispettabilità.<strong> Fu il caso (giudiziario) Tortora ad aprire il caso (politico) della disuguaglianza dei giudici davanti alla legge.</strong> L’ostilità del “partito dei giudici” rimonta ad allora, ben prima che, nell’Italia berlusconiana, il “partito degli imputati” si incaricasse di fronteggiarla in una guerra continuamente dichiarata e sempre perduta. <span id="more-38196"></span></p>
<p>Quando nel 1987 il “partito dei giudici” provò a spiegare all’Italia che <strong>la libertà dei magistrati si fonda costituzionalmente sulla loro irresponsabilità</strong>, la persuase così poco che anche i partiti più disponibili a fiancheggiarne le ragioni preferirono declinare lo scontro referendario, intrupparsi nel fronte del Sì e poi incaricarsi del lavoro sporco. A fare cioè in modo che nulla cambiasse, dopo che, con <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Referendum_abrogativi_del_1987_in_Italia">il voto dell’’80% degli italiani</a>, tutto era in teoria cambiato. Arrivò la <a href="http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1988-04-13;117 ">legge Vassalli</a> e da allora – è passato quasi un quarto di secolo – nulla si è più mosso, neppure di un millimetro.</p>
<p>Ieri il fronte berlusconiano ha segnato un punto. <strong>Dell’<a href="http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/440914/">emendamento approvato alla Camera</a> alla legge comunitaria si può dire &#8220;garantisticamente&#8221; tutto il male possibile: rispetto al cosa, al quando, al dove e al perché.</strong> E&#8217; stato un agguato teso da un partito, il PdL, che aveva poche ore prima concordato il voto contrario all&#8217;emendamento e l&#8217;approvazione di un ordine del giorno che impegnasse il governo a presentare un testo organico sul tema in tempi rapidissimi. Non servirà a nulla, se non a incarognire una discussione già, di per sé, fin troppo sensibile. Indebolirà la posizione del Ministro Severino e di quanti (non so quanti) vorrebbero che il confronto sul tema finisse in riforma e non in caciara. Offrirà <em></em> argomenti <em>ad adiuvandum </em>a quanti denunciano il carattere disuguale e opportunistico del garantismo berlusconiano. Tutto vero.</p>
<p><strong>Degli argomenti dei contrari – di quelli per cui “la responsabilità civile dei magistrati è un attentato all’indipendenza della magistratura” – non può però dirsi meglio, anzi occorre onestamente dire peggio.</strong> E peggio, mille volte peggio, deve dirsi di questa sorta di opera dei pupi – lo scontro eterno tra i paladini della giustizia e i saraceni dell’ingiustizia – che i pupari sono sempre pronti a mettere in scena quando la discussione inciampa in uno degli impronunciabili tabù del politicamente corretto. <strong>La responsabilità civile dei magistrati è diventata l’articolo 18 della giustizia.</strong></p>
<p>Non se ne può parlare e chi se ne dichiarava persuaso deve oggi opportunamente ritrattare, per non darla vinta al Caimano. Ma non si serve così la causa della giustizia. <strong>L’emendamento Pini va rottamato? Perché – come dice il ministro Severino – va migliorato o perché apre un dossier che deve rimanere chiuso?</strong></p>
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		<title>Quando la &#8220;natura&#8221; chiama, Levi&#8217;s risponde</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 09:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Venanzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Più Azzurro, Più Verde]]></category>
		<category><![CDATA[cellulosa]]></category>
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		<description><![CDATA[- Con l’ecologico tanto in voga, anche i jeans si tingono di ambientalismo. E così Levi’s, il leggendario marchio di pantaloni, ha deciso di mettere sull’attenti le industrie forestali asiatiche, minacciando la rottura dei rapporti commerciali qualora i suddetti non si adeguassero agli standard di sostenibilità per arginare il disboscamento delle foreste pluviali. La casa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>- Con l’ecologico tanto in voga, anche i jeans si tingono di ambientalismo.</p>
<p>E così<strong> Levi’s, il leggendario marchio di pantaloni, ha deciso di mettere sull’attenti le industrie forestali asiatiche, minacciando la rottura dei rapporti commerciali</strong> qualora i suddetti non si adeguassero agli standard di sostenibilità per arginare il disboscamento delle foreste pluviali. La casa di moda di San Francisco non si è limitata agli avvertimenti e ha già provveduto a <strong>troncare le relazioni con diversi fornitori.<br />
<span id="more-38179"></span><br />
</strong>Nobile causa, si direbbe, ed è bene che colossi come Levi’s disincentivino comportamenti nocivi per i polmoni verdi del pianeta. A ben guardare, però,<strong> non è certo un disinteressato e pregevole sentimento ambientalista a muovere Levi’s, bensì una ragionata operazione commerciale.</strong> Dato il potere che le lobby ambientaliste detengono, sarebbe alquanto sconveniente contraddirle; senza contare, poi, <strong>la pubblicità gratuita che il gruppo d’abbigliamento ha ricavato</strong> da una strategia impeccabilmente in linea con i dettami del sentire ecologista così di moda.</p>
<p>Ben venga, penseranno alcuni, che dei gruppi di pressione come Greenpeace e una mentalità diffusa costringano le aziende a voltare le spalle a chi antepone il profitto al futuro del pianeta, al di là delle ragioni che le muovono. Tuttavia, prendendo le mosse da un dibattito di superficie, <strong>il criterio seguito dagli ambientalisti nel mettere all’indice certe aziende merita un’analisi più profonda.</strong></p>
<p>I produttori abbandonati da Levi’s sono <strong>rei di aver contravvenuto ai dettami della certificazione FSC – Forest Stewardship Council – che fissa degli standard pressoché irraggiungibili per le disponibilità delle aziende dei paesi emergenti</strong>, dando luogo a forti discriminazioni commerciali tutte a favore dei più fortunati <em>competitor</em> occidentali, protetti in tal modo da un colbertismo in salsa ecologica.</p>
<p>Realisticamente, non c’è da biasimare Levi’s per aver difeso i propri interessi aziendali, ma Greenpeace e gli altri in combutta con il Forest Stewardship Council. <strong>Il peccato originale delle lobby verdi non è certo quello di pretendere comportamenti più rispettosi nei confronti della Terra, ma confondere la tutela ambientale con l’ideologia anticapitalista</strong> che demonizza la crescita e la produzione.</p>
<p><strong>E’ soltanto grazie al maggiore benessere che la Londra di Dickens è diventata la metropoli dei bus elettrici.</strong> Ostacolare lo sviluppo asiatico con metodi protezionisti non giova alle foreste pluviali ma al bieco sfruttamento della manodopera – troppo spesso minorile – e delle risorse naturali.</p>
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		<title>Io non voglio il posto fisso, voglio lavorare, guadagnare, crescere</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 10:31:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piercamillo Falasca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Capitale umano]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
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		<description><![CDATA[di PIERCAMILLO FALASCA &#8211; Io non voglio il posto fisso, non è una mia aspirazione di vita. Io voglio lavorare, guadagnare, affermarmi nella vita e nel lavoro, cambiare e crescere cambiando. Allo Stato non domando garanzie, che so essere illusorie, costose e inique: chiedo piuttosto che rimuova gli ostacoli alla libera espressione del merito e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di PIERCAMILLO FALASCA &#8211; <strong>Io non voglio il posto fisso</strong>, non è una mia aspirazione di vita. Io voglio lavorare, guadagnare, affermarmi nella vita e nel lavoro, cambiare e crescere cambiando. Allo Stato non domando garanzie, che so essere illusorie, costose e inique: <strong>chiedo piuttosto che rimuova gli ostacoli alla libera espressione del merito e della creatività</strong>, alla concorrenza del piccolo con il grande, del nuovo con il consolidato; che intervenga in sostegno dei disoccupati, aiutandoli a ritrovare un lavoro e nel frattempo fornendo loro i mezzi reddituali perché la perdita di lavoro non li trascini nell’indigenza e nella povertà, soprattutto se sono avanti negli anni; che investa risorse nella formazione, nella ricerca e nell’innovazione tecnologica; che renda il sistema del credito più aperto e accessibile a tutti, affinché le buone idee vengano finanziate e i progetti di vita delle famiglie (una casa, magari) siano sostenuti.<span id="more-38153"></span></p>
<p>Io non voglio il posto fisso, ma <strong>non sopporto che le regole del mercato del lavoro italiano abbiano di fatto determinato un regime di <em>apartheid</em></strong>, per far mio il termine usato ieri dal premier Mario Monti : gli iper-garantiti da un lato e gli esclusi dall’altro, gli illicenziabili e gli inassumibili, i sindacalizzati e i dimenticati, quelli che godono di un welfare robusto a spese degli altri, titolari di contratti atipici senza tutela alcuna. Il nostro futuro lavorativo – ormai l’abbiamo capito – sarà giocoforza meno lineare del passato, ma non per questo meno soddisfacente, se sapremo affrontarlo con la giusta mentalità, se sapremo rivendicare libertà e opportunità, senza pretendere la luna. Per poter godere di un welfare generoso e solidale con i più deboli, dobbiamo produrre ricchezza: non si può avere il primo senza la seconda.</p>
<p>Io non voglio il posto fisso, che pure è stato il mondo in cui i nostri padri sono vissuti e pasciuti, perché ho scoperto il trucco di quella realtà dorata: <strong>la società viveva a debito, scaricava sulla spesa pubblica e sulle generazioni future i costi enormi della stabilità</strong>, delle protezioni, dei “diritti acquisiti” e astruse formule di quel genere. Paradossalmente, chi oggi consente ai più giovani di andare avanti, in un’economia asfittica e povera di opportunità, è quel patrimonio accumulato dalle famiglie: tuo padre ti compra la casa o l’automobile, quando alla tua età poteva fare da sé.</p>
<p>E’ facile cadere nella retorica, rifugiarsi in una visione declinista, <strong>illudersi che si possa ad un tempo solo conservare l’Articolo 18 e stimolare l’occupazione e l’aumento dei salari</strong>, sognando magari che nei fiumi scorra miele e dal cielo piova oro. E’ più difficile, invece, accettare che il benessere non è garantito, che come accade da secoli ognuno è anzitutto artefice del proprio destino.</p>
<p>Qualche decennio fa l’Italia conobbe la guerra, la fame e la povertà assoluta. Eppure la società seppe progredire e arricchirsi, la prosperità si diffuse, il Paese fondò la sua rinascita sul lavoro e il sacrificio di ognuno. <strong>Non è piacevole per nessuno, ma è la vita</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>“<a href="http://www.facebook.com/group.php?gid=30594383730#!/group.php?gid=30594383730">Io non voglio il posto fisso, voglio guadagnare</a>”: è il nome di un fortunato gruppo Facebook, che creammo nel 2008, e che permise al sottoscritto e agli altri promotori di conoscersi e di riconoscersi, di raccontare storie e ambizioni di una generazione smarrita, senza riferimenti politici, senza numi tutelari, senza rappresentanza.</p></blockquote>
<p><strong><em>Twitter</em></strong>: <a href="https://twitter.com/#!/piercamillo">@piercamillo</a></p>
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		<title>Formidabili quegli anni/2. Nessuna nostalgia per i fanatici dell&#8217;Apocalisse</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 10:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitale umano]]></category>
		<category><![CDATA[anni 70]]></category>
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		<category><![CDATA[Formidabili quegli anni]]></category>
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		<category><![CDATA[scontri]]></category>

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		<description><![CDATA[- Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l&#8217;Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L&#8217;immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d&#8217;oggi è un riferimento epico, all&#8217;apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>- Libertiamo.it ospita un confronto tra due generazioni e mezza su temi antichi come l&#8217;Edipo Re: siamo migliori o peggiori dei nostri padri? L&#8217;immaginario politico degli anni Sessanta e Settanta ai giorni d&#8217;oggi è un riferimento epico, all&#8217;apparenza molto più alto di quello odierno, pregno di significati e di ispirazioni; ma siamo proprio sicuri che si stesse meglio quando si stava peggio? Apre la discussione Claudia Biancotti con un po&#8217; di domande a quelli che, direttamente o solo intellettualmente, hanno vissuto o interpretato quella stagione; loro rispondono, lungo tutto l&#8217;arco costituzionale e anche oltre. <a title="Formidabili quegli anni" href="http://www.libertiamo.it/tag/formidabili-quegli-anni/" target="_blank">Stanno rispondendo</a>, uno ogni giorno, Carlo Lottieri, Flavia Perina, Giovanni Guzzetta, Gianfranco Pasquino e Luciano Lanna (&#8230; e qualcun altro si aggiungerà), anche sul sito <a href="http://www.futuroeliberta.it/" target="_blank">www.futuroeliberta.it</a>.</p></blockquote>
<p>Anche la generazione che non sarebbe mai dovuta invecchiare, dato che si era identificata con la gioventù stessa, <strong>fa da tempo i conti con il passato e prende consapevolezza, nel corpo e nello spirito, che il tempo scorre.</strong></p>
<p>Ma il guaio è che<strong> adesso, come spesso capita, mitizza il mondo da cui proviene</strong>, volendo a tutti i costi<strong> illudersi di aver vissuto una bell’età, che sarebbe in qualche modo negata a chi è venuto dopo.</strong> I post-sessantottini sono sinceramente persuasi: e qualche volta riescono a convincere chi quel tempo non l’ha vissuto.</p>
<p>È forse da qui – da questa riscrittura a ritroso operata da intere schiere di reduci – che proviene <strong>una costante reinvenzione di quel Ventennio fondamentalmente buio e dominato da logiche autoritarie</strong> che sono stati gli anni Sessanta e Settanta.<br />
Un universo all’interno del quale non era neppure facile parlarsi, al punto che quando nel 1984 una casa editrice di destra, la Settecolori, pubblicò un volume di racconti autobiografici provenienti dal mondo comunista e da quello fascista, sembrò un mezzo miracolo.</p>
<p>In effetti,<strong> l’incapacità di riconoscere l’altro come persona, quali che fossero le sue idee</strong>, era stata l’elemento più caratteristico di una stagione segnata dal sogno (e dal timore) di rivoluzioni e colpi di Stato.<br />
Naturalmente <strong>ogni epoca ha pregi e difetti, e quella fase che dagli scontri di Genova per affondare il governo Tambroni conduce fino al crollo del “compromesso storico” non fa eccezione.</strong> Non ha torto chi rimpiange il sorriso di Claudia Cardinale o talune giocate di Luis Suarez, ma ovviamente il problema è altrove; poiché<strong> in quegli anni l’Italia non soltanto pone le premesse per la dissoluzione di una società economicamente robusta, ma soprattutto manda in crisi ogni possibilità di convivenza.</strong></p>
<p>Adesso c’è chi rimpiange l’impegno civile di quegli anni: la “partecipazione” celebrata da Giorgio Gaber in una nota canzone. <strong>Ma cosa s’intendeva, allora, per impegno? Bisogna infatti chiarire che il semplice “darsi da fare” per gli altri, in quella cultura, era apertamente condannato.</strong> Oggi è sicuramente stucchevole la celebrazione di certo umanitarismo mediatizzato, ma almeno c’è più consapevolezza che se qualcuno soffre è in primo luogo la coscienza di ognuno di noi a essere interpellata.</p>
<p>In quegli anni Sessanta e Settanta – che poi sono stati i primi vent’anni della mia vita – non era così.<strong> Nella logica intimamente totalitaria che dominava la scena, nulla doveva dipendere dalla contingente disponibilità a essere generosi</strong>, disinteressati, altruisti. La carità “benigna, paziente, rispettosa e tollerante” già esaltata da san Paolo agli albori della cristianità non era più la prima delle virtù umane.</p>
<p>Non una qualche passione per il prossimo dominava dunque la scena, ma semmai <strong>la cieca ossessione di un’età segnata dal trionfo della “religione civile”: dalla celebrazione della politica come dimensione salvifica.</strong> Se i giovani s’uccidevano in scontri tra bande, questo accadeva perché<strong> i nostalgici del Duce e gli innamorati di Mao e Che Guevara erano davvero</strong> – per usare fuori dal suo contesto una bella espressione di Norman Cohn –<strong> i nuovi “fanatici dell’Apocalisse”.</strong> E infatti nel corso del Novecento un mix tra lirismo e nichilismo ha compenetrato quasi tutte le famiglie culturali, né certo è un caso che vi siano autori (basti pensare a Nietzsche, o anche a Heidegger) che hanno conquistato l’intero spettro. Sono diventati icone a destra come a sinistra.</p>
<p>C’è un dato che è interessante ricordare, anche quale indizio di un quadro più generale.<br />
Nel 1964 – dopo l’uccisione di John Kennedy –<strong> il confronto elettorale per la Casa Bianca vide opporsi la prospettiva schiettamente interventista del welfarista Lyndon Johnson e, sul fronte repubblicano, la proposta vigorosamente anti-statalista di Barry Goldwater.</strong> Quest’ultimo perderà, e male, ma saranno i suoi scritti (a partire da The Conscience of a Conservative) e soprattutto i suoi discorsi ad aprire prospettive nuove: poi percorse da Ronald Reagan e da quanti – ancora oggi – cercano di contrastare Washington e il “Big Government”.</p>
<p>Ebbene,<strong> quell’Italia neppure si accorse di Goldwater, che è quasi più noto oggi di quanto non fosse cinquant’anni fa.</strong> L’America profonda, innamorata delle libertà e timorosa del potere statale, era incomprensibile non solo per i giovani militanti incolonnati dietro alle loro bandiere nere e rosse.<strong> Era soprattutto l’Italia “ufficiale”</strong> – quella di La Pira, Luigi Longo, Moro, don Milani, Almirante, Basso e Fanfani, ma anche dei Montanelli o dei Biagi – <strong>che era del tutto incapace di sintonizzarsi con quei principi e di avvertirne l’urgenza.</strong></p>
<p>Alla fine degli Settanta, a Londra, diventerà premier una donna cinquantenne, Margaret Thatcher. A quel punto, qualcosa inizia a cambiare.</p>
<p><em>Nella stessa serie</em></p>
<ol>
<li><strong><a href="http://www.libertiamo.it/2012/02/01/formidabili-quegli-anni-o-no/" target="_blank">Formidabili quegli anni. O no?</a></strong> di Claudia Biancotti</li>
</ol>
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