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I seminari di Libertiamo: le sessioni su economia, ambiente, biopolitica e ideale nazionale – AUDIO

I seminari di Libertiamo: le sessioni su economia, ambiente, biopolitica e ideale nazionale – AUDIO

- In quest’articolo proponiamo un compendio delle quattro sessioni dei Seminari di Libertiamo: le prime due si sono svolte nel pomeriggio del 27 febbraio, la terza e la quarta nella mattinata del 28. Di seguito, il riassunto (abstract) di ognuna e i file audio integrali corrispondenti.

Prima sessione: Salvare il capitalismo dai capitalisti
Luigi Zingales, Adriano Teso, Carlo Maria Pinardi, Mario Seminerio

Perché l’Italia da un quindicennio cresce meno dei paesi con i quali si confronta? Quale dovrebbe essere il ruolo della politica nella promozione della crescita economica? Serve davvero la visione ultraliberista di un mercato come trionfo del laissez faire, oppure per riformare l’Italia serve un ridisegno dei meccanismi, di controllo e progettazione del sistema politico ed economico, tale da ridurre il rischio che i “capitalisti”, cioè gli insider, finiscano col soffocare la tensione all’innovazione, bloccando la crescita del paese? Leggi tutto

 
icon for podpress  Audio prima sessione - Licenza CC 2.5 Radioradicale.it [95:55m]: Play Now | Play in Popup | Download

 
icon for podpress  Audio seconda sessione - Licenza CC 2.5 Radioradicale.it [100:23m]: Play Now | Play in Popup | Download

 
icon for podpress  Audio terza sessione - Licenza CC 2.5 Radioradicale.it [93:51m]: Play Now | Play in Popup | Download

 
icon for podpress  Audio quarta sessione - Licenza CC 2.5 Radioradicale.it [131:08m]: Play Now | Play in Popup | Download

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Tutti i dubbi dei cattolici sul fine vita

Tutti i dubbi dei cattolici sul fine vita

Tutti i dubbi dei cattolici sul fine vita
di Carmelo Palma, da Il Secolo d’Italia del 24 febbraio 2010
E’ comprensibile che la discussione della legge sul fine vita finisca risucchiata dalle polemiche sull’eutanasia. Ed è fisiologico che quanti si attestano sulle posizioni più radicali, sia sul fronte della difesa della vita, sia su quello dell’autodeterminazione, preferiscano mischiare le carte, visto che il manicheismo logico consolida e giustifica l’oltranzismo ideologico e ruba spazio a quanti cercano soluzioni politiche mediane.
E’ quindi prevedibile che nella discussione della legge sul fine vita entri anche il caso del giornalista del BBC Ray Gosling, arrestato dopo avere confessato di avere “fatto morire” il proprio compagno, malato terminale di Aids, e accusato di assistenza al suicidio, reato per cui è prevista in Gran Bretagna una pena fino a 14 anni di reclusione.
Che tra il “fare morire” e il “lasciare morire” esistano, nella sensibilità comune, differenze sottili lo dimostrano i casi concreti, di cui chiunque può dire di essere stato personalmente testimone. La preghiera rivolta ai medici affinché un malato terminale “smetta di soffrire” comprende, di fatto, sia la richiesta esplicita di rinunciare ad ogni forma di accanimento, sia quella implicita di considerare la morte stessa come alternativa preferibile ad una sofferenza intollerabile.
Nel sentimento comune e prevalente  il termine “eutanasia” ha ben poco di tecnico, ma ancora molto del suo significato originario, come cura del buon morire e “non abbandono” al dolore dei morenti. Nella discussione bioetica e biogiuridica l’eutanasia non può però essere evocata o invocata a sproposito. In termini propri l’eutanasia – sia attiva, sia passiva – è qualificata dal fatto che la morte del paziente costituisce il fine intenzionale e non la conseguenza dell’atto e dell’omissione di cui i medici e i familiari si rendono responsabili.
Questo punto fermo, che trova un ampio riscontro nella regolamentazione deontologica, è tutto fuorché compromissorio o ipocrita. E non è affatto vero che consolidare il principio della libertà di cura, come sostengono autorevoli esponenti dell’esecutivo, sia un modo surrettizio per aprire all’eutanasia, anche perché in tal caso dovrebbe essere definito eutanasico lo stesso Codice di deontologia medica. Il dottor Riccio non ha “fatto l’eutanasia a Welby”, ma ha interrotto un trattamento che assicurava la sopravvivenza del paziente, perché questi aveva revocato il proprio consenso ad esso. I confini tra l’eutanasia passiva volontaria e l’interruzione o la non attivazione di un trattamento sanitario “forzoso” (in contrasto con la volontà dell’interessato) sono obiettivamente labili in termini di fatto, ma sono solidi sul piano del diritto, visto che in un caso i medici perseguono il fine della morte del paziente, mentre nel secondo ne accettano e riconoscono la titolarità sulle cure, anche senza condividere il senso della sua decisione.
Come ha scritto con chiarezza Stefano Semplici, che è uno dei bioeticisti cattolici più attenti ad impedire che la discussione della legge sul fine vita finisca nella palude degli opposti estremismi, “ il riconoscimento da parte di tutti del paradigma del consenso informato ha messo definitivamente fuori corso un’altra logora polarizzazione, quella di disponibilità e indisponibilità della vita. Accettare che non si può imporre per legge un trattamento sanitario ad una persona che non lo vuole, anche se si tratta di un trattamento assolutamente ordinario e proporzionato, significa accettare che il limite dell’intervento di altri sul mio corpo, fosse pure a fin di bene, è appunto nella mia disponibilità.” Nel suo intervento pubblicato su Benecomune.net, magazine on line delle Acli, così ha spiegato perché sia insensata una pregiudiziale chiusura alle volontà del paziente, anche sui temi sensibili dell’idratazione e alimentazione artificiale: “Resta, quando si tratta non dell’espressione di una volontà attuale ma di una dichiarazione ‘ora per allora’, la necessità di una riflessione molto attenta e tendenzialmente cauta sui limiti entro i quali una legge potrà chiedere ad un medico di rispettare tale volontà, anziché fare il suo dovere. È una questione ovviamente di grande importanza. Ma è un’altra questione. Anche quando il confronto si stringe sul tema dell’alimentazione e dell’idratazione. Il Codice di deontologia approvato nel dicembre del 2006 già vieta senza equivoci al medico di ‘assumere iniziative costrittive’ o di collaborare ‘a manovre coattive di nutrizione artificiale’ nei confronti di una persona che, debitamente informata sulle conseguenze della sua decisione, comunque rifiuta volontariamente di nutrirsi. Questa semplice operazione di pulizia metodologica potrebbe allentare contrapposizioni artificiose e ridurre gli spazi dell’uso politicamente strumentale di questioni tanto delicate. Ci aiuterebbe soprattutto a superare l’equivoco che si stia parlando di eutanasia.”
Il legislatore ha invece finora scelto di coltivare questo equivoco e di farne la pietra angolare della nuova costruzione normativa sul fine vita. Così, proprio per evitare la deriva eutanasica del principio della libertà di cura, la legge in discussione alla Camera arriva a stabilire che la volontà espressa da chi sia divenuto nel frattempo incapace non è “niente” e che la sua persona non è più “nessuno”. Peraltro, l’interpretazione assolutistica del principio della indisponibilità della vita umana, oltre a pregiudicare una disciplina ragionevole sul fine vita, porta disordine anche dove esisteva, sul piano normativo, un ordine bioetico riconosciuto, ponendo in dubbio la possibilità di interrompere trattamenti “salvavita” come la ventilazione artificiale, anche quando a rifiutarli sono pazienti perfettamente capaci e consapevoli delle conseguenze della  loro richiesta. Il caso del malato di Sla Paolo Ravasin, documentato nei giorni scorsi da Current TV, è da questo punto di vista esemplare.
Eppure, il problema della rilevanza del cosiddette direttive anticipate e della loro tipizzazione giuridica non si è storicamente imposto per una congiura eutanasica, ma perché i progressi della scienza biomedica hanno reso, anche in questo, possibile l’impossibile, attraverso una surrogazione meccanica delle funzioni vitali che può “cronicizzare” il fine vita di pazienti destinati a una morte imminente. Che lo stato terminale possa essere una condizione clinica “stabilizzata” e che la vita biologica del corpo possa sopravvivere per lustri alla fine di ogni vita propriamente personale, è esperienza che ha storicamente mutato tanto la percezione della malattia, quanto quella della cura.
La riflessione bio-etica è attraversata dai dilemmi connessi a questa nuova esperienza e non hanno senso una biopolitica e un biodiritto che arrivino a liquidare con sufficienza la preoccupazione di quanti esigono che i pazienti incapaci rimangano soggetti e non meri oggetti di cura. Il problema del limite all’intervento terapeutico, in particolare nelle fasi terminali dell’esistenza, è peraltro profondamente avvertito anche in culture legate ad una concezione dignitaria della vita.
Da questo punto di vista, il problema di una disciplina ragionevole del fine vita, che metta ciascuno in condizione di riappropriarsene o di non esserne completamente espropriato, non si è imposto solo seguendo la logica strettamente “autodeterministica” che porta, coerentemente, a posizioni eutanasiche. Si è imposto con altrettanta forza in quella parte del mondo cattolico, che deriva il proprio sospetto dal rischio di una deriva scientista, in grado di modificare radicalmente i confini naturali della vita e della morte e di fare coincidere il processo della vita – nel suo contenuto autenticamente antropologico – con l’evoluzione delle tecnologie bio-mediche.  D’altra parte, in termini dottrinari, è assai più cattolica che laicista l’idea che la vita “forzata” e quella sorta di immortalità surrogata, resa possibile dalle tecniche di rianimazione,  rappresentino un oltraggio e non un servizio alla natura e alla persona umana.
Il sostegno militante dei vertici della Cei e della Segreteria di stato ad una legge sul fine vita come quella approvata dal Senato non rendono culturalmente meno cattoliche le preoccupazioni di segno opposto, come quelle di Giovanni Reale, di Vittorio Possenti e delle decine di bioeticisti e giuristi che, in diverse forme, sono pubblicamente intervenuti per esprimere posizioni che solo una pubblicistica sciatta o una politica troppo disinvolta può definire “contro la Chiesa”.

- di Carmelo Palma da Il Secolo d’Italia del 24 febbraio 2010 -

E’ comprensibile che la discussione della legge sul fine vita finisca risucchiata dalle polemiche sull’eutanasia. Ed è fisiologico che quanti si attestano sulle posizioni più radicali, sia sul fronte della difesa della vita, sia su quello dell’autodeterminazione, preferiscano mischiare le carte, visto che il manicheismo logico consolida e giustifica l’oltranzismo ideologico e ruba spazio a quanti cercano soluzioni politiche mediane.

E’ quindi prevedibile che nella discussione della legge sul fine vita entri anche il caso del giornalista del BBC Ray Gosling, arrestato dopo avere confessato di avere “fatto morire” il proprio compagno, malato terminale di Aids, e accusato di assistenza al suicidio, reato per cui è prevista in Gran Bretagna una pena fino a 14 anni di reclusione.

Che tra il “fare morire” e il “lasciare morire” esistano, nella sensibilità comune, differenze sottili lo dimostrano i casi concreti, di cui chiunque può dire di essere stato personalmente testimone. La preghiera rivolta ai medici affinché un malato terminale “smetta di soffrire” comprende, di fatto, sia la richiesta esplicita di rinunciare ad ogni forma di accanimento, sia quella implicita di considerare la morte stessa come alternativa preferibile ad una sofferenza intollerabile.

Nel sentimento comune e prevalente  il termine “eutanasia” ha ben poco di tecnico, ma ancora molto del suo significato originario, come cura del buon morire e “non abbandono” al dolore dei morenti. Nella discussione bioetica e biogiuridica l’eutanasia non può però essere evocata o invocata a sproposito. In termini propri l’eutanasia – sia attiva, sia passiva – è qualificata dal fatto che la morte del paziente costituisce il fine intenzionale e non la conseguenza dell’atto e dell’omissione di cui i medici e i familiari si rendono responsabili.

Questo punto fermo, che trova un ampio riscontro nella regolamentazione deontologica, è tutto fuorché compromissorio o ipocrita. E non è affatto vero che consolidare il principio della libertà di cura, come sostengono autorevoli esponenti dell’esecutivo, sia un modo surrettizio per aprire all’eutanasia, anche perché in tal caso dovrebbe essere definito eutanasico lo stesso Codice di deontologia medica. Il dottor Riccio non ha “fatto l’eutanasia a Welby”, ma ha interrotto un trattamento che assicurava la sopravvivenza del paziente, perché questi aveva revocato il proprio consenso ad esso. I confini tra l’eutanasia passiva volontaria e l’interruzione o la non attivazione di un trattamento sanitario “forzoso” (in contrasto con la volontà dell’interessato) sono obiettivamente labili in termini di fatto, ma sono solidi sul piano del diritto, visto che in un caso i medici perseguono il fine della morte del paziente, mentre nel secondo ne accettano e riconoscono la titolarità sulle cure, anche senza condividere il senso della sua decisione.

Come ha scritto con chiarezza Stefano Semplici, che è uno dei bioeticisti cattolici più attenti ad impedire che la discussione della legge sul fine vita finisca nella palude degli opposti estremismi,

“ il riconoscimento da parte di tutti del paradigma del consenso informato ha messo definitivamente fuori corso un’altra logora polarizzazione, quella di disponibilità e indisponibilità della vita. Accettare che non si può imporre per legge un trattamento sanitario ad una persona che non lo vuole, anche se si tratta di un trattamento assolutamente ordinario e proporzionato, significa accettare che il limite dell’intervento di altri sul mio corpo, fosse pure a fin di bene, è appunto nella mia disponibilità.”

Nel suo intervento pubblicato su Benecomune.net, magazine on line delle Acli, così ha spiegato perché sia insensata una pregiudiziale chiusura alle volontà del paziente, anche sui temi sensibili dell’idratazione e alimentazione artificiale:

“Resta, quando si tratta non dell’espressione di una volontà attuale ma di una dichiarazione ‘ora per allora’, la necessità di una riflessione molto attenta e tendenzialmente cauta sui limiti entro i quali una legge potrà chiedere ad un medico di rispettare tale volontà, anziché fare il suo dovere. È una questione ovviamente di grande importanza. Ma è un’altra questione. Anche quando il confronto si stringe sul tema dell’alimentazione e dell’idratazione. Il Codice di deontologia approvato nel dicembre del 2006 già vieta senza equivoci al medico di ‘assumere iniziative costrittive’ o di collaborare ‘a manovre coattive di nutrizione artificiale’ nei confronti di una persona che, debitamente informata sulle conseguenze della sua decisione, comunque rifiuta volontariamente di nutrirsi. Questa semplice operazione di pulizia metodologica potrebbe allentare contrapposizioni artificiose e ridurre gli spazi dell’uso politicamente strumentale di questioni tanto delicate. Ci aiuterebbe soprattutto a superare l’equivoco che si stia parlando di eutanasia.”

Il legislatore ha invece finora scelto di coltivare questo equivoco e di farne la pietra angolare della nuova costruzione normativa sul fine vita. Così, proprio per evitare la deriva eutanasica del principio della libertà di cura, la legge in discussione alla Camera arriva a stabilire che la volontà espressa da chi sia divenuto nel frattempo incapace non è “niente” e che la sua persona non è più “nessuno”. Peraltro, l’interpretazione assolutistica del principio della indisponibilità della vita umana, oltre a pregiudicare una disciplina ragionevole sul fine vita, porta disordine anche dove esisteva, sul piano normativo, un ordine bioetico riconosciuto, ponendo in dubbio la possibilità di interrompere trattamenti “salvavita” come la ventilazione artificiale, anche quando a rifiutarli sono pazienti perfettamente capaci e consapevoli delle conseguenze della  loro richiesta. Il caso del malato di Sla Paolo Ravasin, documentato nei giorni scorsi da Current TV, è da questo punto di vista esemplare.

Eppure, il problema della rilevanza del cosiddette direttive anticipate e della loro tipizzazione giuridica non si è storicamente imposto per una congiura eutanasica, ma perché i progressi della scienza biomedica hanno reso, anche in questo, possibile l’impossibile, attraverso una surrogazione meccanica delle funzioni vitali che può “cronicizzare” il fine vita di pazienti destinati a una morte imminente. Che lo stato terminale possa essere una condizione clinica “stabilizzata” e che la vita biologica del corpo possa sopravvivere per lustri alla fine di ogni vita propriamente personale, è esperienza che ha storicamente mutato tanto la percezione della malattia, quanto quella della cura.

La riflessione bio-etica è attraversata dai dilemmi connessi a questa nuova esperienza e non hanno senso una biopolitica e un biodiritto che arrivino a liquidare con sufficienza la preoccupazione di quanti esigono che i pazienti incapaci rimangano soggetti e non meri oggetti di cura. Il problema del limite all’intervento terapeutico, in particolare nelle fasi terminali dell’esistenza, è peraltro profondamente avvertito anche in culture legate ad una concezione dignitaria della vita.

Da questo punto di vista, il problema di una disciplina ragionevole del fine vita, che metta ciascuno in condizione di riappropriarsene o di non esserne completamente espropriato, non si è imposto solo seguendo la logica strettamente “autodeterministica” che porta, coerentemente, a posizioni eutanasiche. Si è imposto con altrettanta forza in quella parte del mondo cattolico, che deriva il proprio sospetto dal rischio di una deriva scientista, in grado di modificare radicalmente i confini naturali della vita e della morte e di fare coincidere il processo della vita – nel suo contenuto autenticamente antropologico – con l’evoluzione delle tecnologie bio-mediche.  D’altra parte, in termini dottrinari, è assai più cattolica che laicista l’idea che la vita “forzata” e quella sorta di immortalità surrogata, resa possibile dalle tecniche di rianimazione,  rappresentino un oltraggio e non un servizio alla natura e alla persona umana.

Il sostegno militante dei vertici della Cei e della Segreteria di stato ad una legge sul fine vita come quella approvata dal Senato non rendono culturalmente meno cattoliche le preoccupazioni di segno opposto, come quelle di Giovanni Reale, di Vittorio Possenti e delle decine di bioeticisti e giuristi che, in diverse forme, sono pubblicamente intervenuti per esprimere posizioni che solo una pubblicistica sciatta o una politica troppo disinvolta può definire “contro la Chiesa”.

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Non chiudiamoci davanti alle sfide della scienza

Non chiudiamoci davanti alle sfide della scienza

- da Charta Minuta, bimestrale della Fondazione Fare Futuro

Il modo superficiale e sbrigativo con cui il PdL ha aggredito la materia del fine-vita ha trascinato un partito liberale e moderato sulla trincea dell’oltranzismo ideologico, ha complicato –  vedremo fino a che punto –   la possibilità di costruire una legge giuridicamente coerente e ha reso impossibile comprendere e discutere la “domanda” di cui la legge in discussione alla Camera dovrebbe rappresentare la “risposta”.

La posizione dell’esecutivo, sostenuta da gran parte della maggioranza (cui fino alla fine del 2008 Berlusconi ha resistito, prima di finire egli stesso travolto dalla cattiva retorica della lotta tra il “partito della vita” e il “partito della morte”), nasce da premesse sbagliate e giunge a esiti altrettanto sbagliati. Le premesse sbagliate riguardano l’una il contenuto e l’altra il limite della regolamentazione normativa sulle materia estrema e sensibile del fine vita. Peraltro, questo senso malinteso e “militante” dei doveri del legislatore non accompagna solo la polemica su di un tema dominato dal timore della deriva eutanasica, ma attraversa in modo lacerante la riflessione del PdL sull’intera materia biopolitica.

Per capire come e cosa occorra fare (e se davvero sempre sia necessario intervenire) sarebbe opportuno farsi un’idea più realistica di quanto sta storicamente avvenendo nel campo delle ricerche e delle applicazioni bio-mediche, non solo in termini scientifici.
Sembra che una larga parte del centrodestra italiano abbia deciso di far propria una lettura “cospirazionista” dell’impresa scientifica, che muove al sospetto e non alla fiducia. A prevalere è l’idea che i progressi della scienza non comportino processi di adattamento culturale e normativo, ma impongano una sorta di guerra di resistenza, che esige l’utilizzo di strumenti giuridicamente eccezionali. A seconda dei punti di vista, il PdL può mostrarsi come l’avanguardia del partito anti-relativista, impegnato a contendere alla scienza il controllo dell’ordine delle cose umane, o apparire come l’estrema retroguardia di un tradizionalismo sostanzialmente anti-moderno.

L’opzione è legittima, ovviamente. Ma non è inutile né provinciale rilevare come questo oltranzismo bioetico non trovi alcun riscontro nella tradizione del popolarismo liberale europeo, e isoli il PdL su posizioni in larga misura estranee a quelle delle grandi forze di governo che compongono il PPE.
Lo straordinario progresso delle tecnologie bio-mediche non risponde ai disegni di una “macchinazione scientista”. Al contrario, ha storicamente coinciso con l’affermarsi di una sensibilità morale che ha posto il problema della cura e della salute della persona umana – di tutti e di ciascuno individualmente – al centro dell’agenda politica, in tutti i paesi liberi e avanzati. Da questo punto di vista, la rivoluzione scientifica è una rivoluzione umanistica, al servizio della vita, della libertà e della dignità della persona.

E’ stata l’esigenza morale di “curare gli incurabili” a giustificare socialmente e politicamente gli immensi investimenti materiali e immateriali nell’impresa scientifica, soprattutto nel campo delle scienze della vita.
Sono evidenti i rischi e le potenziali aberrazioni di una bioscienza eugenetica e manipolatoria. Ma si tratta, appunto, di “deviazioni” che occorre riconoscere e fronteggiare in modo risoluto. Anche in questo campo, sarebbe sbagliato giudicare il senso e il valore della conoscenza dagli abusi che si possono compiere, utilizzandone le applicazioni. La tecnologie biomediche, come altre tecnologie, possono prestarsi a usi spregiudicati, ma non hanno un’anima “diabolica”.

Un grande partito di governo di un paese avanzato e impegnato sulle frontiere dell’innovazione scientifica si deve porre il problema di comporre le nuove questioni biopolitiche in un ordine giuridico razionale e coerente con il quadro costituzionale. In campo medico, ad esempio, si tratta di consolidare la chiave di volta della costruzione normativa, cioè la libertà di cura (articolo 32 della Costituzione), adeguandola ai progressi della medicina, che determinano situazioni un tempo sconosciute e imprevedibili, come quella del coma prolungato. E’ una sfida impegnativa, ma l’unica alternativa sarebbe fare precipitosamente “macchina indietro” e riesumare gli strumenti del vecchio paternalismo medico e di un pericoloso paternalismo legislativo.

Veniamo dunque al “cosa” e al “come”.
Dal punto di vista giuridico e deontologico, si è andato storicamente affermando il principio per cui la libertà terapeutica è un’espressione di libertà personale incoercibile e inviolabile, neppure “a fin di bene”. La legge è chiamata a ordinare dal punto di vista normativo le relazioni tra medici e pazienti, secondo un rapporto di reciproca autonomia e responsabilità. In questo quadro, è chiaro che, anche in campo bio-medico, il diritto regola i rapporti di libertà tra i cittadini, ma non detta il contenuto morale delle scelte che questi decidono liberamente di compiere.

Le nuove sfide bioetiche spingono invece alcuni a ripensare il confine tra diritto e morale e a ritenere insufficiente e inadeguato il principio deontologico, che impone ai medici di attenersi “alla volontà liberamente espressa della persona di curarsi” e di “agire nel rispetto della dignità, della libertà e autonomia della stessa” (articolo 38 del Codice di deontologia medica). Così facendo, al rischio di una presunta deriva eutanasica, costoro oppongono la realtà di una legislazione “etica”, che non solo si muove in piena contro-tendenza rispetto al corso della riflessione, della normativa e della pratica deontologica, ma si avventura su di un terreno di arbitrio e palese incoerenza normativa.

Si pensi alla “pietra dello scandalo” più nota della legge sul fine vita in discussione alla Camera, cioè la questione dell’idratazione e dell’alimentazione forzata: per evitare che possano divenire oggetto di direttive anticipate, si è negato che siano cure mediche (malgrado la regolamentazione ministeriale continui a disciplinarle come tali, sia in ambito ospedaliero che domiciliare) e  si è imposto come principio moralmente non derogabile l’impossibilità di sospendere queste forme di “sostegno vitale”.
Si tratta di un assai poco auspicabile ribaltamento e non di uno sviluppo coerente del paradigma liberale: anziché garantire la libertà individuale e riconoscere l’autonomia del sapere scientifico, si impone a maggioranza un unico standard morale, anche per scelte che attengono alla sfera più intimamente personale, e si stabilisce quali pratiche mediche “meritino” di essere qualificate come tali.

Se poi guardassimo a tutte le più serie rilevazioni demoscopiche, ci accorgeremmo che a questa “guerra di civiltà” la nostra società è quantomeno refrattaria. Il caso di Eluana Englaro è su questo paradigmatico. Mentre il Governo voleva decidere per decreto sul suo caso, il paese era diviso sulla scelta di interrompere o meno le cure, ma era unito nella convinzione che, in casi del genere, non dovesse comunque essere lo Stato a decidere, bensì i familiari. E’ inoltre interessante notare – lo hanno fatto in molti, nello stesso mondo cattolico – come un certo radicalismo bioetico, partendo da presupposti anti-scientisti sia scivolato verso esiti iper-scientisti e abbia finito, proprio sulla materia del fine vita, per identificare la “persona umana” con il “corpo umano”, facendo coincidere il principio dell’inviolabilità della vita con il dovere della surrogazione o integrazione meccanica di tutte le principali funzioni vitali, a prescindere dalle condizioni cliniche e dalla volontà espressa del paziente.

Sarebbe sbagliato ritenere che la divisione che attraversa la riflessione bioetica contrapponga innanzitutto credenti e non credenti, o posizioni cattoliche e non cattoliche. E’ fin troppo chiaro che le distinzioni più forti non riflettono differenze di ispirazione religiosa, ma prima di tutto differenze di cultura politica. A dividere e a contrapporre in modo frontale le “parti” è l’idea stessa dei limiti che è doveroso riconoscere e degli obiettivi che è legittimo assegnare alla regolamentazione normativa.
Il fatto che il campo e i contenuti della biomorale e quelli del biodiritto non coincidano non costituisce affatto un fallimento normativo e non è certo chiesto al legislatore di rimediarlo, visto che una legge astratta e generale non può cogliere né ordinare il senso profondo dell’esperienza umana della nascita, della malattia o della morte, né codificare la natura della relazione morale e materiale che lega i pazienti a quanti sono chiamati a condividere e accompagnare la loro esperienza.

Ciò, oltre ad ogni altra considerazione di profilo istituzionale, suggerisce di non confondere le questioni dell’etica pubblica e i dilemmi della morale privata, neppure sui temi sensibilissimi della biopolitica. La riflessione bioetica è in larga misura intraducibile in termini giuridici. E questo non significa arrendersi al “relativismo”, ma mantenere saldi i principi di libertà personale, di autonomia disciplinare della scienza giuridica e di limite della legislazione, così come si sono andati consolidando nell’ambito del costituzionalismo liberale.

Una legislazione “leggera” sui temi bioetici, è non solo compatibile, ma perfettamente coerente con una biopolitica proattiva, che persegua obiettivi di promozione umana e sociale, senza ricorrere compulsivamente alla regolazione normativa.
Da questo punto di vista, proprio la materia del fine vita costituisce un esempio paradigmatico dei rischi e delle possibilità che si presentano al legislatore.
La cultura della vita e della salute come capitale individuale e sociale, di cui si rende conto agli altri e non solo a se stessi, e l’idea della cura come impegno personale non solo del medico ma anche del paziente, sono maturate e si sono affermate grazie e non contro il riconoscimento della libertà dei pazienti, come fondamento morale della relazione terapeutica.

Una cura imposta è comunque disumana. Come la libertà religiosa è il presupposto di una fede sincera, così la libertà di cura è la condizione per un rapporto terapeutico responsabile.
Anche sul fine vita, occorre riconoscere l’immensa portata del principio della responsabilità terapeutica, come risorsa e non come problema; bisogna scommettere sulla possibilità che i pazienti scelgano le cure (a maggiore ragione quando sono gravose e la prognosi è incerta o infausta) e non che vi obbediscano, da una posizione di subordinazione morale e di “minorità” giuridica.
In un dibattito che, dopo il caso di Eluana Englaro, è stato dominato dagli opposti estremismi dell’iper-regolamentazione “auto-deterministica” o “etero-deterministica” sta chiaramente emergendo, anche all’interno del PdL, un approccio ispirato ad un rigoroso “conservatorismo costituzionalistico”.

Rendendo omaggio a quel principio di sussidiarietà che il PdL proclama giustamente come valore, la legge sul fine vita potrebbe limitarsi a riconoscere sul piano normativo quanto la cultura e la pratica deontologica hanno concepito e realizzato, per disciplinare la forma del rapporto terapeutico con i pazienti capaci e con quelli che versano in uno stato di incapacità temporanea e permanente. Si tratta di operare un “disarmo ideologico”.

Quanti hanno aperto questo fronte di discussione all’interno del PdL e del Parlamento hanno così illustrato la propria iniziativa, suggerendo al Presidente del Consiglio di abbandonare non solo i contenuti, ma lo stesso impianto della proposta licenziata dal Senato: “E’ preferibile e ancora possibile cambiare strada, non fare una legge che costringa i parlamentari e gli italiani a scontrarsi su ciò che più li divide, ma che consenta agli uni e agli altri di accordarsi su ciò che maggiormente li accomuna e umanamente li affratella: la persuasione che il rapporto con la malattia, con le cure e con la morte (la propria e quella dei propri cari) appartenga a uno spazio personale di cui la legge può prudentemente fissare i confini “esterni”, ma non i contenuti “interni”, che sono interamente affidati alle relazioni morali e professionali che legano il malato al suo medico e ai suoi congiunti. Questo richiamo al “privato” non allude all’istituzione di una sorta di zona franca, un’area eslege in cui medici, familiari e pazienti possano muoversi spregiudicatamente, anche contra-legem. Va inteso nel senso esattamente contrario, come riconoscimento dei limiti del legislatore e della sua incapacità di ordinare la complessità delle relazioni terapeutiche e di stabilire una disciplina più “giusta” di quella già oggi definita, con grande chiarezza e prudenza, anche sulla materia del “fine vita”, dal Codice di deontologia medica.”

Questo compromesso, ispirato ad un principio di sostanziale “riserva deontologica”, consentirebbe di disarmare la contesa tra ipotesi di regolamentazione opposte e altrettanto prescrittive. Riteniamo significativo che sia stato avanzato dall’interno del PdL, sia perché ravvisa un punto di equilibrio normativo complessivamente sostenibile, sia perché, in senso più generale, risponde ad un’idea più realistica e responsabile dell’impegno che un partito “maggioritario” dovrebbe esercitare sui temi biopolitici.

Tutti i partiti liberali e conservatori del continente sanno di dovere rappresentare un elettorato largamente eterogeneo, che è polis e si riconosce come tale, perché unito da vincoli di solidarietà e coesione e da un senso profondo e condiviso della propria identità civile. Ma l’unità politica di un partito e l’unità costituzionale di un paese non riflettono affatto una unità etico-culturale dei loro elettori e cittadini.

La confusione tra l’ordine statuale e l’ordine morale e la brutale identificazione del “pubblico” con il “privato della maggioranza” – non solo sui temi biopolitici – pregiudica la possibilità di costruire il senso di una cittadinanza comune. Al bipolarismo politico, che articola la competizione per il governo, non è sotteso alcun bipolarismo etico, né può essergli sovrapposto.

In tutti i grandi partiti liberal-conservatori dell’occidente avanzato, la domanda biopolitica di alcune aree dell’elettorato è intransigente e divisiva, ma l’offerta politica della classe dirigente è sempre moderata ed inclusiva. Il PdL non deve fare eccezione e non può suscitare scandalo la richiesta di allinearne le posizioni a quanto da anni vanno proponendo e realizzando i partiti del PPE, anche nelle loro componenti più tradizionalmente democratico-cristiane.

La proposta di legge sul fine-vita presentata un anno fa dalla CDU tedesca (e firmata dalla cancelliera Merkel), nel PdL sarebbe stata liquidata con scandalo e riprovazione. E se questo fatto può incuriosire i tedeschi, dovrebbe forse interrogare e preoccupare gli italiani. A meno che non si sia persuasi che il PdL è l’unica componente della famiglia popolare europea immune dal contagio relativista e consapevole di un pericolo mortale, che gli altri non vogliono o non riescono a vedere.

La bioetica non occupa oggi un ruolo preminente nelle agende dei Governi, ma è uno dei terreni su cui si sta costruendo la piattaforma politica dei grandi partiti post-ideologici nelle società libere. Il centrodestra italiano sembra a volte impegnato a cucire attorno al suo elettorato una camicia di forza “mono etica”. Sarebbe un grave errore politico ed elettorale. La sfida deve essere un’altra, in Italia come lo è nel resto d’Europa: costruire una destra liberale e moderata, che sappia dare cittadinanza ad una molteplicità di ispirazioni etiche e religiose, unite da un inderogabile riconoscimento del principio di libertà personale e di fedeltà alla Repubblica e alle sue regole costitutive.

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Il Cavaliere sbaglia se pretende di imporre un’etica obbligatoria

Il Cavaliere sbaglia se pretende di imporre un’etica obbligatoria

- Susanna Turco intervista Benedetto Della Vedova per L’Unità del 10 febbraio 2010 pag. 11

Per misurare la distanza (parecchia) che resta tra quel che pensa il Berlusconi che si «dispiace» per non aver salvato Eluana e il Fini che si dispiace per il mancato silenzio «che avrebbe evitato strumentalizzazioni», non c’è che far parlare Benedetto Della Vedova.
Il radicale del Pdl, indicato ieri dallo stesso Fini come l`interprete della sua linea, sta infatti facendo di tutto perché, sulla legge sul biotestamento in discussione alla Camera, si trovi quella via mediana che consenta di evitare lo scontro finale.
Con l`opposizione, ma anzitutto all`interno del Pdl. La battaglia, per ora, non ha dato grandi frutti. Ma tant’è.
Restando alla cronaca: cosa pensa del dispiacere di Berlusconi? Leggi tutto

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I massacri delle foibe, una voce non neutrale

I massacri delle foibe, una voce non neutrale

I massacri delle foibe, una voce non neutrale.
Aprendo su Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Massacri_delle_foibe#cite_note-11 la voce “massacri delle foibe” appare un avviso:
Questa voce o sezione di storia è ritenuta non neutrale. Motivo: Voce che presenta una sovrapposizione di numerosi edit di utenti dai punti di vista contrastanti; a rimetterci è la neutralità della voce, la linearità del discorso e la completezza d’informazione…
Che follia. E’ un vizio tutto nostro, quello di confondere la storia con la propaganda. La storia può servire come arma di offesa o di difesa, e gli storici nel nostro paese non si sono mai sottratti a questo giochetto inconcludente. Forse la ricerca è meno noiosa e più stimolante se diventa una ricerca di prove a carico o a discarico, conferme piuttosto che fatti. Il lavoro dello storico è stato paragonato a quello del giudice http://www.italialibri.net/opere/giudiceelostorico.html, io lo paragonerei, almeno nella sua variante polemica nostrana, a quello dell’avvocato. E quindi siamo ancora qui, 65 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, a discutere di responsabilità, a sbatterci addosso reciprocamente meriti e colpe, a ingolfare addirittura Wikipedia di ideologia e pregiudizi.
Come se la responsabilità degli eventi che hanno incendiato il nostro continente tra il 1939 e il 1945 (prologhi ed epiloghi compresi) non fossero già state pacificamente attribuite, ovunque in Europa, a chi ha dato fuoco alle polveri. A chi ha fatto germogliare nelle città e nelle arcaiche civiltà contadine dell’est e dell’ovest il seme della diffidenza, dell’odio etnico e razziale, della violenza e della vendetta. E che questo seme fosse già abbondantemente incubato, specie nelle terre di confine, particolarmente fertili, poco toglie e poco aggiunge alla discussione, anzi è un’altra discussione, ancora più complessa, assai poco adatta a chi persevera nel gioco sterile e pigro della semplificazione propagandistica.
Non dovrebbe essere quindi necessario ricordare come il discorso (e le politiche conseguenti di italianizzazione forzata che si sono protratte per un ventennio) tenuto a Pola da un rampante Benito Mussolini contribuisca a spiegare molto di ciò che è accaduto in seguito, foibe comprese:  “di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. [...] I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”. E se qualcuno ha la coda di paglia, peggio per lui, farebbe bene a tenere il sedere lontano dal fuoco.
Ma altrettanta cautela dovrebbe essere usata da chi, per mezzo secolo, ha rivendicato ed esercitato spudoratamente il monopolio della memoria, in una logica deterministica che attribuisce anche alla storiografia il ruolo militante di concorrere alla jihad per il socialismo. Oggi non siamo ancora capaci di ricordare serenamente gli esseri umani massacrati orrendamente nelle foibe, non riusciamo a festeggiare con orgoglio e dignità il 25 aprile e ci avviciniamo al 150° anniversario dell’Unità d’Italia con fastidio e imbarazzo http://www.corriere.it/editoriali/10_febbraio_07/della-loggia-nemici-unita-italia_6fbeab14-13c3-11df-8835-00144f02aabe.shtml. E quando parliamo del nostro passato corriamo subito con la mano al fodero della pistola, o cambiamo discorso.

- Aprendo su Wikipedia la voce “massacri delle foibe” appare un avviso:

Questa voce o sezione di storia è ritenuta non neutrale. Motivo: Voce che presenta una sovrapposizione di numerosi edit di utenti dai punti di vista contrastanti; a rimetterci è la neutralità della voce, la linearità del discorso e la completezza d’informazione…

Che follia. E’ un vizio tutto nostro, quello di confondere la storia con la propaganda. La storia può servire come arma di offesa o di difesa, e gli storici nel nostro paese non si sono mai sottratti a questo giochetto inconcludente. Forse la ricerca è meno noiosa e più stimolante se diventa una ricerca di prove a carico o a discarico, conferme piuttosto che fatti. Il lavoro dello storico è stato paragonato a quello del giudice, io lo paragonerei, almeno nella sua variante polemica nostrana, a quello dell’avvocato. E quindi siamo ancora qui, 65 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, a discutere di responsabilità, a sbatterci addosso reciprocamente meriti e colpe, a ingolfare addirittura Wikipedia di ideologia e pregiudizi.

Come se la responsabilità degli eventi che hanno incendiato il nostro continente tra il 1939 e il 1945 (prologhi ed epiloghi compresi) non fossero già state pacificamente attribuite, ovunque in Europa, a chi ha dato fuoco alle polveri. A chi ha fatto germogliare nelle città e nelle arcaiche civiltà contadine dell’est e dell’ovest il seme della diffidenza, dell’odio etnico e razziale, della violenza e della vendetta. E che questo seme fosse già abbondantemente incubato, specie nelle terre di confine, particolarmente fertili, poco toglie e poco aggiunge alla discussione, anzi è un’altra discussione, ancora più complessa, assai poco adatta a chi persevera nel gioco sterile e pigro della semplificazione propagandistica.

Non dovrebbe essere quindi necessario ricordare come il discorso (e le politiche conseguenti di italianizzazione forzata che si sono protratte per un ventennio) tenuto a Pola nel 1920 da un rampante Benito Mussolini contribuisca a spiegare molto di ciò che è accaduto in seguito, foibe comprese:

“di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. [...] I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.

Se qualcuno ha la coda di paglia, peggio per lui, farebbe bene a tenere il sedere lontano dal fuoco. Ma altrettanta cautela dovrebbe essere usata da chi, per mezzo secolo, ha rivendicato ed esercitato spudoratamente il monopolio della memoria, in una logica deterministica che attribuisce anche alla storiografia il ruolo militante di concorrere alla jihad per il socialismo. Oggi non siamo ancora capaci di ricordare serenamente gli esseri umani massacrati orrendamente nelle foibe, non riusciamo a festeggiare con orgoglio e dignità il 25 aprile e ci avviciniamo al 150° anniversario dell’Unità d’Italia con fastidio e imbarazzo. E quando parliamo del nostro passato corriamo subito con la mano al fodero della pistola, o cambiamo discorso.

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Ma lasciamo che Eluana viva nel ricordo dei suoi cari

Ma lasciamo che Eluana viva nel ricordo dei suoi cari

Ma lasciamo che Eluana viva nel ricordo dei suoi cari
Forse sarebbe bene che la memoria di Eluana fosse lasciata vivere nel ricordo intimo di quanti l’hanno amata e accudita per tanti anni e a cui lei ora manca come a nessun altro: la sua mamma e il suo papà. Forse questo, però, non è (ancora) possibile.
Silvio Berlusconi ha espresso oggi il suo rammarico per non aver potuto evitare la morte di Eluana. Ma non era questo in gioco un anno fa! Il decreto, con cui l’esecutivo voleva impedire una decisione assunta nel rispetto della legge e della Costituzione, avrebbe stabilito il potere ultimo e assoluto dello Stato (del Governo) sulla vita delle persone.
La decisione della famiglia – quella di sospendere i trattamenti di alimentazione e idratazione forzata – ha certamente diviso l’opinione pubblica e spaccato il paese. Ma ben pochi dei contrari divennero “colpevolisti”, al punto di accusare il padre di avere “ammazzato” Eluana.  Era controverso, nell’opinione dei più, come sarebbe stato giusto che la famiglia decidesse. Ma non che toccasse ad essa, e non al Governo o al Parlamento, decidere. Questa diffidenza contro le eccessive pretese dello Stato nel dettare le scelte di cura dei cittadini continuano a essere confermate in tutte le rilevazioni demoscopiche e costituiscono un fattore di profonda e salutare unità culturale del paese.
Anche per questo, sarebbe un errore grave, a mio avviso, pensare di consumare ora, per via legislativa, una “rivincita” della politica su quei giudici, su quella mamma e su quel papà.
La vicenda di Eluana, con il suo carico drammatico di interrogativi, dovrebbe invece insegnarci, come ha scritto di recente il cattolico Vittorio Possenti, che «non tutti gli imperativi morali debbano essere tradotti in norme giuridiche vincolanti» e «lo Stato non può esigere un diritto assoluto di continuare ad esistere».
Non credo che il Pdl risponderebbe alla sua missione di libertà, di partito europeo dei liberali e dei moderati che si rivolge a tutti gli italiani, facendosi paladino di una visione “monoetica”, politicamente massimalista e giuridicamente fragile sul fine vita.
Del resto, a meno di due mesi dalla morte di Eluana, il presidente Berlusconi ebbe a dire di non ritenere che l’esecutivo dovesse farsi carico del “caso Englaro”. Poi le cose cambiarono e anche il premier venne trascinato in una lotta senza speranza e ragionevolezza, di cui purtroppo la legge sul fine vita attualmente in discussione alla Camera conserva tracce profonde e indelebili. Noi preferiamo ancorarci a quelle parole, che sono assai più sagge di quel che ne è seguito.

- di Benedetto Della Vedova, da Ffwebmagazine.it -

Forse sarebbe bene che la memoria di Eluana fosse lasciata vivere nel ricordo intimo di quanti l’hanno amata e accudita per tanti anni e a cui lei ora manca come a nessun altro: la sua mamma e il suo papà. Forse questo, però, non è (ancora) possibile.

Silvio Berlusconi ha espresso oggi il suo rammarico per non aver potuto evitare la morte di Eluana. Ma non era questo in gioco un anno fa! Il decreto, con cui l’esecutivo voleva impedire una decisione assunta nel rispetto della legge e della Costituzione, avrebbe stabilito il potere ultimo e assoluto dello Stato (del Governo) sulla vita delle persone.

La decisione della famiglia – quella di sospendere i trattamenti di alimentazione e idratazione forzata – ha certamente diviso l’opinione pubblica e spaccato il paese. Ma ben pochi dei contrari divennero “colpevolisti”, al punto di accusare il padre di avere “ammazzato” Eluana.  Era controverso, nell’opinione dei più, come sarebbe stato giusto che la famiglia decidesse. Ma non che toccasse ad essa, e non al Governo o al Parlamento, decidere. Questa diffidenza contro le eccessive pretese dello Stato nel dettare le scelte di cura dei cittadini continuano a essere confermate in tutte le rilevazioni demoscopiche e costituiscono un fattore di profonda e salutare unità culturale del paese.

Anche per questo, sarebbe un errore grave, a mio avviso, pensare di consumare ora, per via legislativa, una “rivincita” della politica su quei giudici, su quella mamma e su quel papà.

La vicenda di Eluana, con il suo carico drammatico di interrogativi, dovrebbe invece insegnarci, come ha scritto di recente il cattolico Vittorio Possenti, che «non tutti gli imperativi morali debbano essere tradotti in norme giuridiche vincolanti» e «lo Stato non può esigere un diritto assoluto di continuare ad esistere».

Non credo che il Pdl risponderebbe alla sua missione di libertà, di partito europeo dei liberali e dei moderati che si rivolge a tutti gli italiani, facendosi paladino di una visione “monoetica”, politicamente massimalista e giuridicamente fragile sul fine vita.

Del resto, a meno di due mesi dalla morte di Eluana, il presidente Berlusconi ebbe a dire di non ritenere che l’esecutivo dovesse farsi carico del “caso Englaro”. Poi le cose cambiarono e anche il premier venne trascinato in una lotta senza speranza e ragionevolezza, di cui purtroppo la legge sul fine vita attualmente in discussione alla Camera conserva tracce profonde e indelebili. Noi preferiamo ancorarci a quelle parole, che sono assai più sagge di quel che ne è seguito.

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Anche i diritti degli animali sono un problema bioetico

Anche i diritti degli animali sono un problema bioetico

- Lo scorso 18 dicembre il Consiglio Nazionale per la  Bioetica ha approvato un parere dedicato alle Metodologie alternative ai Comitati etici e all’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale”.
Partendo dalla pronuncia del CNB, si possono fare due ordini di considerazioni.
La prima è che finalmente si ricomincia a parlare del problema dell’utilizzo di animali nella ricerca.
La seconda è che sia il decreto legislativo n. 116 del 1992, che ha regolamentato la materia nel nostro Paese, sia la legge  n. 413 del 1993 sull’obiezione di coscienza sono rimasti in gran parte disattesi. Leggi tutto

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A un anno dalla morte di Eluana, disarmiamo la contesa

A un anno dalla morte di Eluana, disarmiamo la contesa

- Ad un anno dalla morte di Eluana Englaro, penso che occorra rendere merito ai suoi genitori di avere condotto, in sua vece, una battaglia aperta, con gli strumenti e in nome del diritto, senza sotterfugi e ipocrisie. A loro, a cui Eluana manca certo di più che a chiunque altro, va un pensiero affettuoso e riconoscente. Leggi tutto

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Il voto si conquista con le idee, non con la fede

Il voto si conquista con le idee, non con la fede

- da Il Giornale del 5 febbraio 2010 -

Il bell’articolo di Giordano Bruno Guerri di mercoledì scorso ha aperto una discussione sul “voto cattolico” particolarmente salutare per il centrodestra, come testimonia la risposta di Eugenia Roccella, che vorrebbe affidare la vittoria di Renata Polverini nel Lazio all’idiosincrasia cattolica contro la radicale Emma Bonino. Leggi tutto

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Biotestamento: prudenza nel tradurre imperativi morali in norme giuridiche – AUDIO

Biotestamento: prudenza nel tradurre imperativi morali in norme giuridiche – AUDIO

- In commissione Affari Sociali della Camera, durante la discussione del Ddl Calabrò, Benedetto Della Vedova ribadisce che è controproducente la visione del dibattito sul fine vita come scontro tra i “valori” cattolici e quelli “laicisti”. Lo fa citando l’articolo del filosofo cattolico Vittorio Possenti su Paradoxa, che recita “non tutti gli imperativi morali devono essere tradotti in norme giuridiche vincolanti”: una posizione molto vicina a quella del presidente di Libertiamo. Potete ascoltare, di seguito, l’intervento di Della Vedova in commissione.

Fonte ic-radio_radicaleRadioradicale.it Licenza 2.5 Ita

 
icon for podpress  Audio Della Vedova - Licenza CC 2.5 Radioradicale.it [8:21m]: Play Now | Play in Popup | Download

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Morire non è un diritto, vivere non è un dovere. Il cattolico Possenti boccia la legge sul fine vita

Morire non è un diritto, vivere non è un dovere. Il cattolico Possenti boccia la legge sul fine vita

- “Se non esiste un dovere di continuare ad esistere che sia esigibile dallo Stato, non sussiste un dovere assoluto di imporre sempre idratazione e nutrizione”.  A scriverlo è il Professor Vittorio Possenti, filosofo della politica cattolico e componente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, che in un articolo pubblicato da Paradoxa, rivista trimestrale della Fondazione Nova Spes, smonta i presupposti, l’impianto e gli esiti normativi della proposta di legge sul fine vita approvata dal Senato e oggi in discussione presso la Commissione affari sociali della Camera dei Deputati. Leggi tutto

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I diritti individuali sono il fondamento del capitalismo

I diritti individuali sono il fondamento del capitalismo

- A proposito dei delicati dibattiti sul diritto alla vita, Libertiamo recupera, per gentile concessione della casa editrice Liberilibri, un brano de La virtù dell’egoismo di Ayn Rand, che in maniera illuminante propone delle forti argomentazioni in grado di ribaltare la visione corrente del rapporto tra etica, società, individuo.

«Se si auspica una società libera, ossia il capitalismo, occorre comprendere che il suo fondamento indispensabile è rappresentato dai diritti individuali. Se viceversa si vogliono difendere i diritti individuali, occorre comprendere come il capitalismo sia l’unico sistema che possa sostenerli e proteggerli. […]
Quello di “diritti” è un concetto morale, è il concetto che permette di realizzare la transizione logica tra i principi che guidano le azioni di un individuo e i principi che regolano la sua relazione con gli altri, è il concetto che conserva e protegge la moralità individuale in un contesto sociale, è il collegamento tra il codice morale di un uomo e il codice giuridico di una società, ossia tra l’etica e la politica. I diritti individuali rappresentano il mezzo per subordinare la società alla legge morale.
Qualsiasi sistema politico si fonda su un codice etico. L’etica dominante nella storia umana è sempre stata una variante della dottrina altruista-collettivista che subordina l’individuo a un’autorità superiore – autorità che può essere mistica o sociale. Di conseguenza, la maggioranza dei sistemi politici non è che una variante della stessa tirannia statalista, diversa nella forma, ma basata sullo stesso principio fondamentale e limitata esclusivamente dagli accidenti della tradizione, del caos, delle lotte intestine o di crolli periodici. […]
Tutti questi sistemi politici rappresentano espressioni dell’etica altruista-colletivista; la caratteristica che li accomuna è il fatto che la società si erge al di sopra della legge morale, come un onnipotente, sovrano adoratore dell’arbitrio. Pertanto, dal punto di vista politico tutti questi sistemi sono varianti di una società amorale.
Il prodotto più profondamente rivoluzionario degli Stati Uniti d’America è  stato la subordinazione della società alla legge morale.
Il principio dei diritti umani rappresentava l’estensione della moralità nel sistema sociale, come limitazione del potere dello Stato, come protezione dell’uomo contro la forza bruta della collettività, come subordinazione della forza al diritto. Gli Stati Uniti furono la prima società morale della storia.
Tutti i sistemi precedenti avevano considerato l’uomo alla stregua di un mezzo sacrificabile ai fini altrui e la società come un fine di per se stessa. Gli Stati Uniti consideravano l’uomo come un fine in sé e la società come un mezzo che permettesse la coesistenza pacifica, ordinata e volontaria degli individui. Tutti i sistemi che li avevano preceduti sostenevano che la vita dell’uomo appartiene alla società, che la società può disporne a piacimento e che la libertà di cui egli gode gli appartiene solo in virtù del favore, ossia del permesso, della società, che può revocarlo in qualsiasi momento. Gli Stati Uniti sostenevano che la vita di un uomo gli appartiene per diritto (che significa per principio morale e per natura), che un diritto è altresì la proprietà di un individuo, che la società come tale non gode di alcun diritto e che l’unico scopo morale di un governo è la protezione dei diritti individuali.
Un “diritto” è un principio morale che definisce e sanziona la libertà d’azione dell’uomo in un contesto sociale. Esiste un solo diritto fondamentale (tutti gli altri ne sono i corollari o le conseguenze), ossia il diritto di un uomo alla propria vita. La vita è un processo attivo capace di autosostenersi e di autogenerarsi. Il diritto alla vita significa il diritto di intraprendere azioni capaci di generarsi e sostenersi autonomamente. Ciò significa quindi la libertà di intraprendere qualsiasi azione richiesta dalla natura di un essere razionale per il sostegno, la prosecuzione, la realizzazione e il godimento della propria vita (questo è in sintesi il significato del diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità).
Il concetto di “diritto” attiene esclusivamente all’azione; più esattamente, alla libertà di agire. Esso comporta la libertà dalla costrizione fisica, dalla coercizione e dall’interferenza degli altri.
Pertanto, per ciascun individuo, un diritto è la sanzione morale di un concetto positivo, ossia della sua libertà di agire sulla base del proprio giudizio, per raggiungere i propri scopi, tramite le proprie scelte volontarie e senza coercizione. Tale diritto non impone alcun obbligo ai suoi simili, se non di genere negativo, ossia di astenersi dal violare i suoi diritti. […]
Ricordate che il diritto di proprietà è un diritto all’azione, come tutti gli altri: non è il diritto a un oggetto, bensì all’azione o alle conseguenze di produrre o guadagnare tale oggetto. […]»

Ayn Rand, The virtue of Selfishness, trad. it. di Nicola Iannello: La virtù dell’egoismo, Liberilibri, Macerata, 1999, pp. 99-102.

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Benedetto Della Vedova sul consenso informato – AUDIO

Benedetto Della Vedova sul consenso informato – AUDIO

Durante i lavori della Commissione Affari Sociali della Camera sul Ddl Calabrò, Benedetto Della Vedova è intervenuto a ribadire il significato e la necessità del consenso informato da parte dei pazienti sottoposti a qualsiasi tipo di trattamenti sanitari. Qui di seguito si può ascoltare il suo intervento.

Fonte Radioradicale.it Licenza 2.5 Ita

 
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Benedetto Della Vedova su dichiarazioni anticipate di trattamento – AUDIO

Benedetto Della Vedova su dichiarazioni anticipate di trattamento – AUDIO

Intervenendo in Commissione Affari Sociali, durante la discussione sul Ddl Calabrò, Benedetto Della Vedova specifica le differenze tra trattamenti sanitari “ordinari” e no, e sostiene che l’alimentazione e l’idratazione forzata, in quanto trattamenti – ad oggi – invasivi, non possano essere considerate per legge fra gli ordinari, poiché il paziente deve poter vedere rispettata la sua eventuale volontà di sospenderle. Una legge che imponesse l’alimentazione e l’idratazione forzata anche a scapito della provata volontà (testamento biologico) del paziente, infatti, oltre a non rispettare le innumerevoli peculiarità della realtà e dei casi da trattare, sarebbe anche, secondo alcuni giuristi, facilmente contestabile in sede di Corte Costituzionale: in ultima analisi, evidenzia il presidente di Libertiamo, il rischio sarebbe quello di licenziare un testo troppo “manicheo” e severo e di vederlo modificare in sede giudiziaria fino a farlo diventare troppo poco severo.
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