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Una cronica inesistenza, chiamata “stabilità”. Si smascheri il bluff del governo che non c’è

– Di un governo che non governa l’Italia, ma i rapporti difficili tra il PD e il PdL e soprattutto le angosce del secondo, così anche alimentando l’insofferenza del primo, che senso ha augurarsi che rimanga stabile, cioè stabilmente inefficiente e insufficiente? Il governo, come il lavoro, è stabile innanzitutto quando c’è, non se cronicizza la propria inesistenza reale, in virtù di una garanzia legale. E il governo Letta, come governo, appunto non esiste, anche se Letta continua a soggiornare a Palazzo Chigi.

L’esecutivo – cioè l’ente che c’è anche se il governo non c’è, perché la continuità dello Stato è fatta giuridicamente salva dalla cadaverica immobilità politica di un governo – è un mero ufficiale pagatore delle cambiali contratte dai partiti, un puro esecutore degli accordi della nostra resuscitata “democrazia di scambio”.

La retorica soffocante di queste settimane sulla stabilità di governo e sui rischi dell’instabilità non fa i conti col fatto che in Italia è questa stabilità il vero rischio di sistema, che nel paese che continua a non crescere mentre i competitor hanno tutti ripreso a farlo, i partiti non sono mai cresciuti e forse gli elettori neppure, preferendo esorcizzare i problemi all’affrontarli.

In Italia non solo l’economia, ma anche la democrazia è a rischio, perché anch’essa è “sovrana” solo se politicamente efficiente e capace di governare le cose e di non farsene trascinare in una fantasmagoria di illusioni e frustrazioni. Non dobbiamo temere il golpe dei generali, ma quello degli esorcisti, tra gli applausi degli esorcizzati, non il complotto dei poteri forti, ma l’auto-complotto auto-consolatorio dei pensieri deboli.

Non dovremmo accettare che contro la peste del declino, dell’impoverimento e del degrado civile di un paese non solo impaurito ma chiaramente indifeso, l’unica alternativa politica sia tra il negazionismo dei nuovi don Ferrante e il fanatismo dei redivivi cacciatori di untori. E sopratutto non dovrebbero accettarlo per “senso di responsabilità” quanti (sbagliando) pensano che l’unico modo per salvare il salvabile sia di mettersi in mezzo tra gli uni e gli altri, costretti a dar ragione un po’ ai primi e un po’ ai secondi, e mai a se stessi e alla propria intelligenza.

Insomma, che ci fa Mario Monti nella cosiddetta maggioranza di Enrico Letta? Cosa ci fa Fabrizio Saccomanni? In primo luogo, cosa ci fa Enrico Letta?


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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