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Immigrazione e clandestinità: quando la famiglia non conta

Immigrazione e clandestinità: quando la famiglia non conta

- La sentenza della Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso del signore albanese di Busto Arsizio, privo di diritto di soggiorno in Italia e sposato con una donna in attesa di cittadinanza italiana, che chiedeva la temporanea permanenza in Italia nell’interesse dei figli minori in età scolastica, è purtroppo comprensibile, stante l’attuale legislazione. E’ molto meno accettabile una politica che si accontenta di questa legislazione restrittiva, discriminatoria, certamente non adeguata ai tempi.
Una buona discussione dovrebbe anzitutto fare chiarezza sull’oggetto del dibattito, guardando ai fatti. Tutti comprendiamo come possa esistere – e vada evitato – l’uso dei minori come lasciapassare o salvacondotto da parte dei clandestini, ma il caso in questione è molto diverso. Non stiamo parlando dell’immigrato clandestino appena arrivato in Italia con un barcone ed un figlio minore per mano. Qui si tratta di una famiglia ben integrata, o in via di piena integrazione, nel tessuto sociale italiano, che si trova a vivere il disagio di un genitore regolarmente residente in Italia e di un altro privo di diritto al soggiorno. Leggi tutto

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L’eccezione Hurt Locker, il film dell’America silenziosa

L’eccezione Hurt Locker, il film dell’America silenziosa

- The Hurt… Locker… o Heart Lockers? E’ difficile anche ricordare il titolo di questo film che esiste da due anni, da più di uno è in circolazione in Dvd in Italia, già tradotto, ma praticamente mai visto da nessuno. Quando vedi la locandina italiana, con una bella scena d’azione in primo piano e un sottotitolo che ricorda un film con un Bruce Willis ancora in canottiera (“Maledetto il Paese che non ha bisogno di eroi”), mai ti verrebbe in mente di affrontare un film d’autore e ti metti in quello stato d’animo con cui vai al cinema con il cervello svuotato, dopo una giornata di lavoro, in attesa di emozioni facili. Eppure, appena parte la prima scena in una Baghdad devastata dalla guerra, ti trovi di fronte a un qualcosa di completamente diverso: un film crudo, senza retorica, su un conflitto ancora in corso (Iraq) mostrato senza alcun pudore. E allo stesso tempo: un film umanissimo, con personaggi che paiono vivere di vita propria, che ti costringono a seguire le loro azioni da eroi di professione dalla prima scena all’ultima. Leggi tutto

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Oltre Lazio e Lombardia, sulle Regionali proviamo a dare i numeri

Oltre Lazio e Lombardia, sulle Regionali proviamo a dare i numeri

- Con il dibattito politico nazionale sepolto sotto una valanga di pandette, ricorsi, carte bollate e panini alla porchetta, oltre che soffocato da una zelantissima quanto illiberale applicazione della legge sulla par condicio, avevamo quasi dimenticato che Lazio e Lombardia non esauriscono il perimetro della contesa elettorale regionale. Infatti, se da un lato il caos liste ha fatto scoppiare la malattia di un procedimento elettorale pasticciato e finora abusato, dall’altro fa paradossalmente apparire come anestetizzata  una battaglia elettorale che è preda di convulsioni un po’ dovunque.

Oltre a Lazio e Lombardia, saranno undici le Regioni chiamate alle urne. In tre di esse, il PDL rischia grosso. Leggi tutto

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Ricorso alla piazza o ricorso al decreto? Finisca la guerra della carta bollata

Ricorso alla piazza o ricorso al decreto? Finisca la guerra della carta bollata

- Siamo da tempo un paese di 60 milioni di ct della nazionale di calcio e tra la serata di giovedì e di venerdì, siamo diventati un paese di qualche milione di presidenti della Repubblica –  quorum ego – ciascuno con la sua idea dei doveri costituzionali del Capo dello Stato rispetto alle diverse versioni del decreto “salva-liste”, giunte da Palazzo Chigi sul tavolo del Quirinale.

Io, al posto di Napolitano avrei usato come schema il decreto di giovedì – con la riapertura generalizzata dei termini di presentazione delle liste – e avrei imposto al governo un intervento “al futuro”, che risolvesse in maniera radicale il baco normativo della disciplina elettorale, obbligando i partiti a depositare le liste dei candidati e i collegamenti di coalizione alcune settimane prima del deposito delle firme e comunque prima del termine per la raccolta.

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Ricorso alla piazza o ricorso al decreto? Noi liberali, e non Di Pietro, dovremmo opporci al decreto

Ricorso alla piazza o ricorso al decreto? Noi liberali, e non Di Pietro, dovremmo opporci al decreto

- Probabilmente, pubblicamente, non saranno in molti ad ammetterlo. Sono però sicuro del fatto che molti fra i frequentatori abituali di queste pagine lo hanno pensato. Sabato bisognerebbe scendere in piazza contro il decreto “salva-liste”. Certo, direte, la disciplina di partito richiederebbe altro. Ma se distaccate lo sguardo e provate a pensare oltre il contingente, la decisione di scendere in piazza potrebbe apparire saggia proprio per chi ha a cuore le idee liberali, la loro tenuta, il loro destino. C’e’ del valore intrinseco nei conflitti e nelle situazioni di conflitto. Lo scontro, il confronto e anche – perché no – il corpo a corpo della piazza. Ma ci sono soprattutto dei principi da difendere. Leggi tutto

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Ricorso alla piazza o ricorso al decreto? Dico no alla piazza dell’ipocrisia legalista

Ricorso alla piazza o ricorso al decreto? Dico no alla piazza dell’ipocrisia legalista

- L’esclusione della lista del PDL nel Lazio è l’ennesima doccia fredda per un partito che sembra entrato in grossa confusione. La mia opinione concernente i problemi del PDL in sede di presentazione delle liste è che, oltre un’imprudente superficialità, abbia giocato un ruolo cruciale anche l’aspettativa di una interpretazione ‘soft’ delle leggi, che nel nostro paese sembra aver creato un diritto ‘sostanziale’ parallelo al diritto formale; mi sfugge tuttavia come sia possibile che chi scriva un decreto con il precipuo scopo di ‘salvare’ le liste possa ignorare l’inapplicabilità del decreto stesso. Ad ogni modo, la confusione non è una peculiarità del PDL, anzi, volgendo lo sguardo altrove vengono spontanee una serie di valutazioni sulla strumentalizzazione del caos liste. Leggi tutto

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Poco da festeggiare: è più attuale la Lettera alle donne di Papa Wojtyla che il welfare

Poco da festeggiare: è più attuale la Lettera alle donne di Papa Wojtyla che il welfare

- Un giorno a caso, il 24 febbraio, nell’interessante articolo ”Il merito una risorsa trascurata” (pubblicato da Il Mattino) Pierpaolo Benigno comincia la trattazione del tema a partire dalle parole di Benedetto XVI  e del suo richiamo alla “riscoperta di un nuovo umanesimo che metta al centro della società l’uomo e i suoi valori, quelli buoni”, come il merito appunto. Lo stesso giorno, quel casuale 24 febbraio, spopolavano on-line le dichiarazioni della Cei sul “Sud paralizzato dalla mafia e da una politica inadeguata”. Più recentemente, e cioè appena ieri, forse non la Cei, ma qualcuno che ne fa parte, si è pronunciato sul decreto salva-liste. Bah.
Sul perché  sia la libera Chiesa e non (o non solo) il libero Stato ad occuparsi dei temi di cui sopra – il merito, l’illegalità e il pasticcio delle liste – a voi la riflessione. Leggi tutto

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La festa delle donne serve ancora. Purtroppo

La festa delle donne serve ancora. Purtroppo

- Confesso che non sono mai stata una fan dell’8 marzo. E non davo tutti i torti a chi ironizzava sul fatto che ci fosse bisogno di una data precisa per celebrare la donna, come se fosse una categoria da distinguere dalle altre. Oggi ho cambiato idea. In fondo, con tutta la sua retorica e le sue mimose, l’8 marzo è un’occasione per parlare della condizione della donna nel nostro paese. E oggi in Italia è proprio il caso che parliamo di donne, di donne che lavorano più degli uomini (vedi i dati riportati da Caterina Soffici sul Corriere della Sera di ieri) e che votano in percentuale quanto gli uomini e che, ciò nonostante, continuano ad essere tagliate fuori dalle stanze del potere in politica e dai consigli di amministrazioni delle aziende. Leggi tutto

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Non chiamatela festa. L’8 marzo è battaglia per l’emancipazione

Non chiamatela festa. L’8 marzo è battaglia per l’emancipazione

- da Il Secolo d’Italia, di domenica 7 marzo 2010 – Domani, 8 marzo, si celebra quella che ormai viene comunemente definita la “Festa della donna”. Ma sarebbe più opportuno utilizzare l’espressione corretta “Giornata internazionale della donna”. Perché  l’8 marzo non è un gentile omaggio all’ “altra metà del cielo”, ma una data con la quale si ricorda la lunga strada che le donne hanno percorso fino ad oggi per vedere riconosciuti i loro diritti di persone e cittadine e si invita a riflettere sulle violenze e sulle discriminazioni che le donne ancora subiscono in ogni parte del mondo.
Guardando all’Italia, non si capisce poi che cosa ci sia da festeggiare. Certo, rispetto agli anni Cinquanta dei passi avanti sono stati compiuti. Ciò nonostante, le donne italiane subiscono ancora gravi discriminazioni sul lavoro, risultano sottooccupate rispetto alle donne di molti altri paesi occidentali, raggiungono con estrema difficoltà i livelli dirigenziali, sono poco presenti nelle assemblee politiche elettive e negli organi di governo. Nelle diverse classifiche che misurano il grado di discriminazione o di avanzamento nella società, nell’economia, nella politica delle donne, l’Italia è spesso tra i paesi con le peggiori performance. Leggi tutto

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8 marzo, c’è bisogno di riforme. Ispirate da Kathryn Bigelow

8 marzo, c’è bisogno di riforme. Ispirate da Kathryn Bigelow

- Per la prima volta nella storia degli Academy Awards, una donna ha vinto un Oscar come miglior regista. Si tratta di Kathryn Bigelow, cineasta statunitense dalla forte personalità, che vincendo questo premio ha, tra l’altro, lasciato con un palmo di naso il proprio ex-marito James Cameron, regista del kolossal “Avatar”.

La piacevole coincidenza di questo avvenimento con la data dell’8 marzo stimola certo in noi qualche speranza e qualche sogno di gloria, ma ci induce anche a riflettere su cosa significhi, per dirla con Elio e le Storie Tese, “essere donna oggi”. Spesso, ad una donna che vive in Italia nel 2010, viene da domandarsi se davvero la sua condizione sia difficile ed ingrata come alcuni la presentano o se invece, come le viene ripetuto da tutte le parti, sia lei che la sta facendo troppo lunga lamentandosi inutilmente. Leggi tutto

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Placata la bufera, torniamo a parlare liberamente di ambiente

Placata la bufera, torniamo a parlare liberamente di ambiente

Che qualcosa stia cambiando nell’atteggiamento generale verso i problemi ambientali è cosa che comincia ad essere abbastanza evidente. Sembra che il cosiddetto Climategate abbia fatto l’effetto di uno sgradevole risveglio dopo la sbornia che ha preceduto la conferenza sul clima di Copenhagen. E così, mentre i governi hanno cominciato, con imbarazzata discrezione, a volgere altrove la loro attenzione, anche l’opinione pubblica mondiale, fino a pochi mesi fa così sensibile al tema dei cambiamenti climatici, sembra tendere alla rimozione del problema. Un “rompete le righe” generale, in conclusione.

Ma la rimozione, insegna la psicoanalisi, non è un processo costruttivo, e la cosa deve aver cominciato a preoccupare molti osservatori, anche tra i sostenitori dell’origine antropica del Global Warming, se oggi possiamo leggere un articolo come quello firmato da  Andrew C. Revkin  sul New York Times e tradotto da Maurizio Morabito su Climate Monitor. Leggi tutto

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Balotelli, Ogbonna e Okaka cantano Fratelli d’Italia. L’italo-argentino Schelotto no

Balotelli, Ogbonna e Okaka cantano Fratelli d’Italia. L’italo-argentino Schelotto no

- Non siamo fanatici della simbologia nazionale, l’inno di Mameli è una marcia e non un test per la cittadinanza, ma quanto è accaduto ieri sera a Rieti stuzzica una riflessione. La Nazionale Under 21 allenata da Pierluigi Casiraghi affrontava i pari età ungheresi con una squadra composta, tra gli altri, da tre ragazzi di colore (Balotelli, Ogbonna e Okaka), nati in Italia da genitori africani. Insieme ai tre, in campo è sceso Ezequiel Schelotto, un giovane argentino approdato in Italia nel 2008 per giocare nel Cesena.

Schelotto è alla terza partita con la maglia degli azzurrini e l’inno nazionale non l’ha ancora imparato. E’ possibile, comunque, che decida di fare come il campione del mondo Camoranesi – anch’egli argentino naturalizzato – che onestamente ha scelto di non cantarlo, non sentendolo suo. Leggi tutto

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La norma sul “fallimento politico” è coerente con un federalismo a “freni forti e impulsi deboli”

La norma sul “fallimento politico” è coerente con un federalismo a “freni forti e impulsi deboli”

- D’ora in avanti sarà più difficile che i cattivi amministratori locali riescano a riciclarsi altrove. E’ la strada scelta dal Governo, che nel ddl anticorruzione varato nei giorni scorsi ha recepito l’idea del “fallimento politico” anticipata dal ministro Sacconi in un’intervista al Corriere della Sera del 28 febbraio, secondo la quale in caso di scorretta amministrazione degli enti territoriali, evidenziata da indicatori di passività in bilancio, l’ente viene commissariato e l’amministratore “fallito” non è rieleggibile.

A margine dell’approvazione del ddl, il titolare del welfare ha dichiarato che “la previsione del “fallimento politico” per gli amministratori delle Regioni e degli enti locali costituisce “un fondamentale complemento della riforma relativa al federalismo fiscale e rappresenta il definitivo passaggio dall’irresponsabilità alla responsabilità nella gestione della finanza regionale e locale”, aggiungendo che “come nell’assetto civilistico le amministrazioni devono fallire nel momento in cui, su iniziativa propria o dei creditori o degli organi di controllo, vengono registrati determinati indicatori di bilancio negativi in assoluto o in relativo rispetto alla gestione precedente. I libri non vengono portati in tribunale ma – a seguito di commissariamento – al popolo elettore con la conseguenza della ineleggibilità a qualunque funzione politica degli amministratori falliti”.

L’analisi del ministro è corretta, ma fornisce lo spunto per svolgere una serie di considerazioni ulteriori. Infatti, se da un lato è opportuna e apprezzabile la chiamata al rigore e alla responsabilità nell’amministrazione della “cosa pubblica” locale, dalla quale ne discende correttamente la conseguenza della fallibilità dell’ente e dell’amministratore che vi è preposto, dall’altro lato la sanzione dell’ineleggibilità ex lege tradisce la scarsa fiducia o forse la triste consapevolezza che in Italia è molto difficile che si chiuda, autonomamente, il cd. “circuito democratico”. Detto in altri termini, in un paese civilmente e politicamente maturo, la mancata rielezione di un cattivo amministratore sarebbe nella logica delle cose. In Italia non è così, pertanto il governo cerca di metterci una “toppa” per via normativa. L’opzione, però, mi pare fuori dal perimetro teorico e ideale del federalismo, dell’autonomia locale e del principio di democrazia che regge il funzionamento degli enti territoriali italiani.

L’ineleggibilità è una sorta di commissariamento della politica sulla politica, non il risultato di una scelta precisa dell’elettorato liberamente orientata e fondata sulla trasparenza dell’amministrazione.

Sacconi è poi impeccabile, da un punto di vista liberale, quando dice che anche le amministrazioni locali “devono fallire” come un qualsiasi soggetto insolvente. Purtroppo, c’è un però da opporre alle parole del ministro. Il fallimento è il contraltare di quell’autonomia che la Costituzione riconosce agli enti locali ( Art. 5 Costituzione – “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”), ma è anche la misura della sua incompiutezza, nel senso che, perlomeno fino ad ora, all’autonomia di principio sancita nella prima parte della carta fondamentale non è ancora stata data implementazione pratica attraverso l’attribuzione, a Comuni, Province, Città Metropolitane e Regioni di quella sostanziale autonomia finanziaria di entrata e di spesa prevista dall’articolo 119. Per cui un ente locale che oggi fallisse, pagherebbe le conseguenze di scelte fiscali che non sono tutte e interamente imputabili a sé, vuoi perché gran parte delle risorse di cui dispone è il frutto della complessa alchimia delle compartecipazioni, della perequazione e delle addizionali su imposte decise e definite nei loro elementi portanti da leggi dello Stato, vuoi perché una buona porzione della spesa è anch’essa irrigidita dalle norme e dalle scelte statali (si pensi al pubblico impiego). Senza considerare che di solito il rischio di default degli enti territoriali non dipende, o non solo, dal passivo di bilancio o da una gestione poco accorta delle risorse pubbliche. Tale rischio è infatti tanto più basso quanto più amico è il Governo nazionale, come dimostrano i recenti casi del Comune di Roma e del Comune di Catania, salvati dalla bancarotta per gentile concessione dell’esecutivo Berlusconi (nel 2008 sono stati regalati 500 milioni di euro alla giunta Alemanno e 174 a quella di Scapagnini).

Il federalismo fiscale dovrà affrontare perciò due cortocircuiti del nostro assetto politico, istituzionale e costituzionale, che sono quelli della responsabilità degli amministratori locali ma anche e innanzitutto quello della reale autonomia delle amministrazioni locali rispetto allo Stato centrale.

La norma sul “fallimento politico” ha una chiara impostazione deterrente, ed estrinseca un indirizzo di politica costituzionale che mette l’accento sui freni piuttosto che sugli incentivi all’autonomia. La sintesi di un sistema a “freni forti e impulsi deboli” elaborata dalla dottrina costituzionalistica italiana per descrivere il rapporto tra Governo e Parlamento disegnato dai Costituenti, è stata superata su questo fronte dall’evoluzione fattuale del sistema politico, ma sembra vivere una nuova stagione di successo nella regolamentazione dei rapporti tra i diversi livelli territoriali di governo. Ma ciò è il contrario del federalismo, dell’autonomia e della scommessa di maturità democratica del paese ad essi sottesa, allo stesso modo in cui la perequazione è l’ossimoro di quella competizione economica e fiscale tra i territori necessaria a instaurare un federalismo dinamico capace di offrire giustizia alle regioni del Nord e un’opportunità di rilancio a quelle del Sud.

Stando le cose in questi termini, si può affermare, con un margine apprezzabile di riscontro nei fatti e nelle norme, che il federalismo in Italia avrà la stessa possibilità di resistenza che ha l’acqua nel deserto. Ed in tale cornice la previsione del “fallimento politico” è non solo coerente ma anzi auspicabile. Impedire ai dissipatori di sostanze pubbliche la possibilità della recidiva è un gran bel passo in avanti.

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Placata la bufera, torniamo al libero mercato – VIDEO

Placata la bufera, torniamo al libero mercato – VIDEO

- Tavola rotonda organizzata nell’ambito della prima edizione de “I Seminari dell’Associazione Libertiamo” (26/28 febbraio) – Sabato 27 febbraio
Interventi di Edoardo CROCI, Alessandro DE NICOLA, Antonio MARTINO
Tavola rotonda con Gianfranco FINI, Giampaolo GALLI, Luigi ZINGALES, Benedetto DELLA VEDOVA

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