Aprire le frontiere per le merci, pugno duro contro la tratta dei disperati

L’ottimo blog Fortress Europe ci informa che dal 1988 fino a ieri 3 ottobre 2013, le vittime attestate della tragedia degli sbarchi clandestini sulle coste meridionali dell’Europa sono 19.142. A queste andrebbero aggiunte tutte le vittime di cui non abbiamo e non avremo mai notizie, militi ignoti di una guerra che milioni di persone combattono contro un destino di miseria e disperazione, uomini, donne e bambini che troppo spesso trovano morte lungo il tragitto o sbarcano in un luogo che non è l’El Dorado che speravano.

Pietro Monsurrò ha scritto ieri, in un dibattito avvenuto su Facebook: “Due milioni di cubani hanno scelto la libertà e la prosperità degli USA correndo il rischio di essere fucilati dai lealisti cubani, mangiati dagli squali, respinti degli americani, e far subire ai parenti rimasti a Cuba delle ritorsioni. Non è certo diverso per chi viene dall’Uganda, la Somalia, l’ex Zaire“. Ha ragione: né il rischio di un naufragio mortale, né il prezzo della traversata corrisposto alle organizzazioni mafiose che detengono il controllo dei viaggi dalla costa africana a quella europea, né la prospettiva di finire per mesi in un centro di accoglienza o di essere rimpatriati, sono sufficienti a far desistere i migranti dal loro intento. Il ministro degli Interni Angelino Alfano, relazionando alla Camera sull’immane strage di ieri, ha evocato la necessità di non parlare più di “emergenza” quando si affronta l’argomento dell’immigrazione: “Non è più un’emergenza, è un’immanenza; (…) dobbiamo fare i conti con la storia“. Ha ragione questo “Alfano 2.0”, che anche nel linguaggio e nell’approccio rispetto all’immigrazione pare voler segnare un distacco netto rispetto al penoso approccio criminalistico del centrodestra berlusconian-leghista.

In verità, come spesso accade in questo Paese, sulla questione si confrontano due torti: quello di una destra che pensa di liquidare il dossier della tratta dei disperati con la voce grossa, i muscoli e un po’ di polvere da sparo e quello di una certa sinistra buonista, la cui retorica dell’accoglienza non pare accompagnarsi ad alcuna soluzione concreta.

Oggettivamente il nostro Paese non può attendersi troppo, in questa fase, dai partner europei o dalle deboli organizzazioni intergovernative che pure oggi tuonano contro il governo italiano per una supposta incapacità dell’Italia rispetto al fenomeno dei flussi di immigrazione dal Mediterraneo. Spetta all’Italia e solo all’Italia intervenire, ricordando di non essere un grande paese solo quando rischia di trascinare nel baratro finanziario tutta l’Europa, ma di esserlo anche se decide di affrontare radicalmente un dramma storico come quello che quotidianamente vediamo consumarsi a Lampedusa e sulle coste siciliane.

Se il fenomeno dell’immigrazione è immanente, per dirla con Alfano, non lo è e non può esserlo il business illegale che alle spalle dei disperati prospera lungo le rotte che dall’Africa nera portano all’Europa, con l’Italia come porta principale. L’Italia dovrebbe sentire su di sé la responsabilità storica di convocare una conferenza internazionale con i governi “dirimpettai” (Libia, Tunisia, Algeria ed anche il Marocco, sicuramente il paese più stabile e solido dell’area) e i maggiori partner europei,  per porre con fermezza la questione del traffico inumano di disperati e profughi. Un grande paese continuerebbe a mostrarsi solidale con tutti gli esseri umani, soccorrendoli sempre, ma sarebbe duro nei confronti dei governi conniventi con (o mio rispetto a) le organizzazioni criminali che gestiscono questa tratta barbara. Nel caso in cui costoro eludessero la questione, l’Italia dovrebbe sentirsi legittimata a schierare le sue navi militari a largo delle coste magrebine e, indotti i governi dell’area a più miti consigli, convocarli di nuovo.

Perché i governi nordafricani dovrebbero farlo, chiedeva ieri Pietro Monsurrò? Giusta osservazione, alla quale si potrebbe rispondere parafrasando Bastiat: dobbiamo promuovere la circolazione delle merci tra le frontiere, se vogliamo evitare che a violarle sia un esercito senza fine di profughi senza speranza. Non sarebbe il momento, ad esempio, che l’Europa comunitaria rinunciasse ad avere un’agricoltura inefficiente e iper-sussidiata, a spese dei contribuenti, e aprisse il suo mercato ai prodotti africani? Ecco, in una conferenza internazionale i temi da affrontare sarebbero almeno due. Ma è solo l’Italia che può porre la questione, se si ricordasse di essere un grande Paese.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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