La morte di Hitler bambino: il cattivo gusto di una pubblicitá

– In questi giorni, sul web ci si può imbattere facilmente in una pubblicità che suscita i più vari sentimenti. Un Adolf Hitler bambino viene investito da un auto di grossa cilindrata, programmata al fine di rilevare ogni pericolo, di qualunque tipo, anche prima che esso si manifesti. Evidentemente, anche quello di un futuro dittatore.

La Mercedes, produttrice dell’auto di cui alla pubblicità citata, realizzata dallo studente Tobias Haase, si è affrettata a dissociarsi, prendendo le distanze da uno spot che, in ultima istanza e al di là di ogni giudizio, mette in scena la morte di un ragazzino, che poi si chiami Adolf poco importa. La valutazione delle immagini di cui si tratta può essere svolta sui più vari piani, stigmatizzando il gusto macabro di un’epoca che talora del brutto fa l’apoteosi oppure evidenziando la valenza del marketing attuale, finalizzato a stupire ad ogni costo. Ma è meglio fermarsi al piano emozionale, il principale a essere coinvolto quando va in scena la rappresentazione dell’investimento di un bambino: non da parte di una vettura di altri tempi, quelli di Hitler, appunto, ma di una macchina ultra-sofisticata, veloce.

L’impatto è un colpo che qualche padre e madre, una minoranza certo, ha forse vissuto sulla propria pelle e che la pubblicità, se mandata in onda, avrebbe continuato a riprodurre nelle orecchie di chi l’aveva già sentito. Ma anche degli altri genitori, per i quali quell’impatto suona come una minaccia soffocata, ogni volta che consentono un’uscita che in fondo non avrebbero voluto: e intanto, soprattutto in caso di ritardo nel rientro a casa, nella mente rimbomba lo schianto, e, con esso, l’eco colpevolizzante di ciò che potrebbe trasformarsi così, da un momento all’altro, in insanabile rimorso. Al di là di ogni libertà di espressione sacrosanta, queste sensazioni, e altre ancora, la pubblicità pseudo-Mercedes riesce ad evocare. Non esiste, al riguardo, il giusto o lo sbagliato, né la razionalità del giudizio. Se vi è un limite allo spettacolo della morte non è da una regola che esso va posto, ma dal sentire di chi, con immagini o parole, lo realizza.

Lo spot Mercedes, non autorizzato dalla casa automobilistica tedesca, fa riflettere, e molto, su come la percezione, il gusto, l’empatia o la loro mancanza si siano evoluti nel tempo. E, non a caso, tale evoluzione è meglio evitare di qualificarla. Anche perché, alla fine dello spot, l’auto neanche si ferma. Ma in quelle immagini c’è pure altro. Una sorta di compiacimento della morte. Non semplicemente il sollievo per la strage scampata, che se Hitler fosse scomparso giovane si sarebbe evitata. L’auspicio, nella pubblicità ovviamente retroattivo – tema di fondo delle scene riguardanti il passato dittatore, futuro nel video in questione, in un gioco di specchi temporale – sembra potersi trasformare in un augurio rivolto a certi politici attuali da parte di chi delle piazze virtuali ha fatto un moderno Colosseo. Del resto, proprio frequentando i social ci si rende conto che talora questo è il sentimento diffuso specie nei confronti di un leader che, a molti, è da tempo inviso. Quasi che la morte – accidentale, ci mancherebbe, quella che lascia le coscienze intonse e tutti assolti, con le mani pulite e il cuore in pace – fosse l’unico modo per liberarsi di chi, altrimenti, non c’è modo diverso per eliminare.

A qualche generazione trascorsa è stato insegnato che la morte non s’augura a nessuno. Ma non è questo il punto, anzi: perché la libertà di espressione, sopra citata, può concretamente affermarla solo chi la supporti, oltre che con una mente aperta, con uno stomaco forte, capace cioè di reggere di tutto, compresa la rappresentazione della morte. Ciò che lascia perplessi è il fatto che non in una dittatura come in epoca nazista, ma in piena democrazia, qual è quella attuale, c’è chi vorrebbe disfarsi del politico odiato con l’eliminazione assoluta. Chi non riesca a pensare di togliere da una qualsivoglia scena in altro modo chi detesti di ben poche risorse dimostra di disporre. E non è certo una pubblicità a suscitare tale atteggiamento: perché ognuno è responsabile di sé e anche di manipolazioni eventualmente subite dovrebbe farsi colpa personale. Lo spot in esame pare proprio accarezzare il sentimento che una serie di guai solo con la morte (potevano e) potrebbero essere evitati. Appare quasi come un’ubriacatura collettiva il fantasticare delle conseguenze di un evento estremo, risolutivo: la sconfitta del malvagio, la vittoria dei migliori, il destino che si compie, la dimostrazione che esiste giustizia anche in questo mondo, dove si dice sia tutto corrotto, anche la giustizia stessa. Quanto sia buono e giusto assecondare certe tendenze dell’immaginario collettivo non lo si vuole valutare: la libertà di espressione, si diceva, viene prima di tutto. Ma sarebbe meglio sollecitare alle menti di certi spettatori il pensiero che dalle secche dell’immobilismo, della cattiva gestione e dei personalismi si possa uscire in modo diverso rispetto alla morte, violenta per giunta, anche se accidentale, di chi sia inviso. In quella pubblicità, forse, c’è anche altro, una sorta di contrappasso.

Il pre-giudizio sulla razza di marca nazista che si traduce nel pre-giudizio su Adolf-bambino dell’auto di marca Mercedes, dotata in questo modo di una sorta di preveggenza che si traduce in una (dis)umana intelligenza, nel circolare ritorno al passato che nel mentre è anche futuro. Ma questo è veramente andare troppo oltre. La storia, forse, sarebbe stata diversa anche se l’auto inventata avesse frenato. O qualcuno aveva solo bisogno di chiudere il cerchio cui si è accennato. Anche con una pubblicità, se del caso. O tempora o mores, si potrebbe commentare. Ma era frase di altri tempi e altro era il gusto. Quello che, più d’ogni altra cosa, manca.


Autore: Vitalba Azzollini

Classe 1963, studi classici, laurea in giurisprudenza alla Luiss, lavora in un'Autorità di vigilanza (ed esprime opinioni a titolo esclusivamente personale). Scrive per diletto su giornali on line e su Chicago Blog. Ha pubblicato paper per Istituto Bruno Leoni. Sempre alla ricerca di un'altra prospettiva.

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