Berlusconi firma. Bye bye referendum, belli e impossibili

Da quasi vent’anni tra quanti non si rassegnano all’anomalia italiana (e pre-berlusconiana) di un diritto storto e di una giustizia ingiusta, si discute se del garantismo opportunistico di Berlusconi rilevi più il garantismo o l’opportunismo e pesi più il vantaggio reso alla causa dalla militanza del Cav., quando l’interesse al fine particolare gli accenda l’amore per il mezzo generale, o il danno arrecato dalla sua renitenza, quando il disinteresse gli suggerisca il disimpegno e l’accomodamento.

Abbiamo in molti ingenuamente sperato che una riforma del diritto e della giustizia potesse farsi a margine e per effetto di una questione privata, come conseguenza extraprocessuale delle emergenze processuali, come effetto collaterale delle rogne di un imputato speciale. Ci siamo evidentemente sbagliati. La resistenza del Cav. non ha fatto la riforma della giustizia e ne ha disfatta la presentabilità civile. Berlusconi ha teorizzato una giustizia “di servizio” e preteso che a presidio della sua innocenza e a rimedio della sua colpevolezza dove non soccorreva la regola, provvedesse l’eccezione. Il garantismo di classe di Berlusconi ha persuaso la maggioranza degli italiani dell’interscambiabilità (o perfino dell’equivalenza) del diritto con il garbuglio da azzeccare e dunque con il sopruso.

Berlusconi ha poi resistito (e resistito, e resistito: esattamente come Borrelli, ma in modo semplicemente rovesciato) all’idea che i rapporti tra giustizia e politica potessero trovare una misura normale, disarmando le rispettive pretese, non stabilendo invece chi dovesse infine “comandare”. Berlusconi e suoi nemici giurati, cioè i campioni del bipolarismo politico-giudiziario che ha avvelenato questo ventennio, sono ideologicamente gemelli-coltelli, due facce uguali e contrarie della medesima anomalia culturale e costituzionale.

La firma sui referendum radicali – non è la prima volta che Berlusconi monta in groppa a una campagna referendaria di principio spinto da esigenze e urgenze di fatto – è una rappresentazione a cui manca una realtà, un gigantesco niente a cui non seguirà nulla di buono (purtroppo) per la “causa”. I referendum, in sé, a Berlusconi non servono (se non per montare la panna mediatica di un’improbabile rivincita democratica contro l’oltraggio delle sentenze) e Berlusconi non può servire alla causa referendaria, che invece la firma del Cav. gonfia, ma zavorra e rende sì visibile eppure indistinguibile dalla sorte del suo più prestigioso patrono. I referendum rimangono belli, ma diventano politicamente impossibili.

Se mai si arrivasse al voto (è ancora tutto da vedere) al piccolo club dei favorevoli “a prescindere” (da Berlusconi, non dal merito), a cui volentieri ci iscriviamo, non spetterebbe purtroppo alcun ruolo politico, se non quello di tenere accesa una fiammellina per il dopo, quando le urne avranno reso a Travaglio il trionfo che nel 2005, con un altro referendum suicida, Pannella regalò a Ruini.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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