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Piras sapeva quel che diceva, ma l’ansia di protagonismo lo ha vinto

– Nella vicenda relativa alle esternazioni di Gianluigi Piras, il consigliere comunale sardo del PD che aveva augurato uno stupro all’atleta russa Isinbayeva, anziché dall’inizio, com’è buona norma fare, meglio cominciare dalla fine, perché forse lì si trova la chiave di tutto, la combinazione. Non si tratta di una formula alfanumerica complessa e di difficile comprensione, bensì di quello strumento cristallino e trasparente che è la lingua italiana, quando bene usata, vale a dire con il rigore logico di un pensiero strutturato, a suo supporto.

Il buon utilizzo della parola scritta Piras dimostra di conoscerlo alquanto bene. Le pagine che alla fine – si parte da lì, come premesso – ha pubblicato sullo stupro e, in genere, sulla violenza al femminile sono forti, efficaci, toccanti come poche. Esprimono il dolore, l’umiliazione, la valenza psicologica che sottende l’atto. E’ un inaudito squarcio dell’anima, indegno per ogni essere umano: per chi lo compie quale carnefice, ma soprattutto per chi ne è vittima, privata della propria volontà e, così, di se stessa.

Piras ha saputo davvero ben usare le parole e, quindi, anche il cervello nella lunga nota di chiarimento alla quale ha accompagnato le proprie dimissioni. Si è, pertanto, assunto la responsabilità del gesto compiuto e ha dimostrato, sulla base di quanto scritto, la piena consapevolezza di quanto, con quell’assurda dichiarazione, indotto. In tal modo, ha realizzato una perfetta sequenza logica e razionale: è partito dal proprio pensiero sulle esternazioni e successive smentite della Isinbayeva fino ad arrivare a quelle parole su Facebook che, qualsivoglia ne fosse l’intendimento, risultavano talmente offensive, dure e violente da entrare nella carne viva di ogni donna già solo per i termini – per non dire i concetti – usati. Ha, poi, finito con la lettera pubblicata e il successivo atto politico che ne è conseguito. Piras dispone – ciò detto senza alcuna ironia – di una logica ferrea, com’è evidente dalla conclusione della vicenda – là dove sta la chiave, per cui, come detto, da lì si prendono le mosse – fino al suo inizio, in base alle sue stesse affermazioni: egli non ha pronunciato quelle parole sullo stupro in preda all’emozionalità del momento. Anzi, come spiegato, ha inteso consapevolmente fare un perfetto e rigoroso parallelismo tra il comportamento della  Isinbayeva e il proprio, ma eventuale.

Al riguardo, vale la pena aggiungere un’altra considerazione. Quanto si scrive non può mai essere strettamente qualificato come espressione di sentimenti incontrollabili e immediati, ciò in forza del meccanismo mentale che allo scritto sempre presiede. La parola che diviene, come si suol dire, “nero su bianco”, comunque elaborata e ovunque e semmai pubblicata, è il risultato di un procedimento di filtraggio, di pulizia fatta dal cervello nei riguardi di tutte le emozioni. Queste ultime sono sempre “sporche”, per definizione, anche le più nobili, perché contaminate dai vizi insiti in chi le ha originate, salvo non si tratti, forse, in senso tecnico, di un santo. Da ciò consegue che chi scrive e sa come farlo nel migliore dei modi – e, nella lettera di chiarimento, Piras ha dimostrato di esserne capace – non mette su carta la sensazione forte in quanto immediata, bensì quella comunque pensata perché, appunto,  filtrata. Quindi, non è così che può essere spiegata la sua uscita sullo stupro. Diverso sarebbe stato se, anziché scriverne, egli ne avesse solo parlato, di getto, nella confusione mentale del momento in cui la passione dell’idea, qualsivoglia essa sia, giusta o sbagliata, può offuscare la mente più brillante e indurla a espressioni spesso inconsulte. Solo in quest’ultimo caso Piras avrebbe anche potuto essere capito, ma è meglio specificare: il meccanismo implicato, mai e poi mai, invece, il concetto manifestato.

Ma non basta. Piras ha dimostrato di avere, oltre che una buona penna, altresì una buona dimestichezza con quanto può riassuntivamente definirsi, mutuando un celebre titolo, ragione e sentimento. Ancora il parallelismo con il quale ha voluto spiegare la sua frase sulla Isinbayeva, oltre al variegato e apprezzabile contenuto della nota di chiarimento, starebbe a testimoniarlo. Accertato così che il protagonista della vicenda dispone di consapevolezza logica, linguistica e pure emozionale e sa, quindi, usare razionalità, buon italiano e sentimenti, ebbene, una persona che possegga tutto questo si suppone che, quando scrive, sappia quel che dice. Piras questo, appunto, avrebbe dovuto saperlo. Ma la calamita attrattiva del palcoscenico è davvero pericolosa, per tutti. E’ questa un’epoca in cui più che il messaggio – ormai scaduto a slogan o a intervallo pubblicitario anche da parte dei politici, per così dire, più seri – vale la forza, anche se bruta, con cui è espresso (e c’è ancora e sempre chi dice che l’efficacia della comunicazione è tutto..). La pessima esternazione di Piras sullo stupro ne è il risultato, insieme all’ansia di ghermire la pubblica attenzione, ormai quasi unico intento della politica nostrana. Dunque, si cerca il pretesto per l’uso della dichiarazione che sarà notata, che farà parlare di sé, che solleverà l’ennesimo assurdo caso, che diventerà occasione di mettere in moto l’elettrodomestico che in Italia, ormai, è il più diffuso: il tritacarne, purché mediatico, e, se politico, ancora più usato.

Tutto ciò per dire che in quest’Italia in cui si aspetta l’ennesimo scandalo per poterne chiacchierare e constatare, ancora una volta, come si è caduti in basso, come ci si è ridotti, bisognerebbe essere capaci, in ogni circostanza, di estrapolare da ogni questione i pezzi determinanti, quelli chiave. Buon italiano e filtri della mente sono componenti fondamentali, tant’è che sarebbe bello poter concludere: chi li ha li usi, e bene, chi non li possiede, invece, si astenga. Ma la vicenda Piras dimostra che essi non bastano a mettere un limite al non-senso di chi cerca solo ed esclusivamente la pubblica attenzione. Quindi, se non si può imporre a taluni il silenzio – non sia mai la censura o la privazione di qualunque libertà, per nessuna causa – si tolga loro, almeno, la miccia a certe insensate parole: la ribalta.

Solo questo una collettività consapevole può fare, rinunciare al chiacchiericcio sulla piazza del villaggio virtuale e, così, alle fazioni su casi di cui è quasi inutile parlare. Che almeno l’ultimo episodio accaduto sia servito a constatare come la scena dei social è un’arma a doppio taglio, per chi la usa ma anche per chi non aspetta altro che sia usata, sì da poterla, ancora una volta, esecrare. Non basta invitare politici e chicchessia all’uso del cervello, necessariamente, per filtrare. Chi merita e chi, invece, non va degnato neanche di un commento bisogna che sia il pubblico a capirlo, e col cervello: il proprio, ché è meglio.


Autore: Vitalba Azzollini

Classe 1963, studi classici, laurea in giurisprudenza alla Luiss, lavora in un'Autorità di vigilanza (ed esprime opinioni a titolo esclusivamente personale). Scrive per diletto su giornali on line e su Chicago Blog. Ha pubblicato paper per Istituto Bruno Leoni. Sempre alla ricerca di un'altra prospettiva.

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