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Borghi d’Italia, ma restaurati dagli stranieri

Profondo rosso per il mercato immobiliare italiano. Nel 2012 il volume delle compravendite è crollato mediamente del 23%, con la sola eccezione di quelle da 8.000 euro al mq in su. Nel settore delle costruzioni sono 360 mila i posti di lavoro bruciati negli ultimi quattro anni. Mercato del mattone in tilt, con un’attività edilizia calata nella maggior parte delle regioni più della metà.

In compenso in molti casi, a partire dalla Toscana, continua l’appeal nei confronti di investitori stranieri, disposti a mettere in gioco milioni di euro per riportare alla luce antichi borghi, casali, castelli. Come Airole, paesino ligure, a pochi chilometri dal confine francese. Irsina, uno dei paesi più antichi della Basilicata. I borghi di Fighine e Casole, nel senese. Il borgo di Santa Giuliana, nel perugino. Tonda e Castelfalfi, in provincia di Firenze. I centri litoranei lungo le coste tirreniche e adriatiche. Così come le città d’arte più note, delle zone più interne. Aree archeologiche, chiese e palazzi nobiliari, musei, antiquarium e pinacoteche.

Il turismo italiano e straniero si muove lungo percorsi tracciati, seguendo tour consolidati. Le divagazioni non sono poi molte e non incidono di certo sulle sorti di quel che si visita. Ma la riconosciuta ricchezza italiana in tema di patrimonio storico include molto altro. Centri di piccola entità, borghi, a volte frazioni di agglomerati maggiori, parti di essi. Anch’essi un tesoro, anche se meno celebrato. Come è rilevabile, ad esempio, sfogliando “I borghi più belli d’Italia. Il fascino dell’Italia nascosta”, la guida presentata presso la sede dell’Anci all’inizio dell’estate. Una pubblicazione che testimonia il successo registrato in questi ultimi anni da un turismo di nicchia, italiano e straniero, che nel 2012 ha visto oltre 1,3 milioni di visitatori, con un incremento rispetto all’anno precedente del 31%.

Un “successo” che gratifica una parte di quel mondo di modesti agglomerati, ma evidentemente non tutto. Che scontando l’iniziale, progressivo, abbandono dei residenti originari e quindi la crescente incuria, deperiscono. Sostanzialmente muoiono. Si fanno archeologia. Anche perché né i comuni, né, tanto meno, Province e Regioni, si fanno promotori di operazioni di rigenerazione, di interventi di ricostruzione. Che peraltro non interessano neanche edifici ed aree delle grandi città. È così che un’infinità di paesi, piccoli e piccolissimi, in abbandono ed esclusi dal turismo “che conta”, iniziano a diventare puntini quasi insignificanti, nella galassia della poleografia del Paese. A diventare quasi invisibili. Certamente per l’Italia. Ma non per gli stranieri.

Sono tanti i casi di borghi e piccoli centri “salvati”, o comunque avviati a nuova vita, da stranieri che investono e decidono di vivere circondati dal nostro Paesaggio. Molte le storie di desolazione trasformate in nuova vita. Sfruttando l’impegno di importanti risorse economiche da parte di investitori stranieri. La loro lungimiranza. La loro capacità di vedere oltre pareti da ricostruire e tetti da rifare. Perdipiù in luoghi anche dal punto della geografia fisica, “difficili”. Interventi che non di rado si connotano come veri e propri progetti di rigenerazione, pianificati nel tempo.

Come accaduto a Tonda, un borgo medievale nel comune di Montaione, acquistato nel 1974 dagli svizzeri di Hapimag. Con quale risultato? Appartamenti per 400 abitanti e la chiesa trasformata in sala riunioni. Ma anche come accaduto al borgo di Fighine, vicino a Siena, dove investimenti sudafricani hanno avviato il ripopolamento. Non diversamente da Casole, borgo-castello del X secolo, nei pressi di Siena, acquistato da Timber Resort. È stato restaurato insieme alle 30 fattorie ed è in mano ai turisti e ai nuovi residenti, quasi tutti americani.

Ancora. Il Borgo di Santa Giuliana a Umbertide è stato ripristinato dai tedeschi che vi abitano, insieme ad austriaci e svizzeri. A Castefalfi, frazione di Montaione, in provincia di Firenze, la Touristik Union International, gigante tedesco del settore turistico con sede ad Hannover, a partire dal 2007 ha iniziato il suo lavoro. Il borgo medievale al centro di 1.100 ettari di terreno, abbandonato alla fine degli anni Sessanta, location per il “Pinocchio” di Benigni, riportato a nuova vita. Attraverso restauri filologici esemplari ed una cura del verde per certi versi maniacale. “A Tuscan transformation”, ha titolato prima della metà di agosto l’inserto del quotidiano The Indipendent. Con una previsione di spesa di 250 milioni di euro, dei quali 140 già stanziati. Con una campagna pubblicitaria che ha attirato nuovi residenti dalla Germania, naturalmente, dal Belgio, dall’Austria, dall’Inghilterra, perfino dal Canada e dall’Australia.

Poi ci sono i casi di stranieri che singolarmente iniziano ad acquistare, uno dopo l’altro, centri storici, ampi settori di paesi. Al punto da prefigurare una sorta di colonizzazione. Come nel caso di Cianciana, centro collinare agricolo in provincia di Agrigento. Dove la presenza di stranieri ha raggiunto il 10%. Oppure di Irsina, in provincia di Matera, che, nel centro storico, ospita cinquanta famiglie inglesi, americane e tedesche. Oppure di Airole, paesino a pochi chilometri da Ventimiglia dove il 31,4% dei residenti non è italiano.

Casi nel complesso nei quali le amministrazioni italiane “subiscono” passivamente l’intervento straniero. Non hanno alcun ruolo. Ma in ogni caso alla fine, indirettamente, ne beneficiano. Sostanzialmente incapaci di progettare una rinascita anche urbanistica. Uno sviluppo che parta dalla fisicità degli abitati e dalla possibilità di risiedervi. Un progetto di rigenerazione a largo spettro. Che non ricostruisca soltanto i luoghi dell’abitare ma che crei le condizioni perché le persone li ri-popolino.

Quel che è inequivocabile è che il fascino dell’Italia resiste, il suo Paesaggio continua a rimanere ineguagliato, a dispetto della crisi e delle politiche in campo di Ambiente, Urbanistica e Beni Culturali, da tempo inadeguate. Quel che fece la “fortuna” italiana a partire dal Seicento, è ancora vivo nell’immaginario degli stranieri. Il Grand Tour prosegue. Anche se ormai, in diverse occasioni, a garantirne la bellezza non siamo più noi.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

2 Responses to “Borghi d’Italia, ma restaurati dagli stranieri”

  1. lodovico scrive:

    Belle iniziative anche se gli investitori stranieri non hanno creato o sviluppato case popolari che certamente sono un vanto degli urbanisti italiani. L’Italia è bella perchè è popolare e populista e per la presenza del Partito Democratico che in tutte le regioni dove governa ha sviluppato piani edilizi che tengono conto delle bellezze d’Italia. Viva lo sviluppo democratico ed i piani quinquennali.Come in Unione Sovietica.

  2. lodovico scrive:

    La bellezza di antichi borghi, disabitati, nasce dall’assenza di piani regolatori e vincoli di paesaggio. Si costruì con rispetto, migliorando le costruzioni col tempo, senza burocrazia o senza star dell’architettura, adottando modelli condivisi rispettosi del preesistente e non espressi dalla cultura democratica che pretendeva nei fabbricati ad intonaco un rivestimento almeno al piano terreno.

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