– Uno degli errori più clamorosi che sta compiendo la sinistra in queste settimane è ritenere che la condanna e la decadenza rappresentino il “game over” per Berlusconi. In realtà la sentenza pronunciata dal giudice Esposito ha rappresentato per molti versi un rilancio politico della figura del Cavaliere.

È un fatto che i governi di larghe intese, di Monti prima e poi di Letta, per la prima volta avevano tolto a Silvio Berlusconi i riflettori, preparando così in pratica il suo graduale tramonto. La condanna ha riportato Berlusconi in una posizione di centralità e di ineludibilità e per certi versi ha ricondotto l’attualità politica su un terreno che è particolarmente congeniale all’ex Presidente del Consiglio.

Se il dibattito politico torna ad essere referendum pro o contro Berlusconi, allora come sempre quel referendum Berlusconi ha buone possibilità di vincerlo o per lo meno di pareggiarlo – e in questo avrà ben poca rilevanza l’essere formalmente candidato o meno.

Ormai sono ben pochi, anche tra i “suoi”, ad illudersi che Berlusconi a 77 anni abbia ancora qualcosa da dare al paese in termini di progettualità politica e di capacità di governo; ma sono invece in molti, anche tra i suoi “nemici”, a riconoscere che è ancora perfettamente in grado di vincere le campagne elettorali.

È chiaro che in caso di crisi e di elezioni anticipate Berlusconi si ritrova in pratica con la campagna elettorale tutta già pronta, servita su un piatto d’argento proprio dai suoi avversari. L’arresto del “leader dell’opposizione”, la ferita alla democrazia, lo schiaffo a milioni di elettori e via dicendo… Così per l’attuale classe dirigente del PDL sarà una tentazione fortissima quella di giocarsi un’ultima volta la carta Berlusconi, con l’obiettivo di provare ad assicurarsi magari 5 anni di maggioranza alla Camera. Al PDL oggi Berlusconi non serve per le sue capacità di governare, ma per quella di vincere almeno un’altra volta – ed a questo scopo, in fondo, è più utile da “martire” che da candidato premier, da “decaduto” che da senatore.

Ma Berlusconi non serve solamente a tutti coloro che, privi di forza propria, grazie a lui arrivano in parlamento. Lo “scandalo” di un Berlusconi che fa cadere il governo e che continua a monopolizzare il centro-destra serve anche agli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo – e non è escluso che si realizzi nei fatti una convergenza tra i “falchi” dell’una e dell’altra parte verso un esito di scontro totale.

Un atteggiamento “duro”, “frontale”, del PD non “chiuderà” l’era Berlusconi, ma anzi farà fare alla politica un salto indietro nel tempo, restaurando il “berlusconismo-antiberlusconismo” come unico dibattito politico praticabile nel nostro paese. La verità è che sul caso Berlusconi non esistono più da tempo la ragione e il torto, esiste solo un gioco delle parti che garantisce agli “uni” ed agli “altri” una confortevole posizione di rendita politica. È la strategia dell’“emergenza democratica permanente” che serve agli “uni” ed agli “altri” per sostenersi, legittimarsi e chiamare alle armi i rispettivi elettorati.

La sentenza del 1 Agosto ha riportato al centro dell’attenzione generale una “questione berlusconiana” che faticosamente questo paese stava provando a dimenticare; ma non ne ha mutato di una virgola i termini né la ripartizione delle forze in campo.

Non c’è un solo italiano il cui giudizio su Berlusconi sia peggiorato in virtù della condanna, proprio così come non ci sarebbe stato un solo italiano il cui giudizio su Berlusconi fosse migliorato in virtù di un’assoluzione o di una prescrizione. Il fatto è che ogni sistema di giustizia deve fondarsi su una base morale condivisa, ma il caso Berlusconi ormai sfugge a questa base di moralità. È talmente sovraccarico di significati che non è più riconducibile alle categorie dell’innocenza e della colpevolezza.

Berlusconi o è innocente a prescindere o è colpevole a prescindere, o è l’uomo della provvidenza o è un demonio e il fatto che sia tecnicamente condannato da un tribunale o tecnicamente salvato in corner dai suoi non cambia il dato politico di fondo.

In questo contesto è uno spettacolo penoso che si provi a decidere le sorti di Berlusconi a colpi di technicalities, tra cavilli, rinvii, ritardi ed accelerazioni, un voto in più o in meno in commissione. E parimenti è triste la farsa legalista di provare a risolvere o rintuzzare il problema attraverso provvedimenti falsamente generali, che tutti sappiamo essere varati solo perché incidentalmente includono Berlusconi.

Siamo in fondo tutti coscienti – lo è, tutto sommato, anche il PD – che la situazione che si è prodotta è drammatica ed eccezionale. Ed allora, a questo punto, meglio l’onestà di un provvedimento apertamente ad personam, vissuto come scelta politica che chiuda con un minimo di decoro una stagione di contrapposizione “cattiva”. Serve un percorso condiviso tra il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio ed i due maggiori partiti per l’uscita di scena onorevole di un personaggio che per vent’anni ha rappresentato questo paese, o almeno la metà di esso.

Il PdL chiede che su Berlusconi dal PD venga un giudizio tecnico e non politico. In realtà bisogna chiedere il contrario. La “questione berlusconiana” è troppo politica perché sia possibile una soluzione tecnica. È tempo che si facciano da parte gli “azzeccagarbugli” e che Napolitano, Letta, Epifani ed Alfano mettano la faccia su una soluzione schiettamente e volutamente politica.

Berlusconi è “ingiudicabile”. Non perché sia “giusto” che sia ingiudicabile, ma semplicemente perché questa è la situazione de facto. Serve una scelta politica come quella degli americani che si resero conto che non si poteva processare Hirohito, che non avrebbe avuto senso perché l’esito non sarebbe stato accettabile ed accettato. Ovviamente, in quel contesto, aiutò anche la disponibilità di Hirohito a smettere di essere uomo-Dio e ad accettare la costituzionalizzazione del Giappone.

Berlusconi è “ingiudicabile” e quindi pertanto non potrà mai essere “colpevole”, ma al tempo stesso neppure potrà mai più essere “innocente”. Ormai potrà solo essere “oltre” e quindi dovrà farsi una ragione del fatto che anche per l’Italia e per il centro-destra è venuto il momento di pensare all’”oltre” e al “dopo”.