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L’Imu è una sineddoche. Fenomenologia della crisi di un paese immobile

- Nelle ormai trascorse notti vacanziere, l’Imu ha agitato i sonni di molti italiani. Non avrebbe potuto essere diversamente, tanto era il timore che era stato loro incusso, paventando il ritorno ovvero il rischio derivante dall’abolizione dell’oltremodo nota imposta, “congelata” nei mesi scorsi nonostante la calura estiva. Quasi come una minaccia, o forse come un ricatto, si era solennemente dichiarato che su di essa si sarebbero giocati, come si suol dire, i destini del Governo nonché della Nazione tutta.

La situazione, poi, è cambiata, perché la convenienza è cifra distintiva della politica nostrana, che a proprio piacimento mischia le carte delle priorità, declassandole da esigenze irrinunciabili a eventuali ipotesi, in base al vantaggio del momento. Dunque, oggi pare non sia più l’Imu che condizionerà la sopravvivenza delle cosiddette larghe intese così come di coloro che su di esse fanno conto, ma la sorte di colui che dell’Imu, con un gioco di parole, o forse di prestigio, si è fatto scudo, non “fiscale” bensì in ogni senso.

Quindi, si torna al punto di partenza e ci si chiede perché la soppressione di un’imposta la cui portata, comparativamente ponderata rispetto ad altri oneri fiscali, è poco rilevante per chi abbia l’abitazione di proprietà e non molto altro, sia stata fatta assurgere al rango di bene assoluto da cui è sembrato dover dipendere la tenuta dell’esecutivo, nonché la soluzione di tutti i problemi del Paese. Ma anche di bene relativo, considerato che – come detto – un politico ne ha fatto discendere la credibilità propria e del proprio partito, quello antitasse: anche se poi, quand’era al Governo, tagli alle spese non ne ha mai fatti. Se non aggravi impositivi, servono cesoie impietose: insomma, delle due l’una. Quindi, sostenere la prima parte del discorso senza la seconda che ne è indispensabile complemento non ha, nella pratica, alcun senso. Ma questa è solo una parentesi, meglio andare oltre.

Riguardo all’Imu prima casa, al di là delle considerazioni economiche o giuridiche sulla permanenza, sulla sua sostituibilità con un’altra imposta o tassa e, perché no, sulla sua abrogazione, ci si chiede il perché le sia stata data tanta importanza. Essa ha condizionato dibattiti pubblici e conversazioni  private anche nelle settimane in cui pure la politica praticata sotto gli ombrelloni, di norma, va in vacanza. Il Presidente del Consiglio ne parlò addirittura dall’Azerbaijan, quasi non potesse aspettare di tornare in Patria, tant’era l’urgenza di mettere un punto fermo, di placare gli animi, di fornire una risposta, di assumere una posizione certa. Letta fu sufficientemente convincente, di quella chiarezza così ben studiata da riuscire a essere da chiunque interpretata come evidente messaggio di sostegno alle proprie idee sull’argomento. O, forse, ciò a tutti convenne ritenere, per trascorrere in pace il Ferragosto.

Quasi al termine della stagione estiva, nonostante sia mutato – come accennato – il cardine intorno a cui ruota al momento il dibattito della politica nazionale,  sull’Imu ci si continua comunque ad accalorare: ma, di fatto, che ci sia o meno il solleone e comunque vengano declinate le priorità del Paese, non è essa quel che davvero conta. Con una sorta di traslazione psicologica, si usa il simbolo, cioè l’imposta, per indicare ciò che esso rappresenta, questo sì e veramente, il bene ultimo e supremo per ogni cittadino italico che si rispetti: la casa. Perciò l’acronimo Imu finisce per diventare quasi una metonimia o, se si vuole, una sineddoche del vero oggetto delle discussioni che, come si è detto, è un altro.

È il cespite che si è ereditato o, più spiritualmente, il valore che si tramanda per generazioni, quindi le origini, la tradizione e, in una parola, la famiglia; il tetto sotto cui non piove, che sia coniugale o da single non importa; il porto sicuro dagli affanni della vita, ristoro per le anime afflitte da una società che non capisce, ove recuperare un’individualità che sempre più trova il proprio limite in se stessa; la figura cui si ricorre quando si vuol indicare una meta, che si tratti del rilassante pensionamento o della cacciata da qualunque luogo della vita pubblica, per cui si dice, appunto, andare a casa. Essa è, quindi, per gli italiani, metafora delle radici più profonde che, come scrive Tolkien, non gelano, che tengono ben saldi al suolo anche nei momenti di crisi come quelli che stanno ora attraversando, in cui tutto sembra passare e molti continuano a ripetere “panta rei” senza neanche capire, solo perché da qualcun altro così hanno sentito dire.

Da tutto quanto appena elencato discende che combattere a spada tratta perché l’IMU venga abolita sembra significare, nel nostro Paese, l’avere a cuore ciò di cui essa è emblema: terra, famiglia, tradizioni, provenienza e molto altro variamente declinato. Di conseguenza, nell’immaginario collettivo di coloro i quali sono destinatari di una comunicazione specificamente mirata – e c’è ancora chi dice che di questi tempi la comunicazione è “tutto”: ma l’Italia non merita qualcosa di meglio di chi sappia parlare al cuore e, al contempo, al portafoglio? – il personaggio che cotanti valori, materiali e spirituali, difende non può che esserne simbolica incarnazione. Dunque, in forza della medesima traslazione, cui si accennava, tra la tassa e quanto ne è oggetto, chi lotti per i suddetti valori non può che sostanziare necessariamente un uomo di valore: ecco, il gioco d’illusionistica magia è fatto.

Del resto, l’italico legislatore, in qualche modo, tutto questo l’ha quasi favorito: poiché solo la casa è davvero, come si diceva, tutto ciò che resta quando tutto passa, ha fatto del tassarla un punto più che fermo. Gli introiti derivanti dall’imposizione sugli immobili sono, in questo Paese, tra i pochi su cui egli può contare, dato che su troppi altri non ha, invece, certezza fiscale. E su tali introiti, quindi, ostinatamente negli ultimi tempi insiste. Si parlava di magie e, a tal riguardo, si coglie l’occasione per aprire una parentesi su un altro tipo di illusionismo nostrano.

Ogni Presidente del Consiglio, nessuno escluso, continua a proclamare di aver conseguito ottimi risultati sotto il profilo della lotta all’evasione, con “clamorosi blitz tra i vip delle più note località di villeggiatura”. Ma i capitali, che a differenza delle case sono, appunto, “mobili”, continuano a fuggire altrove, com’è evidente, in paradisi fiscali a prova di show della Guardia di Finanza, mentre il Governo e la platea di coloro per i quali la ricchezza equivale al demonio da debellare, plaude ai successi raggiunti. Chiusa la parentesi sull’ennesimo mistero.

Si diceva che la casa è, per le ragioni sopra esposte, non l’oscuro ma il fin troppo palese oggetto del desiderio della gente comune così come del legislatore che la tassa. Per questo motivo, ha avuto buon gioco chi ha reso punto centrale della propria campagna elettorale la battaglia all’imposta sulla proprietà immobiliare, presentando la sua abolizione come necessità ineludibile nonché motivo d’impegno e d’orgoglio personale. Di conseguenza, all’inizio dell’esecutivo Letta, con coerenza politica conclamata, ha voluto che l’Imu fosse un punto imprescindibile del nuovo programma di Governo. Nelle calde giornate estive, qualcuno si è pure sbizzarrito nel tentativo vano di interpretare, con non troppo fine esegesi giuridico-istituzionale, ciò che ciascuno, diversamente, attraverso quel punto controverso, all’epoca in cui esso fu redatto, intendesse dire. Ma questo non conta.

La domanda iniziale riguardava i motivi per cui l’abrogazione dell’imposta sulla casa, dall’entità se non irrilevante comunque non scandalosamente indecente, è divenuta nei mesi scorsi così importante, quale argomento della contesa politica, così come nei discorsi della gente. Si è detto che questo accade perché quando ogni certezza pare crollare, resistono solo le fondamenta solide che, per definizione, appartengono esclusivamente a ciò che è, appunto, “immobile”. E forse è questa la parola chiave intorno alla quale far ruotare ogni considerazione, al di là di banalità, perle di saggezza o stucchevoli sentimentalismi. Perché la casa e il significato intrinseco che essa si porta appresso sono finiti per diventare per gli italiani una sorta di palla al piede, che li ha quasi condannati a una tanto desiderata quanto dannosa immobilità: parlarne come immobilismo, però, sarebbe meglio.

Il fatto è che se la casa è la stabilità cui tutti sembrano auspicare – quella del passato, di ciò che si è stati, nonché quella del futuro, di ciò che si diventerà, bilanciamento perfetto tra evoluzione e origine – per qualcuno essa rappresenta, continuando con le metafore, il luogo sicuro in cui, una volta per tutte, sedersi. Dunque, la casa viene intesa non come base fondata per darsi lo slancio, per andare oltre, per spiccare il salto o, se si preferisce, per risalire in superficie quando si è toccato il fondo o, ancora, come blocco di partenza per lo scatto, nella tensione verso obiettivi sempre nuovi, nel superamento di concrete o anche solo simboliche barriere.

La casa, per molti connazionali che si vantano, una volta sistemati in quella di proprietà, di aver chiuso il cerchio, è quindi una raffigurazione circolare: punto di inizio e, allo stesso tempo, di fine, di tutto. Come il lavoro fisso, quello cui si aspira allo scopo di accomodarvisi, senza alcuno stimolo alla crescita professionale, al superamento del risultato acquisito, alla sfida e alla competizione con se stessi, prima che con chiunque altro. Perché la mancanza di meritocrazia in questo Paese, alla fine, è solo un pretesto per lasciarsi andare al vittimismo e, con esso, per rinunciare a ogni personale progresso che soddisfi la propria mente, se pure non la carriera o il portafoglio. La casa, quindi, nella sua più criticabile accezione, è emblema della staticità del peggior essere nostrano, anziché della migliore creatività italiana, quella che non si ferma, ma evolve, si incrementa, va fuori i confini e, contaminandosi con altre realtà e, in primo luogo con l’altrui diversità, si ispira e cresce.

La maggioranza dei cittadini di questo Paese ha da sempre mirato per lo più all’immobile, così immobilizzando le proprie possibilità, in senso lato, nel mito della verghiana “roba”, come qui altri scriveva. Perseguendo l’obiettivo della casa, mezzo e al contempo fine, come valore, della propria esistenza, essi hanno bloccato non solo i propri averi, vincolandoli all’abitazione e alla sua manutenzione, ma anche se stessi, adagiandosi nella comoda staticità del pensiero e dell’azione, nonché il proprio umano divenire che, comunque lo si concepisca, è sempre costante e graduale movimento. E, di conseguenza, poiché in una società giuridicamente ed economicamente organizzata tutto è legato, anzi interconnesso, hanno immobilizzato l’intera economia. Perché mentre risparmiavano, pregevole antica arte nazionale, al fine di acquisire solidi stabili e tranquillizzante stabilità dalla rendita non sempre certa – dettaglio irrilevante per chi fa del “possiedo ergo sum” la propria essenza – dall’altra distoglievano la liquidità in tal modo impiegata da usi diversi. Quelli che avrebbero favorito, insieme all’umano avanzamento del progresso individuale comunemente inteso, altresì la crescita economica e lo sviluppo sociale, mettendo in circolo il capitale, investendolo, facendolo fruttare.

Ma, già lo si è detto, alcuni tra i governanti di questo Paese non amano la ricchezza anzi, la vedono col fumo negli occhi o addirittura, populisticamente, mediante certi esponenti politico-istituzionali, la demonizzano. Quindi, sempre e solo con l’unico strumento di cui dispongono, vale a dire le tasse, le mettono i bastoni fra le ruote, ne disincentivano l’utilizzo laddove, sin da decenni orsono, avrebbero dovuto crearle un ambiente favorevole, agevolando lo sviluppo con imprenditoria privata e lavoro. Invece, così facendo, vale a dire gravandola oltre ogni ragionevole misura, introducono ulteriori elementi distorsivi in un mercato che la mentalità italiana già di per sé, come si è visto, orienta all’immobilità attraverso il bene per eccellenza, quello immobile, appunto.

Questo è il vero punto fermo del discorso. Perché, se la gente ha come fine ultimo la casa e i governanti fanno della (de)tassazione della stessa una questione di principio, tutto torna: è solo questione di compiacenza, di voti e di consenso. Gli italiani dovrebbero capire che serve studiare, muoversi e confrontarsi, soprattutto se giovani, volenterosi e dotati di buone risorse, perché la casa non esaurisce l’orizzonte proprio né quello del Paese. Forse, conseguentemente, la politica nostrana smetterebbe di farne oggetto di eventuali propositi di presunta quanto illusoria azione, distogliendo così l’attenzione di un elettorato spesso poco accorto dall’inazione effettiva che sottende il tutto. Perché non è abrogando l’Imu ovvero mantenendola che si alimenterà quella chimera che in Italia è la “crescita”. Occorre ridurre la pressione fiscale in generale, ma soprattutto in quei settori dove l’economia – che non si fonda sull’immobile – si muove, favorendo impresa e occupazione e lì abbassando le tasse. Ma, nell’ambito del popolo votante, i privati datori di lavoro sono una piccola percentuale, così come coloro i quali comprendono i vantaggi di tale riduzione impositiva rispetto ad altre. La politica, quindi, com’è tradizione, non si cura di loro, ma guarda e passa.

“Era una casa..”, cantava Sergio Endrigo, con riguardo a un’abitazione inconsistente. O forse era un’imposta? Di certo, non servono metafore o traslazioni per far capire che, richiamando l’inconsistenza immaginifica di quell’abitazione, all’uguale sostanza della discussione sull’Imu ci si vuole riferire. Del resto, com’è evidente, se tale sostanza quella discussione non avesse avuto, non si sarebbe così velocemente barattata l’apparente intransigenza sul famoso punto di Governo con quella sulla “agibilità”, non strutturale della “casa”, bensì politica di colui che l’ha incarnata.

Si diceva, all’inizio, che i governanti mescolano spesso le carte degli obiettivi perseguiti sulla base delle proprie convenienze e talora ne fanno, con tanta spregiudicatezza quanta insipienza, una questione di diritto. Beati coloro i quali, invece, attenendosi ai sacri testi del Diritto, quello vero, restano ancora convinti che la politica sia valutazione ponderata di fini in vista del bene comune. Ma, finora, il bene chi l’ha visto?


Autore: Vitalba Azzollini

Classe 1963, studi classici, laurea in giurisprudenza alla Luiss, lavora in un'Autorità di vigilanza (ed esprime opinioni a titolo esclusivamente personale). Scrive per diletto su giornali on line e su Chicago Blog. Ha pubblicato paper per Istituto Bruno Leoni. Sempre alla ricerca di un'altra prospettiva.

2 Responses to “L’Imu è una sineddoche. Fenomenologia della crisi di un paese immobile”

  1. lodovico scrive:

    le tasse sono per sempre, gli uomini passano

  2. Edoardo scrive:

    Sul tema casa ci sarebbe molto da dire,bisogna chiedersi se si vuole un economia fondata sul territorio dove il lavoro sia presente in loco,o se si vorrebbe un impostazione come accadeva nell’Unione Sovietica dove ingenti masse erano spostate per certi periodi in strutture di lavoro industriali magari a molte verste dal luogo natio.Concetto che allora dovrebbe essere esteso a livello europeo mediante una vera politica industriale ed economica di ampio respiro europeo che sappia distribuire la forza lavoro neccessaria all’interno di tutto il territorio europeo,ma ci sono ancora troppi squilibri regionali industriali in Europa (ricordando un vecchio libro dell’economista Stuart Holland)alla fine il concetto chiave è sempre quello di creare dei prodotti nuovi e competitivi per i quali far lavorare le masse,perchè certo esiste una piccola minoranza che si sposta dalla propria casa per lavorare ma di solito sono laureati che non fanno lavori produttivi e qui non è per sminuire i lavori spesso precari di chi si sposta in base alla vincita di un concorso pubblico…anche se un altra piccola minoranza va a lavorare come ingegnere in germania ecc quindi ha una laurea forte in materie tecniche ed utili alla produzione ma è sempre una minima minoranza.Poi bisognerà pensare anche alla distribuzione urbanistica,perchè è inutile tassare le prime case e magari fare in modo che i proprietari di esse le vendano per poi costruire e cementificare attraverso la costruzione di appartamenti e miniappartamenti…cioè in sintesi mi pare che l’articolista non prenda in considerazione la realtà in modo completo,e mi dispiace per un giornale online sempre molto concreto come libertiamo.it.

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