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	<title>Libertiamo.it &#187; Più Azzurro, Più Verde</title>
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	<description>Idee per una poltica liberale, liberista e libertaria</description>
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		<title>Le rinnovabili priorità del governo Letta? È Grillo ormai che detta l&#8217;agenda del Paese</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 08:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Venanzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di DANIELE VENANZI &#8211; Un governo che volesse intervenire sulle politiche e sul mercato dell’energia di questo paese avrebbe l’imbarazzo della scelta sul da farsi. Potrebbe cominciare – ad esempio – con un piano di liberalizzazioni che introducano competizione e liberino risorse per la crescita in un settore particolarmente atrofico e monopolizzato. Per Enrico Letta [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di DANIELE VENANZI &#8211; <strong>Un governo che volesse intervenire sulle politiche e sul mercato dell’energia di questo paese avrebbe l’imbarazzo della scelta sul da farsi.</strong> Potrebbe cominciare – ad esempio – con un piano di liberalizzazioni che introducano competizione e liberino risorse per la crescita in un settore particolarmente atrofico e monopolizzato. <strong>Per Enrico Letta – al contrario – la priorità in tema di energia in Italia <a href="http://www.agi.it/research-e-sviluppo/notizie/201305211305-eco-rt10137-energia_letta_priorita_fonti_rinnovabili_e_aperti_a_shale_gas">spetta alle fonti rinnovabili</a>.</strong><br />
<span id="more-49846"></span><br />
<strong>Passa dunque in secondo piano la questione del costo dell’energia – in Italia più esoso che altrove in Europa</strong> &#8211; nonché uno dei principali impedimenti all’afflusso di investimenti stranieri nello stivale e zavorra per le nostre stesse imprese. O forse, sarebbe più corretto dire che, nell’idea che il premier sembra essersi fatto delle fonti rinnovabili, un piano di incentivi per il loro sviluppo basterebbe a risolvere le disfunzioni strutturali che gravano sul settore energetico e sulle bollette di imprese e cittadini.</p>
<p><strong>Dopo tutto, non è la prima volta che il governo di larghe e apparenti intese si trovi a dare la precedenza</strong> – almeno nelle dichiarazioni di intenti – <strong>a questioni del tutto marginali</strong> ai fini della ripresa economica e della solidità del bilancio pubblico ma che – tuttavia – riscuotono indiscutibile successo tra gli elettori. È il caso – per citarne uno – della <a href="http://www.libertiamo.it/2013/05/11/letta-insegue-grillo-sul-suo-terreno/">querelle sui costi della politica</a> e degli emolumenti dei ministri che ha visto come protagonisti lo stesso Enrico Letta e Beppe Grillo. <strong>D’altronde, l’approccio ecologista alle questioni energetiche rispecchia in pieno l’attitudine di fondo dell’esecutivo</strong>, palesata in quel discorso d’insediamento tutto spesa e niente tagli, intriso di buoni sentimenti ma scarsa determinazione riformatrice.</p>
<p>Posto che alla base del governo d’intese vi è l’ingovernabilità del paese in condizioni di emergenza economica, la sua funzione principale – da buon amministratore di transizione – dovrebbe essere quella di ripristinare un certo grado di stabilità, optando per provvedimenti di efficacia garantita nel più breve tempo possibile. Per quanto riguarda gli incentivi alle rinnovabili, al contrario, oltre al fatto che i precedenti (<strong>si pensi a <a href="http://www.libertiamo.it/2012/10/19/obama-vince-il-dibattito-omettendo-i-fallimenti-della-sua-politica-ambientale/">tutte le aziende nate, pasciute e fallite</a> con i sussidi di Obama, o al recente caso di <a href="http://www.corriere.it/ambiente/13_aprile_03/suntech-fallimento-cina-solare-fotovoltaico_b130f436-9885-11e2-948e-f420e2a76e37.shtml">bancarotta di Suntech</a> – colosso cinese del fotovoltaico – o allo scandalo italiano del <a href="http://www.libertiamo.it/2013/04/04/eolico-corruzione-binomio-sciogliera-ingerenza-pubblica/">re dell’eolico Vito Nicastri</a></strong>) sono del tutto sconfortanti, la loro dubbia e ipotetica efficacia potrebbe palesarsi non prima di vent’anni. Nel frattempo, nel breve periodo, ci ritroveremmo soltanto con una nuova voce di spesa infruttuosa, ad ingrassare il già imponente calderone dei sussidi a pioggia erogati dal pubblico leviatano.</p>
<p>Tuttavia, al netto delle considerazioni particolari sulle fonti rinnovabili, <strong>il dato politico</strong> che emerge dalla dichiarazione del Presidente del Consiglio <strong>è l’ormai sottaciuta, ma evidente volontà di fondare l’agenda di governo sulla vulgata di un paese che naufraga sempre più verso il baratro dell’egemonia culturale grillina</strong> – non a caso sostenitrice ai limiti del fanatismo dei modelli di sviluppo energetico rinnovabili. A questo punto, si è giunti decisamente oltre la semplice emulazione della strategia comunicativa ed elettorale del comico genovese – come nel caso del ritiro in pullman a Sarteano). Piuttosto, <strong>si è deciso di incarnare sempre e comunque il luogo comune più in voga sulla piazza,</strong> farsi portavoce, agenti passivi senza filtro né mediazione degli istinti più bassi e autodistruttivi della volontà generale del &#8220;popolo minuto&#8221;.</p>
<p><strong>Non si tratta soltanto di cedere alla tentazione dello tsunami grillino, ma di abbracciare in pieno quell’atteggiamento ideologico rousseauiano e giacobino</strong>, che eleva “la Gente” – qui volutamente con la G maiuscola – a categoria sociale e ne asseconda pulsioni e passioni. Avrebbe potuto scandire un qualsiasi altro slogan di presa facile Enrico Letta: “<em>ripartiamo dai giovani</em>”, “<em>la crescita la facciamo con l’istruzione e la ricerca</em>”, “<em>per le donne priorità alle quote rosa</em>”, e via discorrendo per un elenco che potrebbe essere interminabile. <strong>Il punto non è la singola questione, ma l’attitudine a governare in filo diretto con le masse (nel senso più degrado del termine) anziché porsi in un sano atteggiamento di dialogo leader-elettori.</strong></p>
<p>D’altronde, per governare con il consenso e senza mostrare il fianco all’idiocrazia imperante delle folle servono forza e responsabilità, <strong>ma come potrebbero questi attributi contraddistinguere le élite in un paese in cui non se ne trova traccia tra la popolazione?</strong></p>
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		<title>I dazi UE sui pannelli fotovoltaici cinesi sono una risposta sbagliata, oltre che fuori tempo</title>
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		<pubDate>Fri, 10 May 2013 09:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diego Menegon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Più Azzurro, Più Verde]]></category>
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		<description><![CDATA[- L’Unione Europea ha deciso di fissare forti dazi (tra il 35 e il 67%) sui pannelli solari prodotti in Cina. Le istituzioni europee denunciano il ricorso a pratiche di dumping discorsive della concorrenza da parte delle aziende asiatiche. Se si guarda ai dati aggregati sulla produzione mondiale di celle fotovoltaiche, si rimane impressionati dai [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>- <strong>L’Unione Europea <a href="http://www.greenbiz.it/energia/fotovoltaico/7072-dazi-pannelli-cinesi-introduzione">ha deciso di fissare</a> forti dazi (tra il 35 e il 67%) sui pannelli solari prodotti in Cina.</strong> Le istituzioni europee denunciano il ricorso a pratiche di dumping discorsive della concorrenza da parte delle aziende asiatiche.<br />
<span id="more-49594"></span><br />
Se si guarda ai dati aggregati sulla produzione mondiale di celle fotovoltaiche, si rimane impressionati dai numeri dell’industria cinese: <strong>un pannello su tre costruito nell’ultimo quadrimestre del 2012 è stato fatto in Cina.</strong> C’è quindi una concentrazione tale da consentire ad un operatore di sfruttare la propria posizione dominante per esercitare pratiche commerciali scorrette?</p>
<p>In realtà, <strong>il mercato cinese è tra i più plurali e competitivi. Il grado di concentrazione dell’industria statunitense è più elevato</strong>, visto che la First Solar, azienda americana con stabilimenti in Malesia e leader mondiale del settore (con il 6% dei pannelli realizzati nei quattro continenti), <a href="http://www.greenme.it/informarsi/green-economy/6747-fotovoltaico-10-aziende-pannelli-solari">è l’unico operatore statunitense</a> nella top ten. Sono, invece, molti i produttori a contribuire al dato aggregato della Cina. <strong>Le cinesi SuntechPower, Yingli Green Energy, Trina Solar, SunPower, MotechSolar e Ja Solar occupano, nella graduatoria dei maggiori produttori di celle fotovoltaiche, le posizioni dalla seconda alla ottava.</strong></p>
<p>Non è stato sempre così. <strong>Nel 2004 era il Giappone il paese leader nella produzione di pannelli</strong>: <a href="http://www.ecoage.it/produzione-mondiale-di-pannelli-solari.htm">la quota di mercato</a> degli operatori giapponesi era pari al 51,2%. Pechino ha saputo ben sfruttare il boom della <em>green economy</em> e le opportunità date dai generosi incentivi che i paesi europei (<em>in primis</em> l’Italia) hanno riconosciuto alla produzione di energia da fonte solare nell’ultimo decennio. <strong>Le industrie cinesi hanno, quindi, saputo meglio cogliere il momento per scalare le graduatorie e imporsi nel mercato internazionale.</strong></p>
<p><strong>I paesi europei hanno destinato aiuti sostanziosi alla generazione elettrica da fonte solare, senza adottare politiche di sostegno al resto della filiera</strong>, ossia la produzione dei materiali e dell’impiantistica. In questo modo sono stati compiuti significativi passi in avanti nel perseguimento degli obiettivi di politica ambientale: nel solo 2011 la produzione di energia fotovoltaica è raddoppiata e la potenza installata aumentata del 50%. <strong>Il costo di queste misure è pagato a caro prezzo dai consumatori europei</strong> (in Italia, famiglie e imprese pagano miliardi 6,6 miliardi di euro l’anno gli incentivi al fotovoltaico), mentre alla ripartizione dei benefici di tipo economico hanno partecipato gli investitori e i produttori europei e extra UE che hanno investito nella produzione di pannelli e nella realizzazione di impianti fotovoltaici nel continente.</p>
<p><strong>Quello dell’Europa sembra un tentativo fuori tempo massimo di porre rimedio agli errori di valutazione commessi negli ultimi anni</strong>, durante i quali molti paesi del continente hanno fissato tariffe incentivanti troppo alte. Sembra, insomma, non aver fatto propria la lezione di Von Mises, secondo il quale dirigismo chiama dirigismo e le distorsione indotte dal decisore pubblico producono effetti non desiderati a cui si tende dare risposta con ulteriori distorsioni.</p>
<p><strong>La reazione dell’Europa è, per altro, tardiva perché interviene proprio nel momento in cui l’abbattimento dei costi dei pannelli</strong> (i prezzi si sono dimezzati negli ultimi 2 anni), a cui ha contribuito anche lo sviluppo dell’industria cinese, <strong>potrebbe rendere prossimo il traguardo della <em>grid parity</em></strong> e quindi l’emancipazione delle rinnovabili dal bisogno di aiuti di stato. La soglia massima di incentivi a carico dei consumatori, fissata a 6,7 miliardi di euro l’anno dal regime previsto con il Quinto Conto Energia, è ormai prossima. <strong>I consumatori hanno sopportato il carico degli incentivi alle rinnovabili.</strong> Se sono serviti a qualcosa, in termini di stimolo agli investimenti sull’innovazione, ne avremo la prova quando, grazie a pannelli più efficienti ed economici, pagheremo allo stesso prezzo l’energia più pulita prodotta dalle fonti rinnovabili anziché bruciando combustibili.</p>
<p>Nell’ultimo atto del Governo Monti, la decisione di economia e finanza approvato dal Parlamento in questi giorni, si legge che il Governo ha “<em>manifestato l’intendimento di continuare a sostenere il fotovoltaico, con misure non onerose per i consumatori elettrici</em>”. Non si configura sicuramente come una misura non onerosa a sostegno del fotovoltaico l’imposizione di dazi sui pannelli che contribuirà, invece, ad aumentarne il costo. <strong>È prevedibile che i produttori di energia da fonte solare, vedendosi negata la possibilità di approvvigionarsi di pannelli più economici, chiederanno nuovi sussidi a carico dei consumatori e dei contribuenti.</strong> Esattamente quello che bisogna scongiurare in un paese in cui bollette più care del 20% rispetto alla media europea erodono il potere di acquisto delle famiglie e la competitività delle imprese.</p>
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		<title>Eolico e corruzione, un binomio che si scioglierà quando finirà l&#8217;ingerenza pubblica</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Apr 2013 10:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Venanzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La più grande confisca di beni mai effettuata in Italia. Tale è l’entità del sequestro in atto da ieri da parte della DIA ai danni di Vito Nicastri, il noto imprenditore leader del settore eolico e fotovoltaico, soprannominato “re del vento” dal Financial Times per la sua posizione predominante nello sviluppo di campi eolici in [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La più grande confisca di beni mai effettuata in Italia. Tale è l’entità del sequestro in atto da ieri da parte della DIA ai danni di Vito Nicastri</strong>, il noto imprenditore leader del settore eolico e fotovoltaico, soprannominato “re del vento” dal Financial Times per la sua posizione predominante nello sviluppo di campi eolici in Italia, acquisita, secondo le indagini, dalla contiguità con gli interessi del crimine organizzato.<br />
<span id="more-48693"></span><br />
<strong>La cifra record confiscata dall’Antimafia ammonta, infatti, a beni per un valore di più di un miliardo e trecentomila euro.</strong> Nicastri è accusato di rivestire il ruolo d’interlocutore tra Cosa Nostra e le imprese del settore delle rinnovabili, come sembrerebbero rivelare anche alcuni dei pizzini rinvenuti all’arresto dei boss Lo Piccolo.</p>
<p><strong>La persona sbagliata nel ruolo sbagliato, diranno molti</strong> – soprattutto ecologisti e sostenitori del modello eolico e fotovoltaico per lo sviluppo di energie alternative. <strong>In realtà, alla base della confisca operata dalla DIA non vi è che uno dei tanti, ricorrenti episodi di malaffare imputabili ad un eccesso di intermediazione pubblica</strong>, talmente cospicua in alcuni settori da potersi definire vitale per il business stesso. Il miliardario giro d’affari che ruota intorno al settore delle energie rinnovabili non fa alcuna eccezione.</p>
<p><strong>Di fatti, la convinzione che il sistema di corruzione</strong>, voto di scambio, pressioni illecite e appalti truccati che grava come un macigno sulle spalle di cittadini e imprese <strong>possa essere smantellato erogando fondi per scopi apparentemente nobili come il miglioramento delle condizioni ambientali è del tutto fallace</strong>. Altrettanto fallace, invero, è la fede nella moralizzazione di un meccanismo marcio sostituendone i vertici che siedono nella stanza dei bottoni.</p>
<p><strong>Alla radice del malaffare, infatti, non vi è che la stessa <em>possibilità</em> di corrompere o essere corrotti, ricattare o essere ricattati</strong>, scaturita da un sistema di finanziamento pubblico spesso indiscriminato o erogato su criteri di carattere politico ed elettorale. Troppo spesso, infatti, la concessione di sussidi per la costruzione di campi eolici o l’installazione di pannelli solari costituisce la più preziosa merce di scambio a disposizione di politici e amministratori in cerca di consensi.</p>
<p><strong>L’unico modo ragionevole per spezzare le maglie della catena di corruzione è quello di svincolare il business delle energie rinnovabili dall’abbraccio mortale dell’intermediazione pubblica e dell’arbitrio della classe politica.</strong> L’elevato tasso di inefficienza registrato nel settore, infatti, è imputabile al fatto stesso che la sua sopravvivenza non sia legata al successo dei prodotti e del modello di business sul mercato, ma all’assoluta dipendenza dall’erogazione di denaro pubblico.</p>
<p>In vicende come questa, è innegabile il ruolo ideologico svolto dalla retorica ambientalista nel propagandare un modello di sviluppo energetico interamente sussidiato e intermediato per “correggere il tiro” rispetto alle scelte del mercato, orientato al settore delle energie tradizionali. D’altronde, <strong>il recente fallimento di Suntech</strong> – colosso cinese del fotovoltaico – <strong>e la bancarotta registrata da molte aziende del settore</strong> nate grazie ai sussidi e ai <em>tax credit</em> stanziati negli ultimi anni dall’amministrazione Obama <strong>dimostrano che non basta finanziare un business per ottenere i risultati sperati, ma che – al contrario – il legame con il legislatore e il beneficio di denaro pubblico a titolo gratuito spesso disincentivano l’efficienza</strong>, l’innovazione e aprono le porte all’intermediazione illecita.</p>
<p>È doveroso reputare Vito Nicastri innocente fino a prova contraria ma, al netto della vicenda giudiziaria che seguirà la confisca record, <strong>l’episodio dovrebbe indurre ad un serio ridimensionamento dell’intervento pubblico laddove il denaro dei contribuenti finisce per incrementare, ai danni della collettività, gli introiti della criminalità organizzata.</strong></p>
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		<title>Veneto, le ville palladiane tra capannoni e silos</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Feb 2013 09:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manlio Lilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[- “Nel nostro paesaggio sembrano prevalere la fabbrichetta velenosa, la puzzolente discarica, l’orribile intasamento del traffico per strade sempre più insufficienti e pericolose”, scrive Andrea Zanzotto nel suo intervento ne Il Veneto che amiamo (Edizioni dell’Asino, pp. 192, euro 12,00). Il racconto della regione attraverso le voci anche di Fernando Bandini, Luigi Meneghello e Mario [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>- “<em>Nel nostro paesaggio sembrano prevalere la fabbrichetta velenosa, la puzzolente discarica,<strong> l’orribile intasamento del traffico per strade sempre più insufficienti e pericolose</strong></em>”, scrive Andrea Zanzotto nel suo intervento ne Il Veneto che amiamo (Edizioni dell’Asino, pp. 192, euro 12,00). Il racconto della regione attraverso le voci anche di Fernando Bandini, Luigi Meneghello e Mario Rigoni Stern.</p>
<p>Per contrastare questo progressivo declino, per bloccare la costruzione di fabbriche su terreni agricoli, <strong>una trentina fra ecologisti ed intellettuali, vinaioli e geografi alla fine di gennaio hanno firmato un appello al governatore del Veneto. Per salvare la Valpolicella</strong>. Fino a pochi decenni fa abitata da 35 mila persone. Ora, più che raddoppiate. Le colline una volta coperte in gran parte da vigneti, da ville con i loro parchi, da piccoli centri storici con chiese romaniche, ora disseminate di villette, grossi centri commerciali e zone artigianali, quartieri dormitori, una cementeria e una discarica. <strong>Territori sviliti nella loro primitiva vocazione</strong>. Una bellezza diffusa sacrificata quasi senza ragione.<br />
<span id="more-47013"></span><br />
Il caso della Valpolicella, sfortunatamente, non isolato nel contesto veneto. <strong>Un altro paradosso dell’Italia dimenticata. L’ennesimo.</strong> Un docente del Dipartimento Territorio e Sistemi agroforestali dell’Università di Padova, Tiziano Tempesta, con l’ausilio di un laureando, ha monitorato<strong> lo stato delle 3.782 ville della regione. Per il 62% costruite tra il Seicento e il Settecento</strong>, censite dall’Istituto Regionale Ville Venete nel 92% dei Comuni della regione. Controllando, in modo particolare, lo spazio immediatamente intorno. Per un raggio di 250 metri. Edificio per edificio.</p>
<p>Ville che, come Andrea Palladio, colui a cui si deve il nome di tali residenze, scriveva, dovevano essere immerse nella campagna. I risultati della capillare ricerca sono più che preoccupanti. E’ vero, <strong>molte di quelle ville, negli ultimi anni, contando anche sull’Istituto Regionale Ville Venete, sono state salvate dal degrado.</strong> Tanti restauri hanno permesso di restituirle all’antico splendore. Ma quei salvataggi hanno riguardato le strutture. Si sono per così dire fermati al perimetro esterno. Insomma non hanno contemplato la necessaria salvaguardia dei suoi “intorno”. Seguendo un <em>trend</em> generalizzato. “<em>La tutela d’un tesoro monumentale si è fermata un centimetro oltre la recinzione, come se il valore di quel tesoro non fosse anche l’essere inserito in un determinato spazio</em>”, scrive Salvatore Settis. I dati estrapolati dalla ricerca di Tempesta, inequivocabili. In tal senso. Nonostante il 48% delle ville sia tutelato da normative nazionali o regionali,<strong> “<em>solo in pochi casi la tutela del fabbricato si è estesa anche al contesto paesaggistico in cui esso si trova</em>”</strong>. Procedendo in sostanza ad una divisione innaturale tra il Bene <em>tout court</em> nella sua materialità e il Paesaggio che lo circonda.</p>
<p>Le dimensioni del disastro si chiariscono meglio scendendo nel dettaglio. Al 14,3% di territorio “occupato da superfici artificiali”, ovvero cementificato. Con un’incidenza intorno alle ville mediamente pari a 3,4 volte quella dei comuni della regione. Gli esempi, tanti. Da Villa Trissino Giustiniani a Montecchio Maggiore. A Villa Contarini Crescente, alla periferia di Padova. Passando a villa Franchini a Villorba. <strong>Capolavori aggrediti ora da silos, ora da capannoni industriali.</strong><br />
Considerando la fascia più prossima, cioè quella nel raggio di 250 metri, <strong>solo nel caso del 35,3% delle ville la percentuale di aree occupate da villini o condomini è minore del 20%</strong>. All’opposto, nel 35,9% tale percentuale è superiore al 40%. Con un elemento complessivo di analisi, davvero inquietante. Non sembra emergere una sostanziale diversità tra le ville sottoposte a tutela e quelle che non lo sono.</p>
<p>Il disastro urbanistico perpetrato per lungo tempo ha assottigliato il <em>trait d’union</em> tra le ville palladiane e la morfoidrografia che le circondava.<strong> La pretesa industrializzazione ha infranto equilibri antichi</strong>. Come dimostra Tempesta. In 111 ville, più del 30% del territorio posto nel raggio di 250 metri è occupato da insediamenti produttivi, e per altre 159 tale percentuale è compresa tra il 20 ed il 30%. Ancora. Si è potuto constatare che<strong> non sono poche le ville inserite in zone industriali. Mentre quelle ancora inserite in un contesto paesaggistico pienamente agricolo sono il 21,9%</strong>.</p>
<p>Quel che accade in Veneto è un perfetto, sconvolgente esempio dell’Italia di oggi<strong>. Un Paese che non tutela quasi mai il suo Patrimonio storico-artistico-archeologico. E che nel frattempo consegna i territori agli interessi particolari di pochi</strong>. Di questo passo non ci si potrà stupire che per fare spazio a nuovi complessi industriali si sacrifichi anche qualche villa palladiana. Come spessissimo è accaduto a tante strutture antiche. Anche di considerevole rilevanza architettonica. Qualcuno, irragionevolmente, la chiama necessaria modernizzazione.</p>
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		<title>L&#8217;ACI stila un buon &#8220;manuale di guida&#8221; per la prossima legislatura</title>
		<link>http://www.libertiamo.it/2013/02/11/laci-stila-un-buon-manuale-di-guida-per-la-prossima-legislatura/</link>
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		<pubDate>Mon, 11 Feb 2013 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diego Menegon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[- Non c’è solo l’Imu, ricorda a ragione Angelo Sticchi Damiani presentando le dieci proposte dell’ACI, Automobile Club d’Italia. I 34 milioni di Italiani che guidano un’auto versano all’erario più di 60 miliardi di euro ogni anno tra bollo, accise e altri oneri fiscali. Tasse che mettono in crisi la capacità di spesa delle famiglie [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>-<strong> Non c’è solo l’Imu</strong>, ricorda a ragione Angelo Sticchi Damiani presentando <a href="http://www.aci.it/laci/la-federazione/iniziative-e-progetti/10-proposte-al-parlamento-e-al-governo.html" target="_blank">le dieci proposte dell’ACI</a>, Automobile Club d’Italia.</p>
<p><strong>I 34 milioni di Italiani che guidano un’auto versano all’erario più di 60 miliardi di euro</strong> ogni anno tra bollo, accise e altri oneri fiscali. <a href="http://www.libertiamo.it/2012/08/25/il-mercato-dellauto-e-crollato-sotto-il-peso-delle-tasse/" target="_blank">Tasse che mettono in crisi</a> la capacità di spesa delle famiglie e il settore automobilistico.<br />
Nel merito, <strong>il tenore delle proposte dell’ACI è però molto più concreto e realistico</strong> di quello a cui ci siamo abituati in questi giorni. Spaziano <strong>dalla semplificazione all’informatizzazione del settore, dal tema della pressione fiscale a quello delle liberalizzazioni</strong>. Molte di queste sono ampiamente condivisibili, alcune possono probabilmente essere migliorate.<br />
<span id="more-46702"></span><br />
Proviamo a passarle in rassegna.<br />
1) <strong>Sostituire il codice della strada</strong>, che ha subito oltre 20 aggiornamenti, fatto di 45 articoli, cui si sommano i 408 articoli e le 19 appendici del regolamento di attuazione,<strong> con un &#8220;codice dei conducenti&#8221; di 50 articoli chiari per i conducenti e uno specifico regolamento tecnico</strong> per la stesura delle altre disposizioni sui requisiti che devono rispettare veicoli e infrastrutture.</p>
<p><strong>Si chiede più chiarezza. L’esigenza è quanto mai pressante</strong>, visto che la sicurezza delle strade dipende dalla intelligibilità delle norme che disciplinano la circolazione da parte dei conducenti. Dato che questi ultimi dovrebbero agevolmente apprendere e imparare a memoria le regole da rispettare alla guida, <strong>è quanto mai auspicabile che possano trovarle in un unico testo</strong>, depurato da disposizioni su come realizzare auto e infrastrutture che devono essere rispettate dai produttori e dalle amministrazioni pubbliche che le realizzano.</p>
<p>2)<strong> Patente a livelli per poter guidare le auto più potenti</strong>. Un solo anno di pratica con veicoli di potenza limitata non è ritenuto un requisito sufficiente per contenere gli incidenti causati da giovani conducenti. <strong>Si vuole introdurre un nuovo esame per la guida dei veicoli a più grossa cilindrata</strong>. Probabilmente è <strong>la proposta meno solidamente argomentata</strong>. Le regole sono le stesse per la guida di ogni automobile, a prescindere dalla potenza del veicolo; prevedere <strong>un nuovo esame rischia di produrre solo più burocrazia</strong> e costi per i guidatori.</p>
<p>3) <strong>Introduzione di un esame finale per i corsi di recupero dei punti patente</strong>. Il recupero dei punti patente oggi è una formalità burocratica priva di valore formativo, che serve a far pagare ai conducenti qualche centinaio di euro, piuttosto che a promuovere l’educazione stradale. La proposta di riformare il sistema e sottoporre a un esame pratico e teorico chi commette infrazioni gravi e sinistri mortali è quanto mai condivisibile.</p>
<p>4) <strong>Abolire il superbollo e riformare la tassa di possesso, modulandola in base alle emissioni di CO2</strong>, anziché in base alla potenza del veicolo.<br />
La proposta ha il pregio di consentir<strong>e il perseguimento anche di finalità di politica ambientale</strong>. Perché non si trasformi in un’imposta regressiva, che penalizza chi non ha soldi per acquistare un’auto nuova, andrebbe corretta, eventualmente <strong>modulando la tassa sulla base di entrambi i parametri</strong>.</p>
<p>5)<strong> Rimodulare le accise sui carburanti e introdurre un sistema più efficace di sterilizzazione dell’IVA</strong>.<br />
Giustamente l’ACI lamenta <strong>l’elevata tassazione sui carburanti</strong>. Tra accise e IVA, l’erario prende 32,5 miliardi di euro l’anno agli automobilisti. Della dimensione spropositata, in rapporto al costo dei carburanti, delle accise abbiamo già parlato di recente <a href="http://www.libertiamo.it/2012/12/17/i-benzinai-su-di-una-cosa-hanno-ragione-la-benzina-e-un-bancomat-fiscale/" target="_blank">qui</a> e <a href="http://www.libertiamo.it/2012/04/14/lennesima-accisa-sulla-benzina-no-professor-monti-no/" target="_blank">qui</a>.</p>
<p><strong>Su un prezzo alla pompa di 1,84 euro al litro, il 57% va all’erario</strong>. Meno della metà, quindi, 0,789 euro, va al benzinaio e al resto della filiera. <strong>La proposta dell’ACI è più che ragionevole. Forse fin troppo timida</strong>. Probabilmente l’associazione è frenata, nel caso, dall’obbligo morale (avvertito, evidentemente, più dall’ACI che da molti politici meno seri) di <strong>suggerire una copertura finanziaria plausibile</strong> a eventuali riduzioni delle accise.</p>
<p>Posto che la riduzione della pressione fiscale dovrebbe partire dalla riduzione delle imposte su lavoro e imprese per rilanciare la crescita, non si può però escludere che politiche dei trasporti più oculate ed efficienti non possano dar luogo a risparmi da utilizzare per ridurre le imposte sui carburanti. Prendiamo i trasferimenti alle imprese del settore per finanziare il servizio di trasporto pubblico locale: generalmente sono assegnati senza una gara trasparente e competitiva. <strong>Se l’affidamento del servizio fosse messo a gara, è probabile che la concorrenza premerebbe al ribasso i relativi costi</strong>, con pari (o migliori) servizi e condizioni per i viaggiatori. I risparmi da ciò derivanti (un allineamento agli standard di spesa di Germania e Regno Unito comporterebbe minori spese per 0,2 punti percentuali di pil) potrebbero essere usati anche per ridurre le accise sui carburanti.</p>
<p>6)<strong> Riforma RC-auto per prevenire le frodi e contenere i costi. </strong>L’ACI riporta i dati sulla spesa assicurativa: una media di 740 euro l’anno; + 150% dal 1990: aumento delle imposte da 700 milioni a oltre 4 miliardi di euro l’anno. L’introduzione di misure di contrasto al fenomeno delle frodi proposta dall’ACI va a beneficio dei consumatori, prima ancora che delle imprese di assicurazione.</p>
<p>7) <strong>Destinazione delle multe alla mobilità</strong>. In teoria i comuni sarebbero già tenuti, per legge, a usare per la mobilità i soldi percepiti dalle multe, ma è di fatto impossibile verificare che effettivamente lo facciano. Si scopre così che <strong>parecchi comuni hanno il pessimo vizio di usare gli incassi delle multe (2,5 miliardi di euro nel 2012) per finanziare spesa corrente</strong>. Il risultato è che i comuni sono indotti a sottoporre i guidatori ad una sorta di <em>stalking</em> per perpetuare ogni anno la raccolta di un pari o superiore importo. Urgono, quindi, strumenti di vigilanza sul rispetto dell’obbligo di utilizzo ai fini della mobilità delle multe.</p>
<p>8) <strong>Più servizi di trasporto pubblico.</strong> L’ACI lamenta <strong>l’obsolescenza (i bus hanno in media 10 anni) e l’inefficienza dei servizi di trasporto pubblico</strong> (dove i ricavi coprono appena il 30% dei costi). La proposta è quella migliore e più efficace: <strong>semplificare e favorire la concorrenza</strong>. Una pluralità di operatori è la migliore garanzia perché siano offerti servizi migliori a prezzi più bassi e sia garantita ampia libertà di scelta ai consumatori.</p>
<p>9) <strong>Più infomobilità locale per ridurre incidenti stradali e traffico veicolare</strong>. Secondo l’ACI occorre varare una legge che istituisca un sistema di infomobilità integrato a livello locale. Finora sono state avviate varie iniziative non coordinate tra loro per monitorare pezzi del sistema stradale e autostradale. <strong>Un coordinamento</strong>, magari secondo regole e standard elaborate dalla costituenda Authority dei trasporti, ed <strong>un potenziamento di queste attività potrebbe contribuire a ridurre il costo per il sistema paese della congestione stradale</strong>, stimata attorno ai 5 miliardi di euro.</p>
<p>10) <strong>Una &#8220;cabina di regia&#8221; della mobilità per il territorio</strong> per superare l’eterogeneità e spesso la scarsa efficacia delle misure per la mobilità. Anche il sistema sanzionatorio è applicato in modo diverso dalle polizie locali.<br />
L’idea di affidare all’Authority per i trasporti il compito di stabilire linee guida per l’azione amministrativa non va ignorata. Un po’ perché è utile diffondere le <em>best practice</em> che si vanno affermando, un po’ perché <strong>l’eguaglianza degli automobilisti dinanzi alla paletta del vigile è sancita dalla Costituzione, così come la libera circolazione sul territorio</strong>. Un ultimo, fugace, riferimento alle misure limitative della circolazione imposte per la salvaguardia ambientale, che si rivelano spesso inefficaci meriterebbe, infine, di essere approfondito.</p>
<p><strong>Provvedimenti di restrizione dell’uso dell’auto creano spesso disagi ai cittadini</strong>; questi sono chiamati a informarsi costantemente su targhe alterne e domeniche a piedi decisi in modo non prevedibile dalle autorità locali. Sono poi costretti a cercare soluzioni alternative all’uso della propria auto, magari per recarsi a lavoro o portare i figli a scuola, non sempre di facile reperibilità. <strong>Molto meglio puntare su infrastrutture capaci di decongestionare il traffico e ridurre conseguentemente le emissioni</strong>, come le metrostrade, tunnel sotterranei a pedaggio, sul modello di quelle realizzate a Oslo. In quanto autofinanziabili, possono essere realizzate da privati, senza gravare sulla finanza pubblica.</p>
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		<title>I fantasmi di Venezia, città smarrita in progetti isolati</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jan 2013 09:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manlio Lilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[- E’ da poche settimane uscito in Dvd per Marsilio, accompagnato da una lunga intervista e da alcuni disegni, Sei Venezia, un film di Carlo Mazzacurati. Un film interamente dedicato alla difficile sopravvivenza della città e della laguna. Sei ritratti di persone che guardano Venezia e il suo territorio: un pensionato che lavora all’archivio dei [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>- E’ da poche settimane uscito in Dvd per Marsilio, accompagnato da una lunga intervista e da alcuni disegni,<strong> <em>Sei Venezia</em>, un film di Carlo Mazzacurati. Un film interamente dedicato alla difficile sopravvivenza della città e della laguna.</strong> Sei ritratti di persone che guardano Venezia e il suo territorio: un pensionato che lavora all’archivio dei Frari, una cameriera del Danieli, un archeologo dilettante, un pittore eccentrico, un ex topo di appartamenti, un ragazzino portato per il bel canto. Con un’immagine che rimanda alla salvaguardia di Venezia dalle acque alte.<strong> Il prototipo sperimentale, ormai corroso dalla ruggine, del Mose.</strong></p>
<p>Già, l’acqua alta. Il problema di Venezia. <strong>In attesa del Mose, il sistema di paratie mobili, la cui entrata in funzione è ora prevista per il 2016, si lavora ad altro.</strong> Al porto. Anzi alla diga e ad un nuovo terminal. La legge di Stabilità il 22 dicembre scorso<strong> ha stanziato 100 milioni di euro per la realizzazione della piattaforma d’altura che servirà per il traffico petrolifero e per quello dei <em>container</em>.</p>
<p></strong>Un progetto, dal punto della copertura economica, sperimentale. Lo Stato fornisce il contributo iniziale. Il privato costruisce la diga che è un’opera pubblica. Lo Stato paga un canone per 40 anni, dopodiché diventa sua.<strong> Un progetto, al largo della bocca di porto di Malamocco, che consentirà di aggirare il problema di far arrivare a Venezia le navi di grandi dimensioni.</strong> Contando su fondali che hanno una maggiore profondità naturale.<br />
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Ma, a parte queste indicazioni sulla Città che sarà, <strong>l’oggi è assai incerto.</strong> Terminate le manifestazioni sul Cinema e l’Architettura, ritirati i <em>red carpet</em> srotolati per l’occasione, <strong>Venezia ritorna ad essere la Città che Tutto il mondo conosce. Straordinaria ma anche zavorrata da alcuni guai.</p>
<p></strong>Un’inchiesta sullo stato delle cose e delle prospettive della Città, patrimonio dell’Umanità, pubblicata lo scorso agosto sul “Nouvel Observateur, era intitolata &#8220;<em>Monstres flottants sur la lagune</em>”.<strong> I temi trattati? Innanzitutto la questione del passaggio dei piroscafi turistici tra San Marco e le chiese del Palladio.</strong> E di conseguenza i relativi possibili disastri. Ma anche <strong>le speculazioni che premono sulla Città e sulle isole della laguna.</strong> Proseguendo per i vari progetti per il Lido e il fallimento del nuovo palazzo del cinema. Fino alla proposta di trasformazione del Fondaco dei Tedeschi e alla speculazione del Quadrante di Tessera. E della relativa metropolitana sublagunare.</p>
<p>Questioni che sono <strong>il portato naturale di politiche che hanno scelto di privilegiare un’economia esclusivamente turistica.</strong> Dichiaratamente votata allo sfruttamento del patrimonio culturale. Peraltro neppure in modo efficace. Tanto che agli inizi del passato dicembre, sulle colonne del Corriere della Sera, Francesco Giavazzi  provocatoriamente rilanciava <strong>una sua vecchia idea per la gestione di Venezia. Quella di affidare la Città alla Disney Corporation.</p>
<p></strong>Provocazioni a parte quel che appare certo è che <strong>Venezia dà sempre più l’impressione di essere una Città smarrita.</strong> Nella quale si agitano anche nuovi “fantasmi”. A partire dalla proposta del grattacielo di Cardin. Come ha notato recentemente Vittorio Gregotti, “<em>generosa nelle intenzioni del promotore ma assurda sia nella sua soluzione architettonica, che nella totale assenza di una qualche logica di pianificazione</em>”. <strong>Una proposta purtroppo presa sul serio anche dalle istituzioni. E persino da una parte dell’opinione pubblica.</strong> Nonostante si tratti di un episodio isolato. Nel quale il disegno urbano si presenta come elemento marginale. In assenza di un piano di assetto territoriale (quello di Marghera) realmente funzionale.</p>
<p>La logica del “meglio qualcosa del niente” è il traino di un intervento che mostra analogie assai stringenti con altri numerosi casi italiani. <strong>Un’opera faraonica pensata più per celebrare il famoso stilista che per lenire i disagi dell’area nella quale è stato pensato.</strong> Considerando le criticità dell’intera area industriale di Marghera, sarebbe stato forse preferibile concentrarsi sulla sua trasformazione. Studiando la conservazione del suo potenziale di occupazione.<strong> Proponendone la trasformazione secondo la tradizione della città europea.</strong> Nella quale convivono funzioni produttive compatibili, abitazioni e servizi. D’altra parte se si decidesse di intraprendere questo progetto non si partirebbe da zero. Fin dal 2009 alcune cattedre dello Iuav sono variamente impegnate nel promuovere ricerche in questa direzione.</p>
<p><strong>Ma altri fantasmi incombono su Venezia.</strong> Come quello del “raddoppio” dell’Hotel Santa Chiara, in piazzale Roma. L’edificio, originariamente convento di monache, nello scorso secolo fu trasformato in albergo. Ora, dopo un conflitto burocratico-giudiziario di 55 anni con il Comune, il proprietario ha cominciato a costruire un edificio per raddoppiare il suo albergo vicino al ponte di Calatrava. Con il risultato che<strong> il colpo d’occhio sul Canal Grande per chi arriva oggi a piazzale Roma è mozzato dallo scheletro di un palazzo moderno.</strong> Molto vistoso. Di due piani di garage interrati, più altri tre di una nuova ala dell’hotel. Tutto di cemento, ricoperto, sembra, di una superficie in vetro.</p>
<p>La Soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e Laguna, Renata Codello, che ha dato il suo “ok” alla realizzazione dell’opera, si schernisce.<strong> Rivendicando la bellezza dell’aggiunta. Soprattutto, sostenendo che il contesto è preservato.</strong> Ma osservando i <em>rendering</em> della struttura il dubbio che non sia come afferma l’architetto Codello viene.</p>
<p><strong>A Venezia, come a tante città italiane, non servono “aggiunte” grandiose.</strong> Innalzate a gloria del loro progettista, oltre che del committente, ma che, anche se di sicuro risalto, non possono essere funzionali ad una riorganizzazione degli spazi e delle funzioni eventi.<strong> In un passato neppure troppo recente ne è stata pienamente consapevole la popolazione veneziana, insieme ad alcune personalità culturali.</strong> Basti pensare all’Expo 2000, sostenuto alla metà degli anni Ottanta dall’allora potente ministro socialista Gianni De Michelis. Ma naufragato a causa della sollevazione popolare.</p>
<p><strong>Molto è cambiato da quell’Italia. E’ mutata la società. Le priorità sono differenti.</strong> Forse non sarebbe più possibile che a contrastare decisioni errate intervengano le voci dal basso. <strong>Ma Venezia, quella costituita dai palazzi, dalle piazze e dalle calli e dalle Persone che ci vivono, merita maggior rispetto.</strong> Più attenzione. Metabolizzate le proposte rimaste senza seguito e le ambizioni inappagate si deve trovare il modo di andare oltre. Di costruire un racconto nuovo per la Città. Superando l’incompiuto raccontato recentemente da Alberto Vitucci, in <em>Nel nome di Venezia</em> (Corte del Fontenego, pagg. 36, euro 3,00) e una quindicina di anni fa da Vittorio Gregotti, in <em>Venezia città della nuova modernità</em> (Consorzio Venezia Nuova, pagg. 34, s.i.p.).</p>
<p><strong>Il rilancio di Venezia come città non solo turistica e per i turisti passa necessariamente per politiche urbanistiche</strong> capaci di programmare le scelte. Che non potranno essere casuali o slegate tra loro. Ad essere riflessi nell’acqua non possono essere ancora soltanto fantasmi.</p>
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		<title>Campania infelix. Una terra bella e fertile diventata orrenda discarica abusiva</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jan 2013 09:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manlio Lilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[- Si intitola La terra desolata. E’ il reportage realizzato dal fotografo toscano Diego Barsuglia sul martoriato territorio intorno al capoluogo campano. Una summa di immagini delle vittime dei rifiuti. Dello scriteriato uso del suolo per accumulare l’oro putrescente. La monnezza. Scatti nei quali spesso esiste un confine. Fisico. Da una parte i terreni, i [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>- Si intitola <em>La terra desolata</em>. E’ <strong>il reportage realizzato dal fotografo toscano Diego Barsuglia sul martoriato territorio intorno al capoluogo campano.</strong> Una summa di immagini delle vittime dei rifiuti. Dello scriteriato uso del suolo per accumulare l’oro putrescente.</p>
<p><strong>La monnezza. Scatti nei quali spesso esiste un confine. Fisico.</strong> Da una parte i terreni, i vigneti, le colline, i corsi d’acqua devastati dal pattume. Dall’altra, gli uomini e le donne colpiti dalla malattia.</p>
<p><strong>Eppure le leggi ci sono. Il problema è che non sono applicate.</strong> La prima legge speciale della Campania risale al 19 novembre 1973. Il titolo prescelto non lasciava dubbi: “<em>Finanziamenti regionali per la costruzione, ampliamento e completamento di impianti per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani</em>”. Lo stanziamento pure. 30 miliardi di lire per “<em>costruire i necessari inceneritori nel quadro di un piano regionale di cinque anni di localizzazione razionale degli impianti</em>”. Da allora sono passati quasi 40 anni. Si sono succeduti i governi nazionali. E quelli della Regione, delle Province e dei singoli Comuni. Ma nulla è mutato.</p>
<p><strong>Le discariche sono una minaccia per il Paesaggio. Ma anche un ordigno, innescato, per l’Ambiente.</strong> E dunque una minaccia per le Persone. Soprattutto quando le montagne di immondizie di ogni tipo si appropriano illegalmente di spicchi di territorio.</p>
<p>Non si muore solo a Taranto per l’Ilva. <strong>Nel napoletano le discariche abusive continuano a crescere. E ad ammazzare</strong>. A quel che si vede, senza neppure troppa fatica, procedendo da un centro all’altro, in un tour del degrado, va aggiunto molto altro. Ad esempio <strong>quanto si apprende dalle rivelazioni di affiliati ad attività malavitose</strong>, che, come si sa con sempre maggiore definizione, sui rifiuti hanno costruito un vero e proprio business. Anche attraverso collegamenti con alcune industrie del Nord. I<strong>nsomma a fruttare non è soltanto la monnezza, per così dire, locale.</strong> Peraltro già in più che considerevole quantità. A fare la differenza sono le importazioni.</p>
<p><strong>Ma il problema non interessa soltanto la provincia di Napoli.</strong> Anche in quelle di Caserta, Salerno e Benevento sono migliaia i siti illegali di smaltimento rifiuti. Contigui a quelli legali, ormai al collasso. <strong>La geografia della morte ha un’estensione di un centinaio di chilometri quadrati.</strong> Abbraccia il grande canalone dei Regi Lagni e i terreni di Scafarea, Tre Ponti e Taverna del Re. S’inerpica fino alle falde del Vesuvio arrivando fino a Terzigno. Prosegue verso la zona flegrea, verso la montagna di Camaldoli e verso Chiaiano.</p>
<p>A San Tammaro, Caserta, Migliaia di gabbiani volano sui rifiuti putrescenti dei 50 ettari della discarica di Maruzzella. Dei 21 dipendenti, 9 già si sono ammalati di cancro. Di questi, 5 sono già morti.<br />
Senza contare che <strong>l’impianto di compostaggio sarebbe capace di trattare più della metà dell’umido prodotto nella provincia di Caserta. Se solo fosse stato completato.</strong> I lavori, fermi all’80%, hanno visto l’utilizzo dei capannoni come deposito provvisorio di ecoballe voluto dal commissario Bertolaso. In seguito, per liberarli, è stato necessario l’uso delle ruspe con conseguente danneggiamento dei pavimenti. In Contrada Pisani, Napoli, montagne di rifiuti, sui quali ormai è cresciuta la vegetazione. Delle vere e proprie alture artificiali.</p>
<p>A Terzigno, Napoli. <strong>Nelle vicinanze del sito di smaltimento illegale di rifiuti tossici “Cava Ranieri” si sono registrati 87 malati di cancro.</strong> Secondo un’indagine di un anno e mezzo fa realizzata da associazioni di cittadini del comune nella zona limitrofa alla discarica, addirittura il 41% degli abitanti è affetto da una malattia tumorale o da patologie simili.</p>
<p>Ai Regi Lagni, Marcianise. Qui esiste una fitta rete di canali irrigui artificiali. Estesi su 1.095 km, così da facilitare l’attività agricola su 110.000 ettari. Ma<strong> sono diffusi microinquinanti in concentrazioni tali da causare effetti disastrosi sulle specie biologiche.</strong> Il numero di abitanti coinvolti nel disastro ambientale ammonta a 2,8 milioni.<br />
Ancora, nella discarica abusiva denominata Lo Uttaro, in provincia di Caserta. Qui, si smaltisce prevalentemente cemento. A Pianura, altra discarica. Nella quale tra i 22 addetti che sono venuti a mancare, 17 sono morti di cancro. <strong>A Succivo, Caserta. Montagne di eternit abbandonato.</strong></p>
<p>Situazioni che nella quasi totalità dei casi sono da tempo fuori controllo.<strong> Così come lo sono gli oltre 800 siti, tra Napoli e Caserta, nella famosa Terra dei fuochi, dove si bruciano i rifiuti.</strong><br />
Naturalmente esiste molto di più. Sfortunatamente. Ed esiste anche per <strong>quell’intreccio assai stretto tra mercato dei rifiuti e criminalità. Non di rado con la connivenza della politica.</p>
<p></strong>Basta scorrere le pagine dell’ultimo Rapporto Ecomafia di Legambiente. E <strong>leggere la deposizione rilasciata ai magistrati da Dario De Simone, per anni personaggio di rilievo nel clan dei Casalesi.</strong> Recentemente diventato un collaboratore di giustizia.</p>
<blockquote><p>“Per quanto riguarda i rifiuti, il clan dei Casalesi (…) è entrato nel business dei rifiuti tra il 1989 e il 1990. In quell’epoca <strong>gli imprenditori ci hanno fatto capire che il business dell’immondizia, noi prima di quel giorno (…) non sapevamo che con i rifiuti si potevano fare tanti soldi</strong>. Ce lo spiegò l’avvocato Chianese [il proprietario di alcune cave abusive], che con le discariche ha guadagnato miliardi, i fratelli Bruscino, Cardiello, Iossa, tutti imprenditori che navigavano in questo ambito”.</p></blockquote>
<p>Parole di De Simone. Che aggiunge come “<em>in due-tre anni di lavoro hanno tirato su tanti soldi</em>”. Quasi cinque miliardi delle vecchie lire.</p>
<p><strong>Incassi così alti da giustificare anche sanguinose lotte tra clan. A colpi di mitra.</strong> La posta? I traffici con le regioni settentrionali. Padova, Ferrara, Torino, Milano, Varese, Brescia. Toscana compresa. Con le fabbriche industriali di vernici, le lavanderie industriali, le concerie.</p>
<p><strong>Ma, intanto, nelle province campane ci si ammala. E, spesso si muore.</strong> Come indiziava un rapporto dell’Istituto Nazionale per i tumori Pascale di Napoli, pubblicato su Avvenire, alcuni mesi fa. In provincia di Napoli, con l’esclusione della città, negli ultimi venti anni, si sono avuti<strong> incrementi percentuali del tasso di mortalità per tumore del 47% tra gli uomini e del 40% tra le donne.</strong> Incrementi che nella provincia di Caserta hanno raggiunto, rispettivamente, il 28,4% e il 32,7%. Con picchi massimi riscontrati in una quindicina di comuni a sud di Caserta e a nord di Napoli. Più altri due che sono attraversati dal fiume Volturno e dal fiume Sarno.<br />
Un eccesso di mortalità, al quale va aggiunta una serie di altre patologie croniche. Non di rado degenerative. <strong>Insomma un’emergenza sociale e ambientale. Non soltanto sanitaria.</p>
<p></strong>La <em>Campania felix</em> dell’antichità si è tramutata in una sorta di disastrata parte d’Italia. Nella quale <strong>le verdi pianure del casertano si sono trasformate in alte colline di rifiuti sulle quali volano i gabbiani.</strong> I frutteti ed i campi coltivati divenuti distese di ecoballe. Parti considerevoli di territori divenuti lo strumento per smaltire veleni di ogni tipo. E di ogni provenienza.</p>
<p>La terra prospera del passato costretta, suo malgrado, a diventare in larghi settori, una discarica dilatata. E putrescente.</p>
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		<title>Parte (forse) il Piano Città. Ma rischia di diventare un nulla di fatto</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Dec 2012 09:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manlio Lilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[- Molte città d&#8217;Europa hanno avviato da tempo una radicale trasformazione di alcune parti. Anche cospicue. A partire da Amburgo, il caso più noto. Dove, nella vecchia area portuale in disuso lungo il fiume Elba, sta prendendo forma il nuovo quartiere Hafencity, su un&#8217;estensione di 157 ettari nel centro della città. Un maxi-intervento che contempla [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>- Molte città d&#8217;Europa hanno avviato da tempo <strong>una radicale trasformazione di alcune parti. Anche cospicue.</strong> A partire da Amburgo, il caso più noto. Dove, <strong>nella vecchia area portuale in disuso lungo il fiume Elba, sta prendendo forma il nuovo quartiere Hafencity,</strong> su un&#8217;estensione di 157 ettari nel centro della città. Un maxi-intervento che contempla il recupero e la trasformazione funzionale degli edifici ex-industriali che sono stati conservati.</p>
<p>Ma esiste una ricca casistica in materia. A Malmö, per esempio, terza città della Svezia, si sta concludendo la trasformazione del quartiere Västra Hamnen, un tempo area portuale<strong>. A Nantes, nel nordovest della Francia, una partnership pubblico-privata sta trasformando un&#8217;area di 355 ettari</strong>, con il contributo fondamentale della Cassa depositi e prestiti francese. Anche il quartiere Vesterbro, a Copenhagen, è stato interessato da una riqualificazione urbana, promossa dal pubblico ma attuata con investimenti privati. E così pure nel<strong> quartiere di Leidsche Rijn a Utrecht, in Olanda, uno dei più grandi programmi di edilizia residenziale a costo moderato che siano mai stati avviati in Olanda.</strong> Pianificato nel 1994 e ancora in corso di realizzazione, per stralci.<br />
<span id="more-45564"></span><br />
<strong>In Italia siamo ancora agli inizi.</strong> Con la firma da parte del Viceministro per le Infrastrutture Mario Ciaccia sul decreto in cinque articoli per i criteri di selezione, <strong>nell’agosto passato ha preso il via ufficialmente il Piano città, finalizzato alla riqualificazione delle aree urbane degradate.</strong> Il 5 ottobre è scaduto il termine per la presentazione della candidature dei singoli Comuni all’Anci, al Ministero delle Infrastrutture e alla cabina di regia che sovraintenderà alla procedura selettiva del piano città. <strong>A disposizione ci sono i 224 milioni di euro stanziati dal ministero, secondo l’articolo 12 del Dl 83/2012.</strong> Ai quali potranno essere aggiunte risorse reperibili in altri programmi nazionali come i fondi ex Fas (forse 900 milioni), Fesr (2,6 milioni), Ministero dell’Ambiente (300 milioni), Fia per Social Housing (1,2 miliardi) e fondo Kyoto (400 milioni).</p>
<p><strong>Risorse importanti reperite mentre cresce il numero dei disoccupati</strong> e, comunque, il Paese si trascina faticosamente in avanti. Una misura che mostra innanzitutto l’intenzione d<strong>i sanare almeno alcune “ferite” dei nostri agglomerati urbani.</strong> Probabilmente, anche quella di<strong> riavviare un settore, quello dei lavori pubblici, in prolungato <em>impasse</em>.</strong> Per i Comuni italiani un’occasione. Da non sprecare.</p>
<p>Molte città italiane, o almeno parti cospicue di esse, a partire dai loro nuclei storici, continuano a brillare quasi naturalmente, di una propria bellezza. <strong>Il problema è che, spesso, senza alcuna possibilità di differenziazioni tra Nord e Sud, si sono operate aggiunte senza alcuna <em>ratio</em>.</strong> Inserendo edifici che hanno “mortificato” il contesto. Ma anche <strong>indirizzando espansioni disarticolate. Senza naturalmente badare a preesistenze, funzionalità. Tanto meno all’impatto ambientale.</strong> Le città attuali, con importanti aree dismesse, edifici abbandonati, interi quartieri profondamente degradati, servizi insufficienti in aree di espansione realizzate “a prescindere”, sono come capolavori della statuaria antica dei quali siano andate perse delle parti.</p>
<p>A conferma ancora di più di quanto ci sarebbe da fare, c’è <strong>il numero dei Comuni che hanno presentato progetti di riqualificazione urbana. Più di 425. Per un totale di investimenti pari a circa 18 miliardi.</strong> Soltanto per il 50% circa “coperti”. Con la metà restante da reperire “<em>tra altre risorse esistenti e non utilizzate o mal utilizzate, come quelle dei fondi europei</em>”, come ha dichiarato recentemente Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emila e presidente dell’Anci.</p>
<p>Da quanto emerge dal 46esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese<strong>, nella gran parte dei casi si tratta di piccoli comuni.</strong> Ben il 41,7% delle proposte infatti arriva dai centri con meno di 10mila abitanti. In particolare, sono 180 i piccoli centri, per grandissima parte localizzati al Sud, che hanno presentat<strong>o proposte in materia di riprogettazione di aree e quartieri caratterizzati da deficit di servizi, infrastrutture e qualità dell’abitare.</strong> A seguire con il 33,6% delle proposte, le città che contano da 10mila a 50mila abitanti e con il 22% quelle da 50 mila a 250 mila abitanti. Fanalino di coda le città al di sopra dei 250 mila con una percentuale molto bassa, appena il 2,8%.</p>
<p>I progetti si riferiscono tutti, come richiesto dal bando, ad aree dismesse o quartieri a degrado edilizio-sociale. I<strong>n molti casi, però, le proposte presentate sono molto vicine a un programma di lavori pubblici, più che a programmi complessi di riqualificazione urbana.</strong> Come si legge nelle relazioni, è vero che sono insiemi di interventi &#8220;studiati&#8221;, in grado di rilanciare quartieri e aree degradate e dunque innescare sviluppo. Tuttavia il coinvolgimento di capitali privati è spesso indipendente da queste opere, o indefinito.</p>
<p>L&#8217;ambito degli interventi è molto vasto: partiamo da quelli sulla Valbisagno a Genova. Più specificatamente<strong> sul fronte del trasporto pubblico e del riassetto idrogeologico</strong>, con la creazione di una asse protetto per il trasporto e di interventi sull’arginatura in zona Staglieno-Gavette. Il primo lotto di lavori per lo scolmatore del Bisagno, con le opere captazione dei rivi Noce, Rovare, Fereggiano. L’avvio della Piastra Genova-Est e la bonifica del Rio dell’Olmo.</p>
<p>Per quanto riguarda la riqualificazione urbana e il <em>social housing</em>, la creazione di alloggi ERP ed ERS nell’area ex Boero e l’avvio della riqualificazione energetica degli alloggi ERP di Piazzale Adriatico. E’ previsto un nuovo lungomare pedonale, con spazi per la balneazione e la socializzazione,<strong> un raccordo alla rete ecologica ciclabile e nuovi parcheggi nel quartiere San Girolamo-Fesca, a Bari.</strong></p>
<p>Dalla riqualificazione urbana del quartiere di Mercato Navile, con l’ampliamento dell’offerta abitativa sociale, un nuovo polo scolastico e il Centro culturale di quartiere, a Bologna. <strong>Alla riqualificazione della parte di città a ridosso del porto, la zona di Marinella, a Napoli</strong>, dove è necessario rifare la pavimentazione, i marciapiedi e l’illuminazione. Ma anche il completamento del restauro dell’area ex Corradini, che dovrebbe diventare parte integrante del nuovo porto turistico di Vigliena. Oltre al completamento dell’accessibilità al Centro direzionale, alla realizzazione di una nuova stazione della metropolitana e al miglioramento degli accessi a quella esistente.</p>
<p>Dal recupero dell’ex Arsenale Austriaco, voluto dal maresciallo Radetzky, a Verona. <strong>Al rifacimento della pavimentazione e il restauro interno ed esterno del borgo medievale di Caserta Vecchia.</strong> Dal parcheggio interrato di 500 posti nella zona di Porta Prato, oltre che alla piazza giardino di 20 mila metri quadrati e alla trasformazione del complesso industriale dismesso in zona residenziale, a Firenze. Al recupero dell’ex ospedale psichiatrico San Benedetto e alla sua trasformazione in parco pubblico con annessi i servizi del distretto sanitario, una biblioteca e una zona residenziale con parcheggi interrati, a Pesaro. <strong>Dall’intervento sul monastero di Santa Clara e il trasferimento al suo interno della biblioteca multimediale, a Pavia.</strong> Alla rifunzionalizzazione e riqualificazione della Stazione Fs di Piazzale Marconi, oltre al progetto del Lungomare di Levante, a Siracusa.</p>
<p>Da questo elenco <strong>non potevano mancare Milano, Torino e Roma. Secondo l’ordine, crescente, delle loro richieste.</strong><br />
Di<strong> circa 29,5 milioni di euro il finanziamento milanese.</strong> Pari al 25% del costo complessivo dell’operazione. Per due ambiti, di quasi 2 milioni di metri quadri. Quelli di Porto di Mare, che si estende nel quadrante Sud-Est, e Bovisa Gasometri, sul fronte opposto, nella parte Nord-Ovest. Con <strong>la Bovisa destinata ad accrescere la sua vocazione universitaria</strong>, oltre che ad assicurare residenziale per studenti, uffici e commerciale.</p>
<p>Invece,<strong> i 30 milioni di euro richiesti dal Comune di Torino serviranno alla riqualificazione di una parte cospicua del quadrante settentrionale della Città.</strong> Quello della Falchera. Con benefici anche per la vicina Settimo Torinese. In ogni caso un intervento diversificato esteso ai collegamenti con il quartiere, l’efficienza energetica, il <em>social housing</em>, la riqualificazione degli spazi urbani e il rilancio degli orti urbani.</p>
<p><strong>Il più costoso dei tre è il finanziamento romano, di 33 milioni di euro, che sarà investito su Pietralata.</strong> Al cui Piano Particolareggiato la Giunta ha recentemente approvato una variante, con cui presenta una lista dettagliata di infrastrutture e opere pubbliche immediatamente cantierabili nell’area un tempo destinata ad ospitare lo Sdo, pensato col vecchio PRG capitolino. <strong>Scuole, parrocchie, piste ciclabili, <em>housing</em> sociale, parchi e strade, centri sportivi</strong>, un commissariato, nuovi padiglioni destinati ad attività del Teatro dell’Opera, un centro di accoglienza per diversamente abili, insediamenti artigianali, un centro congressi e <strong>la bonifica di alcune aree adiacenti alla stazione Tiburtina dell’Alta velocità.</strong></p>
<p>Il che significa che per un certo numero di amministratori il Piano nazionale per le città rappresenta <strong>una sorta di <em>jolly</em>. Un’occasione insperata di attingere a nuovi fondi dopo i tagli effettuati e quelli annunciati.</strong> Forse non sempre per interventi che abbiano come unico scopo quello della “riqualificazione delle aree degradate.” Non rendendosi conto che rifunzionalizzare edifici dismessi, intervenire per conservare siti storici, bonificare aree degradate vuol dire anche riequilibrare diseguaglianze, mettendo ordine. Ancor più che realizzando nuove volumetrie.</p>
<p><strong>L’architettura e l’urbanistica, efficacemente intese per l’utilizzo della comunità, divengono strumenti per iniziare a disegnare uno scenario nuovo.</strong> Nell’antichità greca e romana il buon funzionamento dei centri abitati era anche il portato della loro corretta pianificazione iniziale e degli interventi successivi. Che nei moderni centri sarà possibile realizzare, passando dalla fase progettuale a quella esecutiva, soltanto se verranno reperite le risorse necessarie. Insomma <strong>anche in questo caso, come per la riorganizzazione delle Province, si rischia un niente di fatto.</strong> Tanto rumore per nulla.</p>
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		<title>La VIA: burocrazia per costruire, burocrazia per demolire</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Nov 2012 09:45:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diego Menegon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritto e giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Più Azzurro, Più Verde]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[burocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[impatto ambientale]]></category>
		<category><![CDATA[Menegon]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
		<category><![CDATA[VIA]]></category>

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		<description><![CDATA[- La commissione europea ha presentato a fine ottobre una proposta di direttiva che va a modificare l’attuale normativa in materia di valutazione di impatto ambientale. Si tratta di un esame che il Ministero dell’ambiente o le autorità a ciò preposte a livello regionale devono condurre durante l’iter di autorizzazione in relazione agli effetti sull’ambiente [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>- La commissione europea ha presentato a fine ottobre <strong><a href="http://www.reteambiente.it/repository/normativa/14476.pdf" target="_blank">una proposta di direttiva</a> che va a modificare l’attuale <a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2012:026:0001:0021:IT:PDF" target="_blank">normativa</a> in materia di valutazione di impatto ambientale.</strong> Si tratta di un esame che il Ministero dell’ambiente o le autorità a ciò preposte a livello regionale devono condurre durante l’<em>iter</em> di autorizzazione<strong> in relazione agli effetti sull’ambiente di una pluralità estremamente varia e numerosa di progetti industriali:</strong> dalle modifiche alle raffinerie di petrolio greggio ai parcheggi interrati, dagli interporti finalizzati al trasporto merci agli impianti per la fabbricazione di fertilizzanti.</p>
<p>La proposta prevede, tra le altre cose, anche<strong> l’assoggettamento dei progetti di demolizione delle medesime opere.</strong><br />
Nulla di male, se tutta la procedura fosse celere e indolore. <strong>Il problema è che il termine teoricamente previsto di norma dalla legge di 150 giorni non è mai rispettato.</strong> Complici la complessità della procedura e la numerosità degli enti chiamati a intervenire durante il procedimento,<strong> la valutazione di impatto ambientale viene solitamente rilasciata dopo anni.</strong> Gli ultimi 10 provvedimenti VIA emessi a livello statale sono stati rilasciati in media <strong>dopo 42 mesi dalla presentazione dell’istanza, contro i circa 5 mesi stabiliti dalla legge.<br />
<span id="more-45260"></span><br />
</strong>A ciò si aggiungano i costi istruttori: lo 0,5 per mille dei costi dell’intervento.<br />
Chi intende investire in una nuova opera può trovare tutto sommato conveniente affrontare costi e tempi della valutazione di impatto ambientale. <strong>Ma chi si propone semplicemente di demolire un’opera che già inquina o impatta su ambiente, territorio e paesaggio, potrebbe trovare assurdo addossarsi le difficoltà del caso.</strong></p>
<p>Di fatto, <strong>vengono appesantite le procedure burocratiche da seguire per dar luogo a interventi che hanno come fine ultimo la demolizione di un’opera,</strong> la rimozione dei suoi effetti negativi sull’ambiente, la liberazione di suolo.</p>
<p>Paradossalmente la norma prevista dalla proposta di direttiva <strong>scoraggia gli investimenti che implicano benefici per l’ambiente e il paesaggio.</strong> Per quanto non sia sempre vero che la demolizione di un impianto industriale sia priva di effetti sull’ambiente (si pensi allo smantellamento di una centrale nucleare), è anche vero che in casi come la chiusura di un allevamento di pollame o di suini, così come la rimozione di una conduttura del gas o di un traliccio, una volta assicurato il rispetto della normativa in materia di rifiuti,<strong> gli impatti negativi sull’ambiente derivanti dall’attività di demolizione sono scarsi o nulli, a fronte dei successivi benefici ambientali e sul paesaggio.</strong></p>
<p>I dati relativi al consumo di suolo dipingono <strong>un paese, il nostro, che divora terra, un paese dove tutto si costruisce e nulla si ristruttura né si abbatte.</strong> Quello che proprio non serve è burocratizzare anche gli interventi che portano a un recupero ambientale e di suolo.</p>
<p>A dirla tutta, la motivazione adotta in premessa nella proposta di direttiva<strong> parla della necessità di un adeguamento della normativa VIA alla giurisprudenza della Corte di Giustizia</strong>, che già ha emesso sentenze dando un’interpretazione estensiva della definizione di progetto data dalla normativa, in modo da comprendere anche le attività di demolizione.<br />
<strong>Ma per l’appunto trattasi di una giurisprudenza che si limita a interpretare una norma.</strong> Dato che la corte soggiace al diritto scritto che deve interpretare, il legislatore europeo ha tutto il diritto di chiarire il significato della norma tanto in un senso, che nell’altro.</p>
<p>Ad una soluzione così <em>tranchant</em>, che getterebbe il peso della burocrazia su tutto l’universo economico, sarebbe preferibile<strong> poter distinguere <em>cum grano salis</em> le tipologie di opere la cui demolizione può comportare effetti negativi sull’ambiente</strong> da quelle dalla cui demolizione si ricaverebbero quasi unicamente benefici.</p>
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		<title>La Liguria &#8220;si muove&#8221;. Le Cinque Terre sempre più a rischio</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Nov 2012 09:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manlio Lilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Più Azzurro, Più Verde]]></category>
		<category><![CDATA[alluvioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cinque Terre]]></category>
		<category><![CDATA[dissesto idrogeologico]]></category>
		<category><![CDATA[frane]]></category>
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		<category><![CDATA[Lilli]]></category>

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		<description><![CDATA[- “Il clivo non ha più vie, le mani s’afferrano ai rami dei pini nani; poi trema e scema il bagliore del giorno; e un ordine discende che districa dai confini le cose che non chiedono ormai che di durare, di persistere contente dell’infinita fatica; un crollo di pietrame che dal cielo s’inabissa alle prode [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>- “Il clivo non ha più vie, le mani s’afferrano ai rami dei pini nani; poi trema e scema il bagliore del giorno; e un ordine discende che districa dai confini le cose che non chiedono ormai che di durare, di persistere contente dell’infinita fatica; un crollo di pietrame che dal cielo s’inabissa alle prode …”.</p></blockquote>
<p><strong>Parole scritte da Eugenio Montale in “Clivo” uno dei componimenti della raccolta “Ossi di seppia”, del 1925.</strong> Parole ispirate al poeta genovese dai lunghi periodi trascorsi alle Cinque Terre.<br />
<strong>Luoghi di bellezza che l’incuria ha trasformato in pericolo.</strong> Con un incalzare di eventi. Nell’ottobre del 2010 straripano quattro torrenti che mandano Sestri Ponente in apnea.<strong> Nell’ottobre del 2011 la violenta alluvione che colpisce la Liguria e miete vittime alle Cinque Terre.</strong> Mille persone evacuate, le strade di Monterosso e di Vernazza invase da fango e detriti. Poi nel settembre del 2012 la frana su via dell’Amore, che collega Riomaggiore a Manarola. Con due morti, ancora.</p>
<p>La causa? <strong>Eventi metereologici inconsueti, si dice per tentare di trovare una giustificazione. Ma la realtà è un’altra.</strong> Nella Liguria, nella quale spiegano i geologi il 98% dei Comuni è a rischio, <strong>ad uccidere la costa così fragile e così amata, così sofferente e così fotografata, è l’incuria</strong>. Come è riportato anche nel rapporto “Ecosistema a rischio” firmato da Protezione Civile e Legambiente<strong> la provincia di La Spezia presenta 32 comuni su 32 a rischio.</strong><br />
<span id="more-45273"></span><br />
In primis <strong>a soffrire è la rete infrastrutturale che a lungo ha garantito la coltivazione a vigna delle colline delle Cinque Terre</strong> a picco sul mare. I terrazzamenti, comparsi attorno all’anno Mille, che hanno consentito per secoli alle popolazioni locali di vivere coltivando queste terre strappate a pendenze impossibili. Muretti a secco che è stato calcolato, complessivamente, si svilupperebbero per oltre 5.700 chilometri.<br />
Per i quali <strong>sarebbero necessarie manutenzione e cure meticolose. Che non ci sono. Anche per la mancanza di risorse umane.</strong> Insomma di persone che se ne occupino.</p>
<p><strong>Nel dopoguerra in Liguria c’erano 150mila persone che lavoravano la terra. Oggi sono meno di 14mila, per lo più anziani.</strong> Per il resto poca agricoltura. Ma <strong>molto consumo del suolo. Peraltro dissennato.</strong> Abusi edilizi, dighe e ponticelli fuori norma, frane mai messe in sicurezza, boschi e campi abbandonati.<br />
Un’occasione per pensare un po’ più concretamente su quest’angolo d’Italia in crescente pericolo la offre <strong>una ricerca intitolata “<em>Terrazzamenti e dissesto idrogeologico. Analisi del disastro ambientale delle Cinque Terre</em>”.</strong> A firmarla Mauro Agnoletto, professore associato di Pianificazione del Territorio e di Storia Ambientale all’Università di Firenze. Gli elementi che si desumono sfogliando lo studio sono essenzialmente due.<strong> Nelle Cinque Terre, proprio per le particolarità del territorio, è indispensabile fermare la cementificazione e riprendere la cura della terra.</strong> Riconquistare per la coltivazione i terreni abbandonati. Nei quali c’è il bosco. Perché, contrariamente a quanto molti pensano,<strong> la comparsa dei boschi dove una volta c’erano terre coltivate non è un buon segnale.</strong> Anzi.</p>
<p>La ricerca di Agnoletto riporta dati molto indicativi in proposito. <strong>Su 88 frane esaminate, il 47,7% è avvenuto in zone di colture abbandonate e il 44,3% in aree boschive non gestite.</strong> Le essenze che s’impiantano naturalmente su alcune terrazze divengono causa principale di dissesti. Attraverso gli impianti radicali che, non di rado, fanno crollare i muretti a secco di sostruzione. <strong>La riforestazione spontanea finisce per avere un effetto devastante.</strong> Specialmente se, per certi versi, si trova coadiuvata da piogge sopra la norma e pendenze elevate.</p>
<p><strong>Ma il problema in effetti è avvertito, sfortunatamente senza che si corra ai ripari, sull’intero territorio nazionale.</strong> I dati medi annuali sull’abbandono dell’agricoltura (110mila ettari), quelli sull’aumento dei boschi (75mila ettari) e quelli sull’urbanizzazione (8206 ettari), in relazione tra loro, tratteggiano<strong> un quadro inquietante. Che meriterebbe una seria riflessione.</strong></p>
<p><strong>Intanto, la Liguria “si muove”. Come si vede, bene, dal mare.</strong> Canaloni, versanti in frana. “<em>Nella sera distesa appena, s’ode un ululo di corni, uno sfacelo</em>”, scriveva Montale. <strong>Bisognerebbe lavorare perché non si odano più “sfaceli”.</strong> Probabilmente non lo si farà. Molto meglio, pensano alcuni, intervenire quando ci sono delle emergenze.</p>
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