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La grande distrazione. Così l’Italia lotta contro la realtà

- L’economia non accenna a dare segnali di miglioramento, la pressione fiscale è ai massimi storici e il deficit appare destinato a infrangere il muro consentito del 3% entro la fine dell’anno. Le imprese continuano a chiudere, i dati sull’occupazione sono sconfortanti e gli osservatori internazionali guardano all’Italia come la peggior avventura in cui un investitore possa imbarcarsi.

Nel frattempo, mentre parte dell’esecutivo è tornata ad occuparsi di quella che è ormai divenuta ordinaria amministrazione, per scongiurare un nuovo baratro finanziario – con strumenti mortificanti, che vanno dall’ennesimo aumento delle accise sulla benzina per scongiurare l’aumento dell’IVA, all’introduzione della service tax come contropartita “tecnica” all’abolizione “politica” dell’IMU – il dibattito pubblico sembra assumere sempre più i connotati propri della fantomatica condizione in cui versa il Paese da ormai due anni.

All’impossibilità di operare efficacemente per il rilancio del Paese da parte di governi di coalizioni apparenti, il cui fine naturale è il temporeggiamento immobilista in attesa di un qualcosa di non meglio definito, fa eco l’accomodante tendenza mediatica a dare estremo risalto a patetici episodi di folklore all’amatriciana, eletti a caso politico del giorno, se non della settimana. I quotidiani e i principali canali d’informazione del web ingaggiano una sfida quotidiana a chi riesce a tenere più aggiornato il frasario de “la Presidente” Boldrini – anche qui, montato l’ennesimo caso di supposta discriminazione di genere – del ministro Kyenge o di Daniela Santanché.

È lo specchio di un Paese che discute dell’orientamento sessuale degli spaghetti, di Miss Italia e del modello di famiglia che dovrebbero presentare gli spot televisivi delle industrie alimentari, mentre l’Unione Europea apre una procedura d’infrazione contro lo Stato per la gestione criminogena del caso Ilva e per l’irresponsabilità dello Stato rispetto agli errori della giustizia, e tutti sembrano aver già dimenticato i guai del Monte dei Paschi e altri si appellano ad una retorica nazionalista da ritiro a Coverciano per mantenere sotto controllo con una golden share quanto basta di Telecom a conservare poltrone politicamente spendibili.

È il Paese dell’ingenuità, della distrazione cronica, del donchisciottesco tentativo di porre rimedio al proprio declino economico, morale e culturale badando alle etichette e a questioni nominalistiche da salotto romano. È il dibattito pubblico sulla politica del Paese che si fa verbosità sterile, cronaca rosa per ravvivare le giornate delle massaie finita tra le pagine della politica interna. È un Paese che ogni giorno lotta strenuamente contro la realtà pur di non cambiare lenti agli occhiali dalla prescrizione sbagliata con cui legge il mondo ormai da cinquant’anni.

L’Italia del perbenismo di Laura Boldrini e del folklore cavernicolo di Mario Borghezio – agli antipodi della Germania di Angela Merkel – muore di autoreferenzialità e mancata assunzione delle proprie responsabilità politiche ancor prima che di debito e tasse. Muore di chiacchiere da salotto e retoriche vuote, che inebetiscono l’elettorato a tal punto da renderlo incapace di scegliere tra due coalizioni alternative che propongano due modi contrapposti di decidere, piuttosto che di produrre enunciati vuoti o di immaginare mondi in cui la genitorialità è una sovrastruttura borghese, soppressa in favore di burocratici e asettici “1” e “2”.

È l’Italia che soltanto pochi mesi fa era partita in pompa magna nel riporre i suoi propositi di rivoluzione nell’adesione allo squallido programma di lotta e di governo di un comico genovese e ora si accontenta di piccole distrazioni quotidiane, che le vengono date in pasto per intrattenerla mentre le scippano il portafoglio, per la gioia dei rotocalchi che riempiono le prime pagine e della grosse koalition che può continuare indisturbata a (non) lavorare (fino a ieri, quando nel PdL il poliziotto cattivo sembra avere preso definitivamente il sopravvento sul poliziotto buono e avere decretato il game over).


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

5 Responses to “La grande distrazione. Così l’Italia lotta contro la realtà”

  1. Mario Ferretti scrive:

    La “lotta alla realtà”: certo che c’è, ma perché? Forse perché tutti sono stupidi e/o malvagi — salvo noi? Ma non è questo precisamente ciò che dicono appunto quei tutti, ciascuno dal punto di vista della sua particolare fazione? E allora, questo altezzoso (e generico) contrapporre il nostro supposto lume al presunto buio altrui, non è esso stesso in sostanza, e almeno nella maggioranza dei casi, la causa prima della lotta alla realtà? È solo una domanda.

    • libertyfighter scrive:

      L’idea che l’economia possa avere spazio per ricette diverse ugualmente vincenti è stata creata apposta per poter combattere la realtà . Purtroppo però la realtà è una sola, come le ricette veramente funzionanti. Le persone che hanno avuto la sfacciata fortuna e un pò anche la capacità di leggere gli scritti teorici dell’economia austriaca, sanno benissimo di essere nel giusto loro e nel torto tutti gli altri. Quindi è vero che c’è una contrapposizione, ma il lume non è supposto, ma reale e il buio altrettanto. Dal principio di azione umana discende logicamente la teoria marginalista del valore, e da essa altrettanto logicamente tutta l’economia austriaca. Solo dimostrando l’inesattezza del principio di azione umana è possibile confutare la teoria Austriaca. Non c’è spazio per altre opinioni in contrasto con essa, fino a dimostrazione non avvenuta.

      • Mario Ferretti scrive:

        Secondo me ti sbagli di grosso. Il punto è che nessuna “dimostrazione” è mai avvenuta da parte di nessuno, né può avvenire. Come i fisici sanno bene, una teoria scientifica può esser dimostrata falsa (se è contraddetta dall’esperienza), ma mai vera (perché potrebbe sempre capitare qualche nuova esperienza che la contraddice). La scienza che noi accettiamo è solo quella ragionevolmente corroborata — finora — da molte esperienze diverse, ma resta un insieme di congetture. Questo è ancor più vero dell’economia, dove quasi nessuna generalizzazione empirica passa indenne, nei dettagli, attraverso il crivello del controllo empirico (econometrico). In particolare, se è preso alla lettera, il tuo “principio di azione umana” è una nozione puramente aprioristica, contraddetta da migliaia di osservazioni dell’economia sperimentale. Nella realtà storica, la teoria “marginalista” del valore è nata come tutt’altra cosa: un tentativo di predire le tendenze di lungo periodo d’un sistema di mercato, la cui dinamica momento per momento ci è ignota e potrebbe essere intrinsecamente imprevedibile: rileggiti il tuo Walras. Entro questi limiti, la teoria è quindi una sorta di congettura scientifica, ma particolarmente difficile da controllare empiricamente, data l’intrinseca ambiguità pratica della nozione di “lungo periodo”. Il risultato non è un insieme di “ricette diverse ugualmente vincenti”, ma semplicemente — per chi sa — uno stato d’assai considerevole oggettiva incertezza. La conclusione è che in generale coloro che “sanno benissimo d’essere nel giusto” stanno semplicemente pigliando una cantonata, mentre il loro fideistico apriorismo medievale è a mio giudizio la causa prima del rifiuto della realtà, cioè dei fatti osservabili in contrapposto ai principi metafisici. Secondo me, e con tutto il dovuto rispetto, tu sei un faithfighter, non realmente un libertyfighter.

  2. Edoardo scrive:

    bell’articolo condivido

  3. lodovico scrive:

    ……..e Fini si è fatto biondo.

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