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Il leader eterno di un centro-destra che non è mai esistito. Berlusconi lascerà molti orfani, ma non liberali

– “Lo raccolgono quasi spacciato, ma Nuvolari rinasce come rinasce il ramarro”. Così, in un brano del ’76, Lucio Dalla immortalava la figura di Tazio Nuvolari, gatto dalle sette vite dell’automobilismo italiano. Non da meno, come nella leggenda dell’araba fenice, nel corso del suo personalissimo ventennio, Silvio Berlusconi ha dimostrato una capacità di sopravvivenza e rinascita fuori dal comune. Inarrestabile come Nuvolari, Berlusconi ha saputo più volte volgere in proprio favore situazioni dalle quali nessuno credeva potesse uscire indenne, se non addirittura trionfante. Nessuno, tranne i suoi discepoli – legati a doppio filo al suo destino politico, tanto da meritare l’appellativo di berluscones – e il fiume umano dei suoi aficionados, un esercito di elettori che non intende smettere di rinnovargli fiducia incondizionata.

Se delle sette vite del gatto Silvio quella scandita dalla condanna a quattro anni di reclusione sia l’ultima non è ancora dato saperlo, ma i precedenti e l’animosità con cui il Cav. – a dispetto dell’età – si appresta a combattere quest’ennesima battaglia lasciano intendere che il miracolo di un’ottava rinascita potrebbe non essere così improbabile. Al contrario, se il verdetto della Cassazione dovesse davvero porre fine all’ultimo dei ventenni terminati tragicamente nel corso della storia italiana, sarebbe opportuno chiedersi se l’anomalia del centrodestra alle vongole – che centrodestra, in realtà, non è – verrebbe seppellito insieme alla figura politica di Silvio Berlusconi o potrebbe sopravvivere , in forme e modi tutti da scoprire, al suo padre fondatore.

La longevità del Cav. e quella sua specie di immortalità rispetto a “incidenti” che avrebbero ammazzato politicamente chiunque sono un elemento con cui il paese, in particolar modo una certa area politica, deve fare i conti. Credere, però, che Berlusconi sia la causa e non l’effetto e il miglior interprete dell’anomalia democratica italiana è una visione fuorviante, non sufficiente a spiegare perché nell’Italia repubblicana un centrodestra propriamente detto non sia mai esistito e perché abbia continuato a non esistere anche durante l’era di chi ha saputo governare con una retorica da centrodestra europeo, moderno e liberale ma una pratica di governo rinunciataria, compromissoria e in senso deteriore democristiana, con picchi inediti di demagogia, cesarismo e qualunquismo, che mai nello stivale avevano raccolto un così alto indice di gradimento, se non – mutatis mutandis – nel corso di un altro e ben più drammatico ventennio.

Per queste ragioni, non è realistico supporre che il terremoto prodotto dalla fine politica di Berlusconi libererebbe degli spazi e prefigurerebbe degli scenari migliori nell’offerta elettorale di centrodestra. Negli ultimi vent’anni, gli italiani non hanno votato per un soggetto politico liberale negli intenti e nei risultati, ma una formazione dalle ispirazioni più varie ma dalla pratica squisitamente cerchiobottista, che ha saputo farsi portabandiera della lotta allo Stato tartassatore nello stesso momento in cui inaspriva le ganasce fiscali, che ha inteso erigersi a paladina del popolo delle partite IVA e delle piccole e medie imprese, mentre perseverava in politiche che hanno ulteriormente atrofizzato la burocrazia e il tessuto produttivo del paese.

Hanno votato – e continuano a farlo – non in qualità di contribuenti (come sarebbe proprio di un normale elettorato di centrodestra) ma in veste di proprietari di immobili, incapaci di cogliere il fenomeno della pressione fiscale che mortifica le risorse del paese nel suo insieme, se non nelle forme dell’ICI e dell’IMU, cavalli di battaglia con cui il Nostro ha vinto una tornata elettorale e – con fiuto infallibile – ne ha fatta perdere un’altra al nemico giurato.

Con un centrosinistra incapace di rinnovarsi e preda di un’ideologia retrograda che non punta a far crescere la torta ma a spartirla il più possibile per com’è tra le categorie sociali di cui si fa rappresentante e, dall’altro lato della barricata, un centrodestra apparente, mediocre e totalmente piegato ai voleri del proprio padre padrone, nulla lascia intendere che l’uscita di scena del matador della Seconda Repubblica sortirebbe, realisticamente, un qualche effetto benefico sul sistema politico italiano e sulla qualità della sua rappresentanza elettorale. Un centrodestra italiano, con o senza Silvio Berlusconi, non è dato immaginarlo, se non in forme del tutto marginali e minoritarie, perché – disgraziatamente – non è dato ancora immaginare, sic stantibus rebus, un’Italia disposta a scegliere un’alternativa europea, laica e di mercato alla pratica democristiana perennemente tesa a reiterare lo status quo.

Così son fatti gli italiani, tanto a destra quanto a sinistra. Eppure l’evoluzione di un centrodestra, così come di un centrosinistra, che declinino in salsa italiana le categorie politiche proprie del bipolarismo delle democrazie occidentali più mature, sarebbe l’unica via di uscita dalla stagnante condizione di un bipolarismo ad personam, vissuto sul filo di una guerra fredda tra Montecchi e Capuleti e totalmente incentrato sulla persona di Silvio Berlusconi.

È per queste ragioni, sebbene il compito sia tutt’altro che semplice, che costruire un altro centrodestra diviene un imperativo categorico. Con la coscienza, però, che per farlo, riprendendo una dichiarazione d’intenti rimasta incompiuta di Mario Monti, non c’è altra strada se non quella di cambiare gli italiani. Ma gli esperimenti di ingegneria sociale, si sa, non tendono mai a produrre i risultati sperati.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

One Response to “Il leader eterno di un centro-destra che non è mai esistito. Berlusconi lascerà molti orfani, ma non liberali”

  1. lodovico scrive:

    Forse ho sbagliato, dovevo votare Fini e Monti o al limite un liberale come Casini.

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