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Fondi UE, l’Italia li spende poco e male

- Edifici scolastici che necessiterebbero di interventi strutturali, strade e ferrovie da ammodernare, musei che rischiano la chiusura, siti archeologici e singoli monumenti anche più recenti che minacciano di rovinare. Molte città e non meno territori privi quasi di manutenzione. Questa è l’Italia di oggi, da diverso tempo. Una situazione generale costituita da particolarità al collasso. Per la sclerotizzata mancanza di risorse, si dice. Eppure esistono 30 miliardi di euro di fondi pubblici da spendere. Circa 17 miliardi di euro di fondi europei assegnati all’Italia ai quali si aggiungono 13 miliardi di cofinanziamenti nazionali. Soldi che debbono essere spesi entro il 31 dicembre  2015, altrimenti la Commissione di Bruxelles ne ritorna in possesso, e poi li destina a qualche Paese europeo più abile.

Si tratta di ciò che resta dei 49,5 miliardi di euro dei fondi strutturali europei per il 2007-2013 destinati all’Italia. Entro quest’anno vanno tutti assegnati e poi c’è tempo fino alla fine del 2015 per spenderli. Finora l’Italia ne ha speso il 40%. Impiegandoli in operazioni di taglio e mole molto differente. Da un numero impressionante di micro interventi territoriali a pochi progetti più corposi, che però procedono così a rilento da far temere il peggio. Come ha sostenuto alcune settimane fa il ministro della Coesione territoriale Carlo Trigilia. Da una stima i progetti a rischio non sarebbero pochi. Per 4,1 miliardi di euro complessivi. La situazione così precaria da suggerire una riprogrammazione delle risorse. Investimenti migliori, da dirottare su alcune delle emergenze nazionali, a partire dalla lotta alla povertà e il finanziamento dei progetti immediatamente cantierabili nei Comuni. Oltre ai programmi operativi di Campania, Sicilia e Calabria e ai piani operativi nazionali su reti e mobilità, energie rinnovabili, attrattori culturali e sicurezza.

Il problema principale è che l’Italia, che in passato è riuscita ad impegnare fino al 99% delle risorse comunitarie, sembra spendere male. In maniera frequentemente tutt’altro che proficua. Qualche esempio? I 7.600 euro alla Festa dell’uva, a Catanzaro, nel 2011. Oppure i 9.994,70 euro alla Sagra del Castrato di Longobucco, nel cosentino, nel 2009. Ancora, i 10mila euro per il Piano di comunicazione del gemellaggio  “Miami Meets Margherita di Savoia”, nel barlettano, nel 2011. La lista, consultabile sul sito www.opencoesione.gov.it, in realtà quasi infinita e piena di eventi che sembrerebbero impossibili. Sprechi, quindi. Peraltro su settori per i quali i fondi dovrebbero essere impiegati con oculatezza. Come accaduto per i cosiddetti attrattori culturali, cioè i programmi riguardanti l’arte e la cultura, in Calabria, Sicilia, Campania e Puglia. Lì, tra fondi Ue e nazionali, è stato necessario ridimensionare il miliardo disponibile. Come se Patrimonio culturale e la sua pubblicizzazione a fini turistici fossero temi che non li riguardassero. Per tre anni le regioni non sono riuscite  a presentare un sia pur esiguo progetto. Niente di niente. Solo alla fine del 2010 la svolta, peraltro “indotta” dal commissario europeo alle Politiche regionali Johannes Hahn, in visita a Pompei dopo il crollo alla domus dei Gladiatori. Quasi d’incanto i fondi rimasti, 630 milioni, incardinati su grandi progetti. Il Palazzo Reale di Napoli, la Reggia di Caserta, il Museo archeologico di Reggio Calabria e quello di Taranto, il centro storico di Palermo, oltre al sito di Pompei.

Tendenzialmente è la politica dei grandi interventi la migliore. Ancora. Anche se le differenze di risorse impegnate finora nelle diverse parti d’Italia indizia il solito “vizio”. L’incapacità di utilizzare al meglio le risorse. Di non cogliere la chance offerta dall’Ue. Basti pensare che il Centro-Nord ha utilizzato il 49% delle somme a disposizione, mentre il Sud si è fermato al 36%. Le regioni che al momento si sono date più da fare la Basilicata, la Sardegna e soprattutto l’Emilia Romagna. I casi particolari, alcuni di essi, dimostrano quanto quella black list sia veritiera. Prendiamo la Salerno-Reggio Calabria. L’autostrada A3, per certi versi metafora dell’Italia intera. Ammontano a 381,9 milioni di euro i fondi strutturali europei impegnati  nell’arco di vari anni. Tutti in appalti truccati. Come ha dimostrato l’indagine condotta congiuntamente dall’organismo anti frode della Ue, l’Antimafia, la magistratura ordinaria italiana, oltre alla Guardia di Finanza, i Carabinieri, la Corte dei Conti italiana. Altro caso, quello di Pompei. Dove i fondi europei sono affluiti copiosi. Ogni volta con la speranza di molti che potessero servire a rimettere in sesto il sito. Speranza delusa da quanto si vede e si legge. Tra crolli e chiusure di un numero impressionante di monumenti.

Intanto si apre già un altro fronte. La programmazione 2014-2020, fondi per complessivi 60 miliardi. In Europa peggio di noi ci sono solo Romania e Bulgaria. Recuperare terreno, ricominciare ad essere competitivi, passa anche da questo. Dalla capacità di impegnare risorse europee in progetti importanti, ambiziosi. Servono idee, sono necessarie personalità. Con le scatole vuote e gli imbonitori continueremo ad essere sempre più ai margini, a diventare Italietta.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Fondi UE, l’Italia li spende poco e male”

  1. Servono idee? Eccone una: che il governo italiano ottenga un “rebate” dall’UE pari ai fondi non spesi.

    Quelli sono soldi che vengono prelevati dalle tasche degli Italiani, vanno all’UE, che poi ce li ricicla come se fosse la sua manna che piove dal cielo.

    Meglio ancora del rebate: che l’Italia ottenga di uscire dal sistema dei fondi UE. 49.5 miliardi in sette anni fanno sette miliardi all’anno: sono giusto i fondi per abolire l’IMU sulla prima casa e il punto in più dell’IVA.

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