Articoli di C.Palma

Il Tar libera Sky e La7, ma la Rai rimane ostaggio di una par condicio ideologica

Il Tar libera Sky e La7, ma la Rai rimane ostaggio di una par condicio ideologica

- Prima di descrivere, per l’ennesima volta, i giudici del Tar del Lazio come parrucconi del “giuridicamente corretto” al servizio dei nemici del popolo, sarebbe il caso che il PdL riflettesse sul fatto che, in questo incomprensibile gioco delle parti, i nemici della par condicio – cioè i berlusconiani  ­– sono diventati sostenitori di una posizione che neanche i “comunisti” si erano sognati di imporre all’elettorato in piena campagna elettorale. Leggi tutto

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Il doping identitario

Il doping identitario

da Il Secolo d’Italia del 10 marzo 2010

- Dal penoso repertorio di scandali privati che hanno intossicato la politica italiana e hanno finito per nascondere quelli più propriamente pubblici emerge un’Italia dissociata e male in arnese, che risolve nella doppiezza il problema della coerenza tra il dire e il fare, tra il predicare e il razzolare, tra l’impegno e la testimonianza. Leggi tutto

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Ricorso alla piazza o ricorso al decreto? Finisca la guerra della carta bollata

Ricorso alla piazza o ricorso al decreto? Finisca la guerra della carta bollata

- Siamo da tempo un paese di 60 milioni di ct della nazionale di calcio e tra la serata di giovedì e di venerdì, siamo diventati un paese di qualche milione di presidenti della Repubblica –  quorum ego – ciascuno con la sua idea dei doveri costituzionali del Capo dello Stato rispetto alle diverse versioni del decreto “salva-liste”, giunte da Palazzo Chigi sul tavolo del Quirinale.

Io, al posto di Napolitano avrei usato come schema il decreto di giovedì – con la riapertura generalizzata dei termini di presentazione delle liste – e avrei imposto al governo un intervento “al futuro”, che risolvesse in maniera radicale il baco normativo della disciplina elettorale, obbligando i partiti a depositare le liste dei candidati e i collegamenti di coalizione alcune settimane prima del deposito delle firme e comunque prima del termine per la raccolta.

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Il decreto ‘interpretativo’ su firme e liste non sarà a costo zero

Il decreto ‘interpretativo’ su firme e liste non sarà a costo zero

- Il decreto che rimette in corsa Formigoni e la lista del Pdl a Roma animerà di certo la campagna elettorale e in parte l’avvelenerà, dando a molti l’impressione che anche tra i partiti ci siano i figli e i figliastri e che le regole del gioco elettorale si applichino o si interpretino a seconda del giocatore, in maniera rigorosa per i poveracci e generosa per i potenti.

D’altra parte, le scelte non solo di Palazzo Chigi, ma anche del Quirinale, si sono fondate sull’esigenza di non impiccare all’albero dell’intransigenza costituzionale la realtà di uno scontro politico che sarebbe stato irrimediabilmente falsato dalle decisioni – formalmente ineccepibili – degli uffici elettorali di Roma e Milano.

Descrivere la decisione di ieri sera come un golpe è troppo. Dire che si è trattato di una scelta sostanzialmente obbligata lo è, almeno, altrettanto. Il vulnus che l’esclusione di Formigoni e della lista del PdL a Roma avrebbe comportato sul piano politico è stato pagato con un vulnus tutt’altro che marginale alla legalità del processo elettorale. D’altra parte, la storia istituzionale di un Paese può porre dinanzi a chi esercita responsabilità costituzionali e di governo l’onere di scegliere tra ragioni ugualmente importanti e meritevoli di tutela. E la politica è una professione difficile anche per questo.

Dal punto di vista tecnico, il decreto approvato dal Colle sembra essere assai più “ad listam” di quello bocciato giovedì sera. Ma è stato il Quirinale, non il Governo, ad opporsi ad una riapertura generalizzata dei termini di presentazione delle liste e a spingere per una soluzione “interpretativa” particolarmente spericolata, che cambia le regole in base a cui i Tar del Lazio e della Lombardia dovranno giudicare i ricorsi del PdL e di Formigoni.

Nel complesso, questa scelta non sarà però a costo zero: soprattutto per il PdL responsabile di una soluzione d’urgenza ai guai che la gestione “libanese” delle candidature – a Napoli come a Roma  e a Milano – ha creato ad un partito, cui non mancano i numeri e la stazza per essere una “forza tranquilla” e che invece vive perennemente sull’orlo di una crisi di nervi.

Per il momento, la partita si chiude così. Ma non è detto che sia davvero finita, visto che questo caso sarà il leitmotiv della campagna elettorale dell’opposizione e rimarrà, ben oltre il 28 marzo, come un imbarazzante scheletro negli armadi della maggioranza.

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Sulle liste un brutto pasticcio, ma i responsabili stanno dentro e non fuori dal PdL

Sulle liste un brutto pasticcio, ma i responsabili stanno dentro e non fuori dal PdL

Comunque vada a finire, ai 63.525 italiani che, stando ai dati del Ministero dell’Istruzione, hanno meritato il 5 in condotta, vanno aggiunti i responsabili dei pasticci che hanno funestato questo inizio di campagna elettorale, a danno di Renata Polverini e Roberto Formigoni. Leggi tutto

 
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Inizia la par condicio, finisce l’informazione politica

Inizia la par condicio, finisce l’informazione politica

Così, all’inizio della campagna elettorale, si è spenta l’informazione politica. La Rai ha deciso di chiudere le sue trasmissioni di punta (Ballarò, Anno Zero, Porta a Porta),  la 7 – in evidente conflitto di interesse – ha sospeso la puntata dell’Infedele sul caso politico-giudiziario che vede coinvolte Telecom e Fastweb, i contenitori di Mediaset – a partire da Matrix – non saranno chiusi, ma rimarranno sbarrati ai temi e ai protagonisti della politica. Leggi tutto

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Il liberismo non ha i giorni contati

Il liberismo non ha i giorni contati

- La tavola rotonda sul liberismo prossimo venturo – “Placata la bufera torniamo al libero mercato” – organizzata sabato scorso a Milano nell’ambito de “I seminari di Libertiamo” non passerà certo alla storia, ma rimarrà nella cronaca come un tentativo riuscito di ragionare in modo prudente di cose pericolose: il taglio della spesa pubblica e della pressione fiscale, la riforma del welfare e del sistema previdenziale, la gestione  attiva dello stock del debito, la valorizzazione e dismissione del patrimonio pubblico, il “revisionismo rigorista” della vulgata federalista. Leggi tutto

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Tutti i dubbi dei cattolici sul fine vita

Tutti i dubbi dei cattolici sul fine vita

Tutti i dubbi dei cattolici sul fine vita
di Carmelo Palma, da Il Secolo d’Italia del 24 febbraio 2010
E’ comprensibile che la discussione della legge sul fine vita finisca risucchiata dalle polemiche sull’eutanasia. Ed è fisiologico che quanti si attestano sulle posizioni più radicali, sia sul fronte della difesa della vita, sia su quello dell’autodeterminazione, preferiscano mischiare le carte, visto che il manicheismo logico consolida e giustifica l’oltranzismo ideologico e ruba spazio a quanti cercano soluzioni politiche mediane.
E’ quindi prevedibile che nella discussione della legge sul fine vita entri anche il caso del giornalista del BBC Ray Gosling, arrestato dopo avere confessato di avere “fatto morire” il proprio compagno, malato terminale di Aids, e accusato di assistenza al suicidio, reato per cui è prevista in Gran Bretagna una pena fino a 14 anni di reclusione.
Che tra il “fare morire” e il “lasciare morire” esistano, nella sensibilità comune, differenze sottili lo dimostrano i casi concreti, di cui chiunque può dire di essere stato personalmente testimone. La preghiera rivolta ai medici affinché un malato terminale “smetta di soffrire” comprende, di fatto, sia la richiesta esplicita di rinunciare ad ogni forma di accanimento, sia quella implicita di considerare la morte stessa come alternativa preferibile ad una sofferenza intollerabile.
Nel sentimento comune e prevalente  il termine “eutanasia” ha ben poco di tecnico, ma ancora molto del suo significato originario, come cura del buon morire e “non abbandono” al dolore dei morenti. Nella discussione bioetica e biogiuridica l’eutanasia non può però essere evocata o invocata a sproposito. In termini propri l’eutanasia – sia attiva, sia passiva – è qualificata dal fatto che la morte del paziente costituisce il fine intenzionale e non la conseguenza dell’atto e dell’omissione di cui i medici e i familiari si rendono responsabili.
Questo punto fermo, che trova un ampio riscontro nella regolamentazione deontologica, è tutto fuorché compromissorio o ipocrita. E non è affatto vero che consolidare il principio della libertà di cura, come sostengono autorevoli esponenti dell’esecutivo, sia un modo surrettizio per aprire all’eutanasia, anche perché in tal caso dovrebbe essere definito eutanasico lo stesso Codice di deontologia medica. Il dottor Riccio non ha “fatto l’eutanasia a Welby”, ma ha interrotto un trattamento che assicurava la sopravvivenza del paziente, perché questi aveva revocato il proprio consenso ad esso. I confini tra l’eutanasia passiva volontaria e l’interruzione o la non attivazione di un trattamento sanitario “forzoso” (in contrasto con la volontà dell’interessato) sono obiettivamente labili in termini di fatto, ma sono solidi sul piano del diritto, visto che in un caso i medici perseguono il fine della morte del paziente, mentre nel secondo ne accettano e riconoscono la titolarità sulle cure, anche senza condividere il senso della sua decisione.
Come ha scritto con chiarezza Stefano Semplici, che è uno dei bioeticisti cattolici più attenti ad impedire che la discussione della legge sul fine vita finisca nella palude degli opposti estremismi, “ il riconoscimento da parte di tutti del paradigma del consenso informato ha messo definitivamente fuori corso un’altra logora polarizzazione, quella di disponibilità e indisponibilità della vita. Accettare che non si può imporre per legge un trattamento sanitario ad una persona che non lo vuole, anche se si tratta di un trattamento assolutamente ordinario e proporzionato, significa accettare che il limite dell’intervento di altri sul mio corpo, fosse pure a fin di bene, è appunto nella mia disponibilità.” Nel suo intervento pubblicato su Benecomune.net, magazine on line delle Acli, così ha spiegato perché sia insensata una pregiudiziale chiusura alle volontà del paziente, anche sui temi sensibili dell’idratazione e alimentazione artificiale: “Resta, quando si tratta non dell’espressione di una volontà attuale ma di una dichiarazione ‘ora per allora’, la necessità di una riflessione molto attenta e tendenzialmente cauta sui limiti entro i quali una legge potrà chiedere ad un medico di rispettare tale volontà, anziché fare il suo dovere. È una questione ovviamente di grande importanza. Ma è un’altra questione. Anche quando il confronto si stringe sul tema dell’alimentazione e dell’idratazione. Il Codice di deontologia approvato nel dicembre del 2006 già vieta senza equivoci al medico di ‘assumere iniziative costrittive’ o di collaborare ‘a manovre coattive di nutrizione artificiale’ nei confronti di una persona che, debitamente informata sulle conseguenze della sua decisione, comunque rifiuta volontariamente di nutrirsi. Questa semplice operazione di pulizia metodologica potrebbe allentare contrapposizioni artificiose e ridurre gli spazi dell’uso politicamente strumentale di questioni tanto delicate. Ci aiuterebbe soprattutto a superare l’equivoco che si stia parlando di eutanasia.”
Il legislatore ha invece finora scelto di coltivare questo equivoco e di farne la pietra angolare della nuova costruzione normativa sul fine vita. Così, proprio per evitare la deriva eutanasica del principio della libertà di cura, la legge in discussione alla Camera arriva a stabilire che la volontà espressa da chi sia divenuto nel frattempo incapace non è “niente” e che la sua persona non è più “nessuno”. Peraltro, l’interpretazione assolutistica del principio della indisponibilità della vita umana, oltre a pregiudicare una disciplina ragionevole sul fine vita, porta disordine anche dove esisteva, sul piano normativo, un ordine bioetico riconosciuto, ponendo in dubbio la possibilità di interrompere trattamenti “salvavita” come la ventilazione artificiale, anche quando a rifiutarli sono pazienti perfettamente capaci e consapevoli delle conseguenze della  loro richiesta. Il caso del malato di Sla Paolo Ravasin, documentato nei giorni scorsi da Current TV, è da questo punto di vista esemplare.
Eppure, il problema della rilevanza del cosiddette direttive anticipate e della loro tipizzazione giuridica non si è storicamente imposto per una congiura eutanasica, ma perché i progressi della scienza biomedica hanno reso, anche in questo, possibile l’impossibile, attraverso una surrogazione meccanica delle funzioni vitali che può “cronicizzare” il fine vita di pazienti destinati a una morte imminente. Che lo stato terminale possa essere una condizione clinica “stabilizzata” e che la vita biologica del corpo possa sopravvivere per lustri alla fine di ogni vita propriamente personale, è esperienza che ha storicamente mutato tanto la percezione della malattia, quanto quella della cura.
La riflessione bio-etica è attraversata dai dilemmi connessi a questa nuova esperienza e non hanno senso una biopolitica e un biodiritto che arrivino a liquidare con sufficienza la preoccupazione di quanti esigono che i pazienti incapaci rimangano soggetti e non meri oggetti di cura. Il problema del limite all’intervento terapeutico, in particolare nelle fasi terminali dell’esistenza, è peraltro profondamente avvertito anche in culture legate ad una concezione dignitaria della vita.
Da questo punto di vista, il problema di una disciplina ragionevole del fine vita, che metta ciascuno in condizione di riappropriarsene o di non esserne completamente espropriato, non si è imposto solo seguendo la logica strettamente “autodeterministica” che porta, coerentemente, a posizioni eutanasiche. Si è imposto con altrettanta forza in quella parte del mondo cattolico, che deriva il proprio sospetto dal rischio di una deriva scientista, in grado di modificare radicalmente i confini naturali della vita e della morte e di fare coincidere il processo della vita – nel suo contenuto autenticamente antropologico – con l’evoluzione delle tecnologie bio-mediche.  D’altra parte, in termini dottrinari, è assai più cattolica che laicista l’idea che la vita “forzata” e quella sorta di immortalità surrogata, resa possibile dalle tecniche di rianimazione,  rappresentino un oltraggio e non un servizio alla natura e alla persona umana.
Il sostegno militante dei vertici della Cei e della Segreteria di stato ad una legge sul fine vita come quella approvata dal Senato non rendono culturalmente meno cattoliche le preoccupazioni di segno opposto, come quelle di Giovanni Reale, di Vittorio Possenti e delle decine di bioeticisti e giuristi che, in diverse forme, sono pubblicamente intervenuti per esprimere posizioni che solo una pubblicistica sciatta o una politica troppo disinvolta può definire “contro la Chiesa”.

- di Carmelo Palma da Il Secolo d’Italia del 24 febbraio 2010 -

E’ comprensibile che la discussione della legge sul fine vita finisca risucchiata dalle polemiche sull’eutanasia. Ed è fisiologico che quanti si attestano sulle posizioni più radicali, sia sul fronte della difesa della vita, sia su quello dell’autodeterminazione, preferiscano mischiare le carte, visto che il manicheismo logico consolida e giustifica l’oltranzismo ideologico e ruba spazio a quanti cercano soluzioni politiche mediane.

E’ quindi prevedibile che nella discussione della legge sul fine vita entri anche il caso del giornalista del BBC Ray Gosling, arrestato dopo avere confessato di avere “fatto morire” il proprio compagno, malato terminale di Aids, e accusato di assistenza al suicidio, reato per cui è prevista in Gran Bretagna una pena fino a 14 anni di reclusione.

Che tra il “fare morire” e il “lasciare morire” esistano, nella sensibilità comune, differenze sottili lo dimostrano i casi concreti, di cui chiunque può dire di essere stato personalmente testimone. La preghiera rivolta ai medici affinché un malato terminale “smetta di soffrire” comprende, di fatto, sia la richiesta esplicita di rinunciare ad ogni forma di accanimento, sia quella implicita di considerare la morte stessa come alternativa preferibile ad una sofferenza intollerabile.

Nel sentimento comune e prevalente  il termine “eutanasia” ha ben poco di tecnico, ma ancora molto del suo significato originario, come cura del buon morire e “non abbandono” al dolore dei morenti. Nella discussione bioetica e biogiuridica l’eutanasia non può però essere evocata o invocata a sproposito. In termini propri l’eutanasia – sia attiva, sia passiva – è qualificata dal fatto che la morte del paziente costituisce il fine intenzionale e non la conseguenza dell’atto e dell’omissione di cui i medici e i familiari si rendono responsabili.

Questo punto fermo, che trova un ampio riscontro nella regolamentazione deontologica, è tutto fuorché compromissorio o ipocrita. E non è affatto vero che consolidare il principio della libertà di cura, come sostengono autorevoli esponenti dell’esecutivo, sia un modo surrettizio per aprire all’eutanasia, anche perché in tal caso dovrebbe essere definito eutanasico lo stesso Codice di deontologia medica. Il dottor Riccio non ha “fatto l’eutanasia a Welby”, ma ha interrotto un trattamento che assicurava la sopravvivenza del paziente, perché questi aveva revocato il proprio consenso ad esso. I confini tra l’eutanasia passiva volontaria e l’interruzione o la non attivazione di un trattamento sanitario “forzoso” (in contrasto con la volontà dell’interessato) sono obiettivamente labili in termini di fatto, ma sono solidi sul piano del diritto, visto che in un caso i medici perseguono il fine della morte del paziente, mentre nel secondo ne accettano e riconoscono la titolarità sulle cure, anche senza condividere il senso della sua decisione.

Come ha scritto con chiarezza Stefano Semplici, che è uno dei bioeticisti cattolici più attenti ad impedire che la discussione della legge sul fine vita finisca nella palude degli opposti estremismi,

“ il riconoscimento da parte di tutti del paradigma del consenso informato ha messo definitivamente fuori corso un’altra logora polarizzazione, quella di disponibilità e indisponibilità della vita. Accettare che non si può imporre per legge un trattamento sanitario ad una persona che non lo vuole, anche se si tratta di un trattamento assolutamente ordinario e proporzionato, significa accettare che il limite dell’intervento di altri sul mio corpo, fosse pure a fin di bene, è appunto nella mia disponibilità.”

Nel suo intervento pubblicato su Benecomune.net, magazine on line delle Acli, così ha spiegato perché sia insensata una pregiudiziale chiusura alle volontà del paziente, anche sui temi sensibili dell’idratazione e alimentazione artificiale:

“Resta, quando si tratta non dell’espressione di una volontà attuale ma di una dichiarazione ‘ora per allora’, la necessità di una riflessione molto attenta e tendenzialmente cauta sui limiti entro i quali una legge potrà chiedere ad un medico di rispettare tale volontà, anziché fare il suo dovere. È una questione ovviamente di grande importanza. Ma è un’altra questione. Anche quando il confronto si stringe sul tema dell’alimentazione e dell’idratazione. Il Codice di deontologia approvato nel dicembre del 2006 già vieta senza equivoci al medico di ‘assumere iniziative costrittive’ o di collaborare ‘a manovre coattive di nutrizione artificiale’ nei confronti di una persona che, debitamente informata sulle conseguenze della sua decisione, comunque rifiuta volontariamente di nutrirsi. Questa semplice operazione di pulizia metodologica potrebbe allentare contrapposizioni artificiose e ridurre gli spazi dell’uso politicamente strumentale di questioni tanto delicate. Ci aiuterebbe soprattutto a superare l’equivoco che si stia parlando di eutanasia.”

Il legislatore ha invece finora scelto di coltivare questo equivoco e di farne la pietra angolare della nuova costruzione normativa sul fine vita. Così, proprio per evitare la deriva eutanasica del principio della libertà di cura, la legge in discussione alla Camera arriva a stabilire che la volontà espressa da chi sia divenuto nel frattempo incapace non è “niente” e che la sua persona non è più “nessuno”. Peraltro, l’interpretazione assolutistica del principio della indisponibilità della vita umana, oltre a pregiudicare una disciplina ragionevole sul fine vita, porta disordine anche dove esisteva, sul piano normativo, un ordine bioetico riconosciuto, ponendo in dubbio la possibilità di interrompere trattamenti “salvavita” come la ventilazione artificiale, anche quando a rifiutarli sono pazienti perfettamente capaci e consapevoli delle conseguenze della  loro richiesta. Il caso del malato di Sla Paolo Ravasin, documentato nei giorni scorsi da Current TV, è da questo punto di vista esemplare.

Eppure, il problema della rilevanza del cosiddette direttive anticipate e della loro tipizzazione giuridica non si è storicamente imposto per una congiura eutanasica, ma perché i progressi della scienza biomedica hanno reso, anche in questo, possibile l’impossibile, attraverso una surrogazione meccanica delle funzioni vitali che può “cronicizzare” il fine vita di pazienti destinati a una morte imminente. Che lo stato terminale possa essere una condizione clinica “stabilizzata” e che la vita biologica del corpo possa sopravvivere per lustri alla fine di ogni vita propriamente personale, è esperienza che ha storicamente mutato tanto la percezione della malattia, quanto quella della cura.

La riflessione bio-etica è attraversata dai dilemmi connessi a questa nuova esperienza e non hanno senso una biopolitica e un biodiritto che arrivino a liquidare con sufficienza la preoccupazione di quanti esigono che i pazienti incapaci rimangano soggetti e non meri oggetti di cura. Il problema del limite all’intervento terapeutico, in particolare nelle fasi terminali dell’esistenza, è peraltro profondamente avvertito anche in culture legate ad una concezione dignitaria della vita.

Da questo punto di vista, il problema di una disciplina ragionevole del fine vita, che metta ciascuno in condizione di riappropriarsene o di non esserne completamente espropriato, non si è imposto solo seguendo la logica strettamente “autodeterministica” che porta, coerentemente, a posizioni eutanasiche. Si è imposto con altrettanta forza in quella parte del mondo cattolico, che deriva il proprio sospetto dal rischio di una deriva scientista, in grado di modificare radicalmente i confini naturali della vita e della morte e di fare coincidere il processo della vita – nel suo contenuto autenticamente antropologico – con l’evoluzione delle tecnologie bio-mediche.  D’altra parte, in termini dottrinari, è assai più cattolica che laicista l’idea che la vita “forzata” e quella sorta di immortalità surrogata, resa possibile dalle tecniche di rianimazione,  rappresentino un oltraggio e non un servizio alla natura e alla persona umana.

Il sostegno militante dei vertici della Cei e della Segreteria di stato ad una legge sul fine vita come quella approvata dal Senato non rendono culturalmente meno cattoliche le preoccupazioni di segno opposto, come quelle di Giovanni Reale, di Vittorio Possenti e delle decine di bioeticisti e giuristi che, in diverse forme, sono pubblicamente intervenuti per esprimere posizioni che solo una pubblicistica sciatta o una politica troppo disinvolta può definire “contro la Chiesa”.

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Se a Sanremo vince l’Italia del Principe, è ovvio che perda la Napoli di Nino D’Angelo

Se a Sanremo vince l’Italia del Principe, è ovvio che perda la Napoli di Nino D’Angelo

- Se milioni di italiani continuano a guardare Sanremo è perché il Festival della canzone italiana è diventato una festa dell’Italia tout-court, un carnevale della memoria e del futuro, uno specchio in cui il subconscio individuale può sbirciare il subconscio collettivo, per disgustarsene o confortarsene. Le canzoni c’entrano, ma fino a un certo punto, perché finito il rito orgiastico della competizione cessano, per lo più, di avere mercato e ascolto e entrano direttamente nell’archeologia sanremese. Leggi tutto

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Dagli abissi della storia sovietica, un appello agli amici europei di Putin

Dagli abissi della storia sovietica, un appello agli amici europei di Putin

- Ieri Repubblica ha pubblicato un appello rivolto ai leader politici europei che “annunciano con orgoglio una nuova era di cooperazione con la Russia”. In primo luogo il Presidente del Consiglio italiano Berlusconi e il Presidente francese Sarkozy.

E’ un testo disperato, sottoscritto da una serie di oppositori senza peso né seguito reale nella politica russa e da alcuni tra i più prestigiosi dissidenti dell’era Breznev ancora in vita (Elena Bonner-Sakharov, Vladimir Boukovsky, Leonid Plyushch e pochi altri), che denunciano il nuovo incubo sovietico di una Russia non più comunista  e registrano come nelle capitali europee gli amici più cari di Vladimir Putin non siano le quinte colonne del nazionalismo russo o, come accadeva per i partiti comunisti dell’Europa atlantica, i “dipendenti esteri” del potere moscovita, ma leader politici di fede occidentale e di storia liberale. Un incubo nell’incubo, insomma. Leggi tutto

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Il voto cattolico non esiste e la ‘guerra di religione’ contro la Bonino è una sciocchezza

Il voto cattolico non esiste e la ‘guerra di religione’ contro la Bonino è una sciocchezza

- Questa guerra “cattolica” alla candidatura della Bonino è una delle poche cose in cui la leader radicale può sperare per agguantare una Regione che la logica delle cose, dei voti e della cronaca, se non della storia, dovrebbe riportare nel carniere del centro-destra.

L’idea di convincere i cattolici ad odiare una candidata che non odiano affatto è una di quelle scommesse inutili, che non farebbero vincere nulla, ma possono fare perdere molto. Leggi tutto

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Eccezionale veramente, la filosofia di Bertolaso per la Protezione Civile

Eccezionale veramente, la filosofia di Bertolaso per la Protezione Civile

- Penso che occorra prendere molto sul serio la lettera pubblica che ieri Guido Bertolaso ha inviato agli uomini e alle donne della Protezione Civile, da cui si sente oggi più conosciuto e riconosciuto che da un Paese disorientato dalla valanga di notizie, illazioni e dicerie che riguardano la sua persona, la sua attività, la sua rete di conoscenze e di relazioni, le sue fisioterapie e i suoi massaggi. Leggi tutto

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Se Loiero vince le primarie

Se Loiero vince le primarie

A quanti sono affezionati ad una lettura “istituzionalistica” dei processi politici, il trionfo di Agazio Loiero nelle primarie calabresi dovrebbe insegnare cautela e prudenza. Le primarie, in sé e per sé, non sono un canale di rinnovamento e di rottura degli equilibri del potere locale, né aprono necessariamente il gioco politico. Leggi tutto

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Protezione civile, il formaggio dell’emergenza e i topi del malaffare

Protezione civile, il formaggio dell’emergenza e i topi del malaffare

Delle polemiche che hanno investito in questi giorni i vertici della Protezione civile rimarrà comprensibilmente ai più l’interesse di sapere se e quanto il sistema funzioni, non solo per rispondere ai bisogni delle popolazioni colpite dai disastri e dalle calamità naturali, ma per impedire che il formaggio dell’emergenza finisca in pasto ai topi del malaffare. Non è dunque elusivo, ma pertinente ragionare su alcuni aspetti “di sistema” che lo scandalo – ma non solo lo scandalo – propone all’attenzione del decisore politico. Leggi tutto

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