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L’Italia senza Turismo

- L’Estate è la stagione delle vacanze. In mare, in montagna oppure al lago. Di solito, si sceglie in base ai propri gusti. Negli ultimi tempi, più che mai, facendo i conti soprattutto con la crisi e budget sempre più esigui. Spiagge assolate e sentieri che s’inerpicano su per i boschi che arricchiscono le alture, mete scontate. Ma poi, oltre tutto questo esiste altro. Molto altro. Le città e i paesi che in alcuni casi ospitano quei divertissements estivi, ai margini anche topografici di quegli svaghi del corpo e dell’anima.

E, poi, i territori che fanno l’Italia. E’ lì che ci sono altri svaghi, altre occasioni. Bellezze dell’architettura di ogni tempo che hanno le sembianze di monumenti dell’antichità, di chiese e palazzi medievali e rinascimentali, di piazze e strade ideate da menti superiori, da archistar ante litteram. Borghi e centri storici cristallizzati, edifici di archeologia industriale recuperati e rigenerati. Un patrimonio quasi sterminato disseminato da Aosta e Trieste a Reggio Calabria, isole, grandi e piccole comprese. Un patrimonio che nella gran parte dei casi rimane al di fuori dei circuiti turistici, con l’eccezione di Roma, Venezia e Firenze. Che riescono, comunque a dispetto di tutto, a ritagliarsi uno spazio. Insomma a mostrarsi se non per quel che valgono almeno per quel che potrebbero valere. Ma per il resto l’Italia continua a rimanere sconosciuta, non sufficientemente visitata. Non soltanto dagli stranieri, ma perfino da noi stessi, spesso molto più desiderosi di impegnare ogni nostra risorsa per raggiungere mete lontanissime che di guardarci intorno. E’ così che le isole e gli atolli delle Maldive e le spiagge di Santo Domingo sono divenuti noti a molti più di quanto non lo siano luoghi italiani di insuperabile bellezza.

La chiesa di Santa Lucia alla Badia ad Ortigia, Siracusa come il sito archeologico di Falerone, in provincia di Fermo. La spiaggia di Anzio sulla quale prospettano i resti colossali della villa imperiale, come il castello di Miramare a Trieste. L’area archeologica di Cupra Marittima, in provincia di Ascoli Piceno come il Nuraghe Losa, presso Abbasanta, in provincia di Oristano. Cartoline inimitabili, troppo spesso, a servizio di pochi. Turisti che per proprio conto si sono preventivamente informati, hanno creato “percorsi”, hanno ostinatamente voluto vedere, conoscere. Nonostante la pessima promozione, politiche tutt’altro che d’incremento del turismo. Eccolo il problema. Il turismo, generalmente, è spontaneo. Nei migliori dei casi, caposaldato su qualcosa di ben diverso dalle attrattive culturali. A seconda dei casi, l’elezione di qualche miss oppure qualche sagra di prodotti locali. Naturalmente con la sapiente regia degli assessori alla cultura locali, in accordo con le linee guida delle politiche turistico-culturali degli omologhi amministratori provinciali e regionali. Tuttavia scaricare ogni colpa su quegli illuminati ideatori di eventi sarebbe ingeneroso e fuorviante. E’ l’Italia intera a mancare di indirizzi in tema di turismo. Come dimostra in maniera chiara ed inequivocabile il 26° posto nella classifica della competitività del settore, diffusa dal The World Economic Forum. Come ancora di più chiarisce il quinto posto, dietro Francia, Spagna, Stati Uniti e Cina, in fatto di numero di turisti stranieri. Eppure nel 1970 guardavamo tutti dall’alto. Il turismo, insieme allo spettacolo, avevano un loro ministero e, seppur nella loro indiscussa fragilità, una loro autonomia.

Almeno fino all’aprile del 1993 quando il dicastero fu soppresso con un referendum popolare. Poi tra alti e soprattutto bassi la storia più recente con il Turismo sostanzialmente derubricato a costola del Ministero dei Beni Culturali. Con le misure, nella realtà dei fatti, appaltate alle Regioni. Che hanno variamente utilizzato quel jolly. Di certo non sempre in maniera efficace. Come decretano classifiche e statistiche regionali. Eppure il turismo tout court non è questione marginale. Non è solo bellezze da guardare romanticamente trasognati, ma risorse concrete e occupazione “importante”. Il turismo oggi produce circa 6 trilioni di dollari, pari al 9% del Pil mondiale, con 120 milioni di posti di lavoro diretti, ai quali ne vanno aggiunti altrettanti in settori correlati. Il che significa che la macchina del turismo funziona quando si crea una solida base di attrattori. Quando si realizzano reti virtuali che, con una studiata gradualità, dalla realtà locale raggiungono l’ambito nazionale così da metterle in relazione tra loro. Quando quelle reti virtuali si concretano sul terreno, in percorsi, in tour nei quali monumenti e ambiente dialoghino con tutto il resto. Innervando e a sua volta, innervandosi. Il modello semplice. Una sorta di guida. Come quella che alcuni giorni fa il New York Times ha pubblicato per Lecce. Posti da vedere, ma anche posti nei quali prendere un caffè, mangiando una specialità locale oppure dove pranzare.

Se ne parla, se ne discute, magnificando le ricchezze che possediamo. Ma poi si continua a prendere il sole sdraiati su spiagge che poco lontano avrebbero molto da offrire. Ma che non si conosce. Anche per questo, forse, mentre risulta impossibile trovare un lettino sul quale sdraiarsi molti musei rimangono deserti. Molti luoghi, vuoti. Bisognerebbe sforzarsi di pubblicizzare di più e meglio. Con o senza Ministero del turismo.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

4 Responses to “L’Italia senza Turismo”

  1. marcello scrive:

    Poi il turismo è rovinato anche, così come l’aria, dagli aerei di Berlusconi che utilizza il cielo per i suoi interessi privati.

  2. dario scrive:

    Complimenti.. Sappia che il suo desiderio ha chi lo sta portando avanti con disumana caparbietà.. Che il genio italiano esiste, che 1 su sessanta milioni prima o poi farà la differenza.. L’Italia c’è, c’è sempre stata e resterà x sempre.. Una onda anomala sta x rovesciare il noioso cliché x il quale tutto abbiamo, ma nulla facciamo. Chi fa c’è e farà un gran rumore!! Solo i migliori possono e sanno essere MERITO X SE STESSI e non per una platea accomodata a raggranellare comode pacchette nelle tasche e mai sulle spalle

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