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Isole disabitate, tra abbandono e sfruttamento

- Montecristo è la più remota delle isole dell’arcipelago toscano. Un enorme scoglio battuto dal vento, appena sedici chilometri di coste a picco sul mare. Vegetazione bassa, qualche leccio e diverse essenze importate nel XIX secolo, concentrate nei pressi di Cala Maestra. L’unico approdo all’isola. Su una delle vette più alte, a oltre trecento metri di dislivello, c’è il monastero dedicato a San Mamiliano, forse realizzato nell’area di un tempio di età romana. Dal 1971 Montecristo è una riserva naturale e otto anni dopo è stata inserita nella rete delle riserve biogenetiche integrali d’Europa. In un alternarsi di periodi, anche lunghi, di popolamento e abbandono, si giunge al 2012. Quando il Ministero per le Politiche Agricole ha deciso che i due custodi che la presidiavano da tempo fossero sostituiti, a rotazione, da alcune guardie forestali. Da trent’anni a questa parte sull’isola non è possibile pernottare, sono vietate pesca, balneazione e navigazione entro un chilometro dalla costa. Insomma Montecristo è un luogo sostanzialmente inaccessibile e disabitato.

All’altro capo del mondo, l’isola di Hashima, nota come Gunkanjima, al largo di Nagasaki, in Giappone. Un insieme di scogli sovrastati dagli scheletri di palazzi grigi e cadenti. Meno di mezzo chilometro di lunghezza per 200 metri di larghezza ad un’ora di navigazione dal porto di Nagasaki. Nata alla fine dell’Ottocento perché sotto le sue rocce erano stati trovati importanti giacimenti di carbone, fu abbandonata nel 1974. Ma per decenni ha ospitato una colonia umana ingranditasi progressivamente fino a diventare il luogo a più alta densità del mondo. Quasi 5.200 residenti, tra il 1940 e il 1950. In quei decenni si realizzò l’alto muro in cemento armato che circonda l’isola, barriera contro i tifoni frequenti nell’area e ostacolo al tentativo di fuga da parte dei minatori che si occupavano dell’estrazione del minerale. In quegli anni si costruirono i palazzi alveari in cemento armato nei quali vivevano quegli uomini. Risalivano dalle miniere e si rifugiavano in ecomostri ante litteram. Un ecosistema autosufficiente, con scuole, un ospedale, un cinema e perfino dei negozi. Ma tutt’altro che un modello. Da anni sono almeno 60mila i turisti che vanno a visitarla. Un luogo dal grande appeal per il quale il governo ha pensato di chiedere il riconoscimento come patrimonio dell’umanità presso l’Unesco.

Due casi, due esempi contrapposti. In una galassia sperduta nei mari. Sulla quale si concentrano indagini. Dal 2008 il collettivo Desertmed, un gruppo di artisti, architetti, storici e geologi, ha avviato un progetto di ricerca sul tema delle isole disabitate del Mediterraneo. Negli ultimi anni il collettivo ha catalogato minuziosamente circa 300 isole deserte nei mari della Grecia, Albania, Croazia, Turchia, Italia, Tunisia e Algeria, selezionandone una quarantina per un lavoro di ricerca cartografica, storica e social-economica. Le tipologie rilevate diverse. Da quelle trasformate in riserve naturali, a quelle private, dalle ex colonie penali come Pianosa, Asinara, Gyaros e Makronisos, alle zone militari, passando per quelle d’interesse industriale.

Ma al di là di quel che sono state, di quel che hanno rappresentato, le isole costituiscono un patrimonio. Da mettere all’asta, per far cassa. In affitto o in vendita.  Su quegli angoli di paradiso, frequentemente luoghi naturali incontaminati,  si concentrano interessi, per così dire “pratici”.

Così accade in Cina o in Grecia. Dove la vendita delle 227 isole disabitate è uno degli escamotage per migliorare la posizione debitoria nei confronti dei creditori internazionali. Ad annunciare la decisione il primo ministro Antonis Samaras, in un’intervista a Le Monde nell’agosto del 2012. Nel marzo di quest’anno le nove isole che costituiscono l’arcipelago delle Echinadi passate all’Emiro del Qatar. Ovviamente non per realizzarvi delle oasi naturali. L’idea quella di costruirvi residenze per danarosi vip. A giugno la notizia che Skorpios, proprietà non statale ma della famiglia Onassis, è stata acquistata dal magnate russo Dmitry Rybolovlev.

Dalla Grecia alla Cina, dove la provincia meridionale cinese del Guangdong ha annunciato che per i prossimi 50 anni sarà possibile affittare una delle 60 isole disabitate che appartengono alla sua giurisdizione. Da quanto ha riferito il Global Times l’operazione dovrebbe portare entro il 2015 a un aumento, per quanto riguarda l’economia marittima locale, di oltre un terzo. Il piano volto a promuovere gli affitti delle isole disabitate rientra nella volontà di sviluppare una delle tre province dichiarate ufficialmente dal governo centrale come strategiche per l’economia marittima, il Guangdong, lo Zhejiang e lo Shandong.

Le isole continuano a rimanere spazi che seppure nelle evidenti differenze che li contraddistinguono sembrano accomunati da una certa “estraneità”. Da un’idea di territorio oscillante tra utilizzo e sfruttamento. Da politiche che, al di là dagli indirizzi seguiti dai vari stati, vedono in contrapposizione un’urbanistica dissennata e un ambientalismo cieco. Da un lato la commercializzazione immobiliare delle isole private offerte in vendita dall’agenzia amburghese Vladi Private Islands, che in catalogo ha circa 12mila isolotti in tutto il mondo forniti spesso di approdo per jacht, ville con piscina, eliporti. Dall’altro luoghi “fermi” nei quali la Natura non sembra voler lasciare spazio all’Uomo. Gli scheletri delle palazzine di Gunkanjima, come i penitenziari di Pianosa e Gyaros sono i resti dell’antropizzazione del passato di alcuni di quei luoghi. Per molti dei quali esiste, invece, “soltanto” la Natura.

In un ecosistema in equilibrio anche le isole dovrebbe avere un posto. Esito di una programmazione non soltanto territoriale ma anche culturale. Che a quanto sembra ancora non c’è quasi mai.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Isole disabitate, tra abbandono e sfruttamento”

  1. lodovico scrive:

    I castori, come gli esseri umani, hanno la capacità di modificare il territorio in cui vivono : costruiscono dighe che possono modificare…..etc. Mi chiedo se questi interventi che potrebbero avvenire in zone o parchi di assoluto rispetto debbano essere o non essere presi in considerazione dalle autorità competenti e se sia opportuna una legislazione opportuna.

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