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“Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo”. La paralisi politica perfetta. Riflessioni sull’immortalità del Cav.

“Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo”. Nell’estate del 2013 De Gregori, che non è mai tramontato, quindi non si può dire torni in auge, va di moda. Perché se al nome Pablo si sostituisce quello Berlusconi, il gioco è fatto: per il PD, per il PdL come per tutti gli altri che partecipano alle c.d. larghe intese o, come qui si disse, comuni convenienze. A far politicamente morire, o arrestare o rieducare o, per essere più chiari, tacitare in qualche modo il “fu” Cavaliere non ci tiene nessuno, come dimostra la circostanza che da vent’anni intorno a lui ruota la politica tutta e, com’è evidente, intorno a lui essa continua a ruotare.

Non basta populisticamente affermare, come qualche leader o aspirante tale ha fatto, che Berlusconi va lasciato da parte nei discorsi, che serve parlare d’altro. Lo si può anche ignorare, nelle conversazioni sotto gli ombrelloni, alle feste di partito o agli incontri in piazza dei partecipanti alla contesa elettorale, di fatto già iniziata, anche se da nessuno chiaramente ammessa. Resta il fatto che, piaccia o meno, alla gente così come a quelli che della compiacenza ad essa hanno fatto un’arte, da lui, dalle sue vicende, dai suoi atteggiamenti nei riguardi delle questioni legislative più scottanti, dipendono gli equilibri del Potere attuale, ove tutti sono legati, e consapevolmente, a filo doppio.

Quelli che fanno parte del suo schieramento costatarono alcuni mesi or sono che senza di lui non erano né sarebbero mai stati niente. Gli altri, dal canto loro, in sua assenza, non avevano né avrebbero comunque avuto da dire molto. La questione è così sin dall’inizio, da quel 1994, quando tutto ciò è iniziato. Il risultato? Una quasi ventennale, equilibratissima, paralisi politica perfetta. La diagnosi è questa e ad emetterla, trasversalmente e di comune (e davvero larga) intesa, sono non quelli usi a gettare benzina sul fuoco, particolarmente indaffarati negli ultimi mesi, ma economisti, giuristi, politologi variamente esperti.

È sulla cura che, secondo italica tradizione, non si è mai convenuto. Perché nonostante chiunque – non considerando ovviamente le ben note cortigianerie – dichiarasse che Berlusconi se ne doveva andare, che aveva fatto il suo tempo nonché molto deluso, nessuno ha avuto mai avuto con lui il coraggio di arrivare a una qualche sorta di resa dei conti. Ci hanno pensato i giudici a cavare tutti d’impaccio, sollevandoli dalla sgradita incombenza di rimuovere quel “personaggio”, nelle più varie accezioni qualificato da leader avverso a male assoluto. Ma proprio Berlusconi, il quale dopo la condanna tramite i suoi fedelissimi chiede l’agibilità politica, il salvacondotto, rende ancora più evidente che è lui stesso il salvacondotto per tutti quanti gli altri. Di quelli che del berlusconismo hanno fatto il baluardo del nulla e, nutrendosi della sua pseudo-azione, dei proclami esibiti così come delle promesse mancate, hanno perpetuato la propria dipendenza parassitaria dal capo politico, carismatico, e, perché no, pure spirituale del partito. Ma anche di quelli che dell’antiberlusconismo hanno fatto quasi uno stile di vita, connotando attraverso esso la propria essenza, politica e a tratti esistenziale, convincendo se stessi e il proprio elettorato che bastasse essere contro di lui per essere qualcosa. Ciò al fine di sostanziarsi di una materia che diversamente non avrebbero avuto, non disponendo forse di risorse per riempirsi di altro.

Si accennava a una resa dei conti mai compiuta, ma ancora oltremodo necessaria, tra partiti e loro esponenti e quelli opposti, finalmente oltre facili personalismi: vale a dire, una sfida delle idee, ma non di quelle genericamente declinate in programmi elettorali che paiono liste della spesa oppure volte ad affermare più ciò che non si è rispetto a quanto, attraverso la propria azione concreta, si dovrebbe dimostrare di saper fare. Le idee che permetterebbero di superare la crisi dei partiti e l’ormai diffuso rifiuto di ogni loro espressione, tornando così a un consenso elettorale pieno, convinto, saldamente fondato, potrebbero solo essere quelle sostanziate da un progetto operativo di lunga durata, verificabile nel suo percorso: dalle premesse, allo svolgimento, alla puntualizzazione dello stato dell’arte a date certe, al rendiconto finale. Questo sì che sarebbe un bel salto, verso una politica che in tal modo attesti di disporre delle basi cognitive e culturali per valutare, pianificare e quindi realizzare, in luogo della politica attuale, che si concreta di altisonanti annunci, slogan vuoti e inconferente “benaltrismo”.

Invece, ad agosto le idee latitano più che in altri mesi dell’anno. Perché se ineludibili sono i provvedimenti necessari al Paese, ineludibile è pure la pausa estiva di ben quattro settimane. Essa si sarà resa indispensabile a causa della fatica dell’attività parlamentare – quasi inesistente, dati i risultati prodotti – o di quella delle tanto famose quanto estenuanti larghe intese? Qualcosa, com’è evidente, non torna. Ciò che in Italia pare eludibile da sempre è, invece, l’esigenza di parlare meno e, con convinzione, “fare”: mentre l’unico “fatto” realmente comprovato è che si continua a parlare, di tutto e, conseguentemente, di niente.

Che si tratti di strategia o di sentimento così diffuso da sembrare tacitamente condiviso, il metodo con cui ciò sta avvenendo è ormai chiaro: trattenersi in sedi istituzionali, ma lasciarsi andare altrove. Dunque, si prende posizione l’un contro l’altro armati, provocandosi nei talk show televisivi ovvero a distanza nelle interviste, per non parlare dei messaggi incrociati via Twitter. In sintesi, tutto quel che si vuole è ammesso, purché fuori dall’Aula. Ma quando si è dentro al Parlamento, la parola d’ordine è contenere ogni contrasto, confermando convintamente che l’obiettivo è la stabilità del governo. Con una mano si toglie sostegno, con l’altra lo si proclama, per mostrare di saper tenere opposte esigenze in equilibrio o magari illudendosi in tal modo di offrire una qualche stabile parvenza: psicologica, prima ancora che politica. Schizofrenie, forse questa sarebbe la parola giusta in un Paese “normale” – bizzarra espressione – quello che molti invocano senza poi sapere, di fatto, cosa sia. Tutto così si tiene, il refrain è sempre lo stesso.

Nessuno staccherà la cosiddetta spina, né per un qualsivoglia futile motivo, ma neanche per quello che a tutti pare essenziale, vale a dire Berlusconi. Lui ha affermato “io non mollo” e val la pena chiedersi cosa, di fatto, ciò possa significare, perché non è pacifico come sembrerebbe, anche se poi, alla fine, il risultato resta uguale. Potrebbe farsi da parte, alla stregua del novembre di circa due anni fa, prima di essere estromesso. Eviterebbe così a se stesso l’ulteriore “oltraggio” di subire passivamente, concetto oltremodo sgradito a chi nella propria carriera, politica e non, è uso impersonare il soggetto agente. Sottrarrebbe, al contempo, il governo a destabilizzanti tensioni e tutti gli altri a logoranti ansie. Ma questa sarebbe solo la parvenza di un politico pensionamento: egli resterebbe non solo burattinaio indiscusso, ma essenza stessa del partito che sostanzia e che, come detto, ma soprattutto visto, senza di lui è niente.

Ciò sarebbe ancora più plausibile laddove quel partito continuasse a fregiarsi del titolo “Berlusconi”, se a succedergli, come pare di capire, fosse la figlia. Oppure, diversamente, potrebbe davvero non mollare, scegliere la lotta in campo, per dimostrare alla platea degli affezionati che lui ha la tempra del combattente, quella che agli altri manca. Condirebbe così l’eroismo dell’uomo solo contro tutti gli altri con la stucchevole salsa di quel vittimismo che in questo Paese paga sempre, come ormai anche la parte opposta ha appreso, tanto da connotarne certi propri esponenti. Se restasse in prima persona, Berlusconi potrebbe sperare nel Capo dello Stato: non nella grazia di cui ormai è acclarata, nell’ipotesi di specie, la giuridica infondatezza, ma nella commutazione della pena, stile Sallusti. In ogni caso, sarà sempre Berlusconi a improntare di sé non solo l’attuale centro-destra, ma la politica italiana tutta: per questo non sarà a causa della sua persona che cadrà il governo.

Ma il governo, per ora, non cadrà neanche a causa d’altro. La motivazione ufficiale in base alla quale si andrà avanti è, in questi frangenti, sempre la stessa: il bene dell’Italia, prima di tutto. Eppure, è proprio questo che, anziché accomunare, divide. Al riguardo, sta andando in onda – nello stile della politica, quindi al solo fine di perdere tempo – l’esegesi del punto del programma di governo che, per gli uni e gli altri, contiene l’essenza dell’italico bene. Chi non conoscesse la fantasia nostrana – le cui tonalità virano dalla pregevole creatività all’egoistico opportunismo –  potrebbe chiedersi se in quel punto così controverso, dal quale paiono dipendere le sorti del Paese e con esso, dell’esecutivo, si parli dell’occupazione, dei tagli alle spese, dei giovani o dell’ormai pluri-citata terza settimana del mese: invece no, si parla di IMU. Andare oltre l’IMU significava abolirla? “Shakespearianamente”, questo è il problema. Su di esso si gioca una battaglia che non è più confronto di teorie diverse, giuridiche o economiche poco importerebbe, ma piuttosto scontro di diverse ideologie, quelle cui di norma si ricorre in mancanza di più utili idee. Assurdo è sostenere che l’IMU incarni il bene del Paese, assurdo è anche l’opposto.

Non si vuole qui affrontare il tema del merito, della portata o della modificabilità dell’imposta, né della sua valenza, forse più nell’immaginario dei politici e dei cittadini che nei concreti effetti che essa, comparativamente ponderata rispetto ad altri oneri fiscali, comporta. Varrà la pena più in là di soffermarsi su tutto questo, per capire come funziona, la cosiddetta società civile e la politica che, se di quest’ultima è espressione, inevitabilmente di essa è anche specchio.

Letta qualche giorno fa ha affermato che entro fine mese farà la sintesi delle diverse istanze sollevate sull’IMU o, meglio, delle interpretazioni sul controverso punto del programma di governo: esempi di equilibrismi nostrani sotto il solleone. Il miraggio della sempre auspicata quadratura del cerchio, dopo Ferragosto, calato il sole che un po’ tutti stordisce, sarà concretizzato, ma nello stile delle larghe intese, come si conviene? Si andrà oltre l’IMU, nel senso che verrà abolita? O piuttosto la “sintesi”, come dice Letta, perfetta sarà solo quella di chiamarla diversamente, sostituendola magari con un’altra tassa? Comunque vada, tutti i politici saranno in cuor loro soddisfatti, salvo continuare ad asserire sotto i riflettori che sarebbe stato meglio fare altro, ma senza averlo fatto. Mentre il Paese continuerà a cercare di capire, ancora una volta, perché invece non lo è stato.

Proprio ieri, il Presidente del Consiglio è sembrato chiarire la faccenda. Ha di nuovo esternato al riguardo, dichiarando che, se cadrà il governo, l’IMU dovrà essere pagata: in altri termini, egli ha inteso dire che gli impegni assunti con riguardo all’imposta saranno rispettati, a condizione che nessun attacco all’esecutivo venga sferrato. A un Potere in cui ogni protagonista è legato a filo doppio si accennava all’inizio e questa mossa di Enrico Letta lo dimostra. Ma soprattutto evidenzia che di Berlusconi e delle sue vicende si può anche non parlare, lasciandolo in sottofondo, come più di qualcuno chiede, e portando finalmente alla ribalta, dopo vent’anni, i veri problemi del Paese. Ma se da Berlusconi e dal rispetto di quanto egli pretende, capitolando, si mostra espressamente di far dipendere la tenuta del governo e, di conseguenza, la soluzione dei suddetti problemi, la conclusione è della massima evidenza: Pablo è vivo, anzi, vivissimo.

“Pablo” è un testo di non agevole comprensione, denso di significati ed emozioni. È uno spreco utilizzarlo per un politico italiano, meglio farlo per il sentimento di una nazione: che, nonostante tutto e tutti, ancora vive.


Autore: Vitalba Azzollini

Classe 1963, studi classici, laurea in giurisprudenza alla Luiss, lavora in un'Autorità di vigilanza (ed esprime opinioni a titolo esclusivamente personale). Scrive per diletto su giornali on line e su Chicago Blog. Ha pubblicato paper per Istituto Bruno Leoni. Sempre alla ricerca di un'altra prospettiva.

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