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Albania, la bellezza si fa politica. Con Edi Rama

Il ripristino della bellezza come obiettivo politico. È il programma di governo di un primo ministro molto più che particolare. Un intellettuale che ha raggiunto il suo sogno. Quello di guidare il Paese in maniera tutt’altro che convenzionale. Adottando strumenti assolutamente inconsueti. Il protagonista di questa storia europea è Edi Rama, che guidando una coalizione di centrosinistra agli inizi di luglio ha strappato la guida dell’Albania a Sali Berisha, un monumento del Partito democratico. La vittoria del giovane contro il vecchio, insomma un ricambio generazionale in piena regola. Che promette, sembra, molto.

Dovremo decidere sul da farsi. In alcuni casi cercheremo il modo di legalizzare, di riportare alle regole. In altri dovremo abbattere. Non si può continuare così. Occorre recuperare il controllo del territorio. È indispensabile far ritrovare … il senso dello Stato e delle Istituzioni”. Non sono le parole pronunciate da qualche amministratore di casa nostra, e neppure quelle di qualche presidente delle tante sezioni di Salviamo il Paesaggio sparse per la penisola. Non è l’appello disperato, riemerso dal passato recente, di Cederna, né tanto meno quello di urbanisti e uomini di cultura impegnati nel progetto di riequilibrio tra spazio naturale e spazio antropizzato. L’Italia dei mille siti archeologici  in abbandono, degli incontrastati ecomostri e del diffuso abusivismo edilizio, non c’entra davvero nulla. Quei pensieri, quelle analisi sulle politiche urbanistiche del passato, anche recente e quelle del presente e del futuro, costituiscono uno dei punti del manifesto politico di Edi Rama, il sindaco-artista di Tirana, in Albania, che a luglio è diventato premier. Aprendo una nuova fase nella storia del Paese. Non solo politico ma anche, soprattutto, intellettuale.

Rama, membro fondatore del Movimento per la democrazia, è stato ministro della Cultura, dal 1998 al 2000 e sindaco di Tirana dal 2000 al 2011. Ma al di là degli incarichi Rama è a tutto gli effetti quel che si dice un artista militante. Suo padre era scultore. E lui ne ha seguito le orme, studiando all’Accademia di Belle Arti, dove ha poi insegnato. Alla metà degli anni Novanta emigrò a Parigi e lì sviluppò la sua personalità di pittore. Ampiamente riconosciuto, come dimostrano le sue esposizioni a New York, Parigi, Berlino, San Paolo del Brasile. Nel 1992 insieme a Ardian Klosi ha scritto Refleksione, un pamphlet politico e culturale, un manifesto politico, divenuto il riferimento per un’intera generazione. L’esser riuscito a fondere, senza snaturarle, “Politica” e “Cultura”, producendo sane e lungimiranti Politiche culturali, senza dubbio il suo maggior merito. Insomma niente vuoti proclami, pre-elettorali, rimasti senza seguito una volta raggiunta la stanza dei bottoni. Né, arida politica, giocata su alleanze e patti segreti, ma senza alcuna prospettiva. Edi Rama nei suoi tre mandati come sindaco di Tirana ha riscritto le regole dell’urbanistica, ridefinendo gli spazi, colorandoli. Afferma spesso, orgoglioso, di aver ucciso “il grigio comunista”, cancellandolo dalle facciate dei palazzi della città. Sostituendolo  con un “Piano dei colori”.

Niente di preordinato, pianificato su larga scala. Al contrario. Spazio aperto all’improvvisazione con una facciata arancione, i cornicioni verdi e poi un balcone rosso e un altro blu. Tirana, la città con le strade dissestate e dalle architetture deprimenti, trasformata da nuovi cromatismi. “La città morta”, la città in cui ti capita di nascere, per colpa del destino,  che diviene “una città in cui decidi di vivere”. Un progetto fatto conoscere al mondo, esportato aldilà dei confini nazionali con “Dammi i colori”, un corto di 15 minuti, girato da Anri Sala nel 2003, col commento di Rama, che di notte gira per la città a bordo di una macchina. Un’opera-zione quella del duo Sala-Rama che ha successo. Presentata e premiata, alla Biennale di Venezia del 2003, poi accolta alla Tate Modern di Londra. In mostra, nella scorsa estate, anche in Italia, a Firenze, al Centro di cultura contemporanea Strozzina di Palazzo Strozzi, nell’ambito della mostra “Un’idea di bellezza”, a cura di Franziska Nori.

La recente campagna elettore per la guida del Paese segnata dal colore del viola porpora. Che compariva sulle bandiere, sulle sciarpe, sugli sfondi dei materiali elettorali. Quel colore la sintesi tra il blu e il rosso, i colori delle forze politiche esistenti, contrapposte. Il viola, il tentativo non solo visivo, di percorrere una strada differente da quelle consuete, fin’ora. Nell’ottica della pacificazione. Ma con un obiettivo dichiarato, imprescindibile. Lavorare sulla bellezza.

“Chi ha guidato l’Albania in questi anni ha danneggiato il territorio, i panorami. Il cambiamento è stato incredibile e brutale”, ricorda Rama. Il fenomeno che ha provocato il cambiamento? Lo spostamento di grandi masse di persone dai villaggi rurali, dalle campagne, alla capitale e alle altre grandi città. Di conseguenza la costruzione di edifici di ogni tipo, spesso illegali. Non di rado di un’architettura modesta. Sui centri urbani si sono moltiplicati gli spazi edificati, con un’accelerazione quasi incontrollata, in assenza di un qualsiasi tipo di pianificazione. Su questi temi il nuovo premier ha intenzione di intervenire. Con un sistema flessibile che prevede abbattimenti e ricostruzioni. La restaurazione di regole. Il ripristino della bellezza.

Il compito che attende Rama non facile. Ma fattibile. Anche perché la sua storia personale dimostra che i suoi non sono proclami. Come sindaco di Tirana ordinò la demolizione di più di cinquecento edifici, costruiti senza permessi. Promovendo un piano di riqualificazione urbana incentrato sulla lotta all’abusivismo edilizio e sulle aree verdi. L’Albania delle città, devastata dalle dissennate politiche urbanistiche del passato. Quella delle campagne incapace di valorizzare le proprie risorse. Un luogo nel quale c’è molto da fare. Proprio come accade frequentemente in Europa. Può sembrare strano ma lì c’è qualcuno che pensa che si possa riavviare il Paese facendo dell’Arte una strategia politica e della Politica un’arte.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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