Le infinite sfumature del grigio, politico, italico niente

– Sarebbe stato quasi piacevole che in quest’estate, sotto molti profili dal clima soffocante, per commentare l’attualità ci si fosse trovati a scegliere, nella libreria, tra i Sei personaggi in cerca d’autore o Il Gioco delle Parti. Sarebbero stati titoli, in qualche modo, tutti adeguati alla realtà in atto. Cotanta letteratura l’avrebbe filtrata e forse anche nobilitata, facendo assurgere episodi talora poco edificanti a manifestazioni della varia umanità, politica e sociale, di cui ciascuno è parte e che una certa arte descrive così bene, nei suoi meccanismi di funzionamento, pecche e fragilità.

Invece, in quest’estate – che prima ha visto gli italiani trasformarsi con disinvoltura da esperti di diritto internazionale intenti a discettare sul caso Ablyazov, a giuristi di diritto pubblico e penale, tra sanzioni principali e accessorie, concessioni di grazia e procedure parlamentari sul caso Berlusconi – irrimediabilmente pare che l’unico libro disponibile sia ancora quello delle non più cinquanta, ma ormai infinite, sfumature di grigio. Tante sono, infatti, le tonalità di cui si ammanta ogni dichiarazione di coloro i quali, nelle sedi ufficiali, intervengono sulla sentenza della Cassazione o, ancora più precisamente, sulle sorti che a seguito di essa l’attuale Governo potrà avere.

Le voci sono le più diverse, perché il bipartitismo che in questo Paese, già nella sua fisiologia e in stile con l’italico modo d’essere, diviene fazione, partigianeria, tifoseria da stadio, si rivela forse ancora peggiore durante la patologia. Dunque, vi sono due partiti contrapposti, all’interno dei quali si rinvengono espressioni di ogni variamente grigia sfumatura: da quella di chi inviti alla moderazione e al dialogo, a quella di chi proponga di ribaltare il tavolo, o suggerisca di ricorrere ad Autorità superiore rispetto alla Corte di Cassazione, o ancora non riesca neanche a prendere in considerazione la possibilità di dividere lo scranno con coloro i quali siano dalla parte dei giudici ovvero loro contro e così via. Il tutto così sfumato, senza neanche troppa fantasia, come il grigio richiede. Perché, alla fine, a ben guardare, sempre e solo di grigio si sta parlando.

Appare cioè evidente che di frasi fatte e già sentite, solo ancora una volta rielaborate e riadattate alla nuova evenienza, si tratti. Gli stessi sono i personaggi, da quelli che le pronunciano a quelli che ne sono oggetto, così come i medesimi sono i fatti di cui essi discettano, da circa vent’anni ma ora attestati da una sentenza inappellabile: se prima le sfumature delle dichiarazioni viravano dal garantismo al giustizialismo e dopo dall’indignazione all’accettazione, alla fine, il colore è sempre quello. Tutto ciò dimostra che l’Italia non è più il Paese dove, per dirla con Il Gattopardo – titolo anch’esso che non è dato richiamare, al fine di nobilitare i fatti di cui si tratta – tutto cambia affinché niente cambi. Ormai si è andati ancora oltre e, dunque, spudoratamente, niente cambia affinché niente cambi: tutti compresi, tutti consapevoli, a parlare del grigio niente.

Il fine è chiaro, ancora una volta basta saper guardare attentamente. Perché poi qualcosa è cambiato, nonostante le chiacchiere dei dichiaranti siano rimaste le stesse. Una condanna definitiva è intervenuta ed è un macigno o, come in un vecchio testo di procedura si diceva con riguardo alle sentenze della Cassazione, una pietra tombale. E come in ogni rito funebre che si rispetti, chi vi partecipa, in gramaglie o meno, abito nero o, tanto per restare in tema, grigio, che accetti o meno la sentenza, quella sì davvero suprema, deve prenderne atto e trarne le dovute conseguenze. Ed è qui che lo spirito italico dà il meglio di sé, in ogni sua più alta sfumatura: perché tra quelli che affermano, proclamano e annunciano non ve n’è uno che sappia quali siano le conseguenze dovute e se ne assuma la relativa responsabilità.

Il fine cui si accennava è, quindi, solo questo: come in un romanzo giallo – sempre a una certa letteratura si torna – non lasciare le impronte digitali proprie o del proprio partito su quanto potrebbe accadere, cioè, nessuna responsabilità, appunto, in proprio. Perciò si provvede invece a suscitare, richiamare, sollecitare fino a irritare la responsabilità altrui: dunque, si manifesta per solidarizzare e non per destabilizzare, si va dal Capo dello Stato per dialogare e non per ricattare, si richiama il bene del Paese come se fin qui lo si fosse davvero perseguito, si parla di reato odioso che qualcun altro provvederà immantinente a bilanciare, richiamando quello più grave da altro pubblico amministratore compiuto.

Si evidenzia la crisi politica sottendendo, ma tacitamente, la crisi di governo, si sia pure falchi o colombe, purché in equilibrio permanente. Tutte sfumature dello stesso opportunistico grigio, quello di chi non si schiera, non parla chiaramente, non prende posizione, si trincera: con quel senso di responsabilità cui si accennava, che ormai per nessuno sembra significare più niente. Perché la responsabilità in questo Paese è ormai solo quella altrui, positiva o negativa, secondo le circostanze.

Un’idea netta, decisa, ben delineata non ce l’ha nessuno. Sono tutti attenti ad aspettare la mossa dell’altro, quella definitiva, che farà pendere la bilancia in modo irrimediabile, che passerà il segno. Nessuno che la preceda e dica qualcosa, di destra o di sinistra non importa, ma qualcosa di autonomo e, finalmente, responsabile, tale cioè che chi lo dice riconosca la responsabilità delle parole pronunciate.
Strano Paese è l’Italia, nella stagione in corso così come in quella dell’anno precedente: era l’estate in cui ognuno prendeva le distanze da quel libro, le Cinquanta sfumature di grigio, e nessuno, invece, la responsabilità di averlo letto. Eppure era il testo che più si vedeva sotto gli ombrelloni, sulle riviste e nelle recensioni.

Quest’estate è identica, cambia solo l’oggetto: stesse dinamiche, stesse chiacchiere vuote, stessa apparente passione. Ma soprattutto stessa italica propensione a quel grigio che non connota, non caratterizza e, soprattutto, non impegna: solo quest’ultimo, come spesso accade, è l’obiettivo. E, poi, al di là del grigio, c’è comunque il Presidente che, come ormai quasi da due anni, si impegna in prima persona, oltre il colore di ogni schieramento, disimpegnando decisamente tutti gli altri: che continuino con la letteratura di evasione, con i loro immutabili grigi, sfumati e sempre allo stesso modo declinati. Ma così dal grigiume, ci si chiede, si potrà mai uscire?


Autore: Vitalba Azzollini

Classe 1963, studi classici, laurea in giurisprudenza alla Luiss, lavora in un'Autorità di vigilanza (ed esprime opinioni a titolo esclusivamente personale). Scrive per diletto su giornali on line e su Chicago Blog. Ha pubblicato paper per Istituto Bruno Leoni. Sempre alla ricerca di un'altra prospettiva.

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