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A Biella, vecchi opifici e fucine di talenti. È la città ideale di Michelangelo Pistoletto

Ci sono emergenze che diventano infinite. Senza via d’uscita. Perché ostinatamente si continua ad attendere il ripristino dello status ante quem. Quasi si trattasse di un evento naturale. Ignorando la possibilità di provare a diversificare, a riconvertire. A creare un modello alternativo di sviluppo. Ad immaginare un futuro differente da quanto sperato.

Quanto questo atteggiamento nei confronti soprattutto del variegato mondo del lavoro sia dichiaratamente inefficace, evidentemente “perdente”, emerge dai dati, ancora crescenti, sulla “nuova” disoccupazione. Con interi settori, almeno parti considerevoli di essi, collassati. Ma questa drastica contrazione emerge anche in altra maniera. Nell’abbandono degli spazi nei quali il lavoro si produceva. Attività di piccolo conto svolte ai piani bassi di immobili di medio taglio. Così come aziende di calibro molto più che locale, allocate in grandi capannoni industriali. Un patrimonio di architetture molto differenti tra loro, rapidamente abbandonato. Parti considerevoli di centri urbani di diversa estensione, porzioni tutt’altro che esigue di aree industriali, rimaste vuote, divenute inutili.

Molte le storie italiane di dismissione. Da Fabriano a Prato. Fortunatamente non sempre l’esito è questo. A volte l’intraprendenza di alcuni, le loro idee, riescono a riallacciare fili che sembravano inesorabilmente spezzati. Così la capacità di “fare” riesce a ribaltare situazioni difficili. Questo è quel che è accaduto a Biella. A lungo uno dei regni del tessile italiano. Non più. Anche qui spazi in abbandono. In alcuni casi “rigenerati”. Come l’ex Maglificio Boglietti, un complesso architettonico collocato in pieno centro storico cittadino, trasformato in una vera e propria fucina artistica. Capace di generare prodotti creativi legati alla sfera della danza, del teatro e della musica. Attraverso l’impegno di tre associazioni culturali, Art’è Danza, Opiciodellarte Musica e Arcipelago Patatrac. “Opificiodellarte”, questo il nome della realtà creativa, si presenta come un centro formativo, un laboratorio culturale, un centro artistico, ma anche come un luogo di svago. La fabbrica dismessa è stata riconvertita in una struttura innovativa e interamente dedicata alla danza, alla musica e al teatro. Gli spazi del maglificio industriale rimodulati per ricavarne ampie sale per lo studio della danza, aule insonorizzate per il canto e la musica, un teatro da 99 posti attrezzato in modo multimediale per spettacoli e recitazioni, caffetteria, zona relax e spazi espositivi.

Non è questo l’unico esempio di virtuoso recupero, e neppure il più celebre. A Biella esiste la Cittadellarte-Fondazione Pistoletto. Un progetto nato dal “multiforme ingegno“ di Michelangelo Pistoletto, come attuazione del Progetto Arte lanciato dal maestro nel 1994, e dal concreto supporto di imprenditori mecenati lanieri, tra cui i Zegna. Un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale, riconosciuta dalla Regione Piemonte, che svolge la sua attività in una ex manifattura laniera, un complesso di archeologia industriale, tutelato dal Ministero dei Beni Culturali. Un grande laboratorio, avviato nel 1998, che sviluppa processi di trasformazione responsabile nei diversi settori del tessuto sociale. Il luogo nel quale l’artista si fa altro. Diviene il trait d’union tra l’Arte e gli ambiti dell’attività umana che formano la società. Un luogo nel quale l’arte è protetta e difesa, ma nello stesso tempo interagisce con l’esterno. Prerogative queste che ritornano anche nella strutturazione della “Cittadellarte”. In un nucleo primario che si suddivide in differenti nuclei, ciascuno dei quali ha come finalità quello di produrre un cambiamento etico e sostenibile, agendo sia su scala globale che locale. I nuclei? Naturalmente, Arte, ma anche Educazione, Ecologia, Economia, Politica, Spiritualità, Produzione, Lavoro, Comunicazione, Architettura, Moda e Nutrimento. Opere artistiche e attività pratiche, insieme. Perché “le due cose devono coincidere”, secondo Pistoletto. Con queste modalità di approccio, nasce Let eat bi, un progetto di “attivazione del potenziale produttivo e di aggregazione sociale, costituito dall’economia solidale della terra intesa come bene comune”. Un progetto ambizioso, dall’ampio respiro. Nel quale coltura, convivialità e cultura vengono variamente declinate.

Così la Coltura prevede la formazione di un Catasto solidale costituito dai terreni incolti, la creazione di una piattaforma on line degli orticoltori/produttori aderenti e l’attivazione a Cittadellarte di luoghi di scambio, baratto, mercato, centri per la trasformazione e la distribuzione. Allo stesso tempo la Convivialità prevede l’attivazione di luoghi di aggregazione intorno al cibo, mentre la Cultura contempla la fondazione dell’Accademia verde per l’attivazione di programmi di ricerca, formativi teorico-pratici, per lo scambio e la produzione di saperi legati alla Terra. La creatura di Pistoletto è quasi un manifesto ecologico, l’agenda politica di un movimento “verde”. Anche se la politica sembra essersi almeno in parte servita della Cittadellarte. Senza aver portato alcun reale beneficio alla causa. Come non di rado accade. Pistoletto sull’argomento non usa mezzi termini. A suo dire, “la città dell’arte è stata utilizzata dai politici per accendere i riflettori su questo territorio, poi i soldi europei li hanno spesi di testa loro”. Molte le promesse. Tutte disattese. Tante le occasioni per far crescere la “città ideale”. Anch’esse tutte perse.

Anna Zegna, nipote di Ermenegildo e presidente della Fondazione omonima, esprime la sua totale sintonia con la visione di Pistoletto. Una sintonia, che non è legata al momento ma saldata ad azioni concrete. Quelle intraprese dalla sua Fondazione. A partire dalla realizzazione dell’oasi di Zegna, un percorso naturalistico di 100 chilometri quadrati che attraversa Trivero e la Valle Cervo. Una sintonia “antica”. Come testimonia il piano di rimboschimento delle montagne intorno a Biella intrapreso, in passato, da Ermenegildo Zegna.

In questo contesto è nato e si è sviluppato lo spazio nel quale convivono arte, natura, scienza e tecnica. Non per magia, ma per la capacità di miscelare il “pensare” e il “fare”. Un modello al quale guardare. Nel tentativo di duplicarlo. Da Biella, dalle bellezze della Vallemosso, dalla voce del torrente Cervo e dal suono ritmico, ma sempre più flebile, dei telai, un’idea vincente.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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