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Una sentenza che non cambia nulla. Non è l’epilogo, ma un altro capitolo dell’anomalia italiana

Non vi era alcun dubbio che la conferma in Cassazione della condanna del Cav. avrebbe acceso il sensazionalismo mediatico-giudiziario squisitamente italiano che ha chiuso il tempo della Prima Repubblica e scandito quello della Seconda. Certo, non capita tutti i giorni di assistere alla condanna a quattro anni di reclusione di un uomo che ha guidato per ben quattro volte il governo di un paese membro del G8.

Eppure, se da un lato i toni da Piazzale Loreto di grillini, vendoliani e dipietristi hanno trasmesso l’erronea illusione che fosse accaduto qualcosa di epocale, d’altro canto il contegno, lodato anche dal Presidente Napolitano nel suo comunicato (nessun lancio di monetine né brindisi di piazza), con cui la classe dirigente e – almeno in parte – l’elettorato di centrosinistra hanno appreso di una condanna che priva il rivale storico della libertà personale, dimostra la sostanziale irrilevanza politica, non tanto della condanna in sé, quanto dell’intera vicenda giudiziaria che ha coinvolto Silvio Berlusconi nel processo Mediaset.

Quello di ieri non è l’epilogo, ma semplicemente la fine di un capitolo – neppure troppo rilevante – del racconto del paese, vecchio ormai di vent’anni, che vede contrapporsi con spirito inequivocabilmente italiano le due tifoserie di un derby vissuto visceralmente e morbosamente da entrambe le parti. Per questa ragione e per la saggia scelta del Cav. di continuare a sostenere il governo di coalizione, la prima condanna penale passata in giudicato ai danni di Berlusconi non cambia sostanzialmente nulla sul piano dei fatti e degli equilibri politici reali – i voti, i consensi, il rapporto di forza tra il Cav. e i suo nemici –  ma offre agli uni e agli altri pretesti formali di rottura degli equilibri istituzionali garantiti a Palazzo Chigi da Letta e al Quirinale da Napolitano.

Una metà degli italiani continuerà ad avere fiducia nella persona di Silvio Berlusconi (spesso – al contrario di quanto si crede ingenuamente – non perché la consideri innocente ma perché la giudica un male minore rispetto alla sinistra) mentre l’altra metà continuerà a vedere in lui il demonio, ovvero la causa e non l’effetto e il miglior interprete dell’anomalia italiana. Il tutto a prescindere dalla sentenza e perfino dal processo stesso, tanto che se la Cassazione si fosse pronunciata in senso opposto, i Montecchi avrebbero visto nell’assoluzione l’eccezione che conferma la regola di una magistratura malata e la totale estraneità del proprio leader a qualsiasi capo d’imputazione gli sia accollato, mentre i Capuleti avrebbero accolto la decisione come la volontà di salvare la pelle ad un protagonista della vita politica troppo importante per la tenuta dell’unico governo attualmente possibile, ma non avrebbero mai riconosciuto l’estraneità del Cav. alle accuse per cui era stato condannato nei primi due gradi di giudizio.

Ai fini politici, quello conclusosi ieri al Palazzaccio altro non è stato che un terzo grado di pregiudizio, che illude un paese intero di aver cambiato tutto per non cambiare nulla. Se si vuole ricercare l’elemento davvero rilevante nella telenovela mediatico-giudiziaria in salsa balneare che promette di tenerci impegnati sotto l’ombrellone nelle lunghe giornate d’afa agostana, occorre guardare allo stato di salute del rapporto tra giustizia e società italiana che la vicenda ci consegna. Un rapporto ancor più che incrinato, irreparabilmente compromesso da vent’anni di diatribe, di magistrati amanti dei riflettori e pronti a passare, nei confronti del Cav., dalla controparte giudiziaria a quella politica, talvolta pretendendo di candidarsi al Parlamento nelle file di una certa fazione senza l’opportuno e dignitoso atto di appendere la toga al chiodo. E’ un rapporto, d’altro canto, irrimediabilmente corrotto dall’atteggiamento falsamente garantista di chi ribatte a una magistratura anomala con anomalie ancor più grandi, come quelle di chi vuol combattere un braccio di ferro a colpi di provvedimenti legislativi ad hoc. È un rapporto, per di più, screditato dalla consapevolezza dei cittadini che in un paese dove tra quelli che sbagliano sono in pochi a pagare, Silvio Berlusconi è stato condannato per frode fiscale ad una reclusione di quattro anni: pena – a prescindere dalla questione dei tre anni coperti da indulto – che spesso non viene scontata nemmeno da chi si macchia di ben più gravi reati ai danni della persona.

È un rapporto, insomma, squalificato da quella strategia inquisitoria a martello battente che ha oltremodo inflazionato i processi in cui è indagato l’ex presidente del Consiglio, facendo così largo alla legittima convinzione che – a prescindere dall’esito – si tratti di processi inevitabilmente politicizzati, per il fatto stesso che il loro imputato è sempre il leader della fazione opposta a quella per cui, spesso e volentieri, i suoi inquisitori mostrano simpatie, culminando talvolta in un cursus dishonorum (così definito, perché così sarebbe accolto in paesi con tradizione democratica superiore alla nostra) che parte dalla toga e giunge al comando di un ministero.

A stabilire se il processo Mediaset potrà davvero considerarsi uno spartiacque nella vita politica del paese non sarà una condanna di tribunale, la possibile reclusione ai domiciliari, l’eventuale e ancora incerta interdizione del Cav. dai pubblici uffici e la probabilissima decadenza dalla carica di senatore per effetto della legge anticorruzione, ma l’auspicabile senso di responsabilità a cui il Capo dello Stato richiama le forze politiche per invitarle ad approfittare di un clima innegabilmente più disteso che in passato – complice soprattutto il governo Letta – in cui ragionare senza preconcetti di un’equa ma convinta riforma della giustizia.

Sarebbe meraviglioso crederlo uno scenario realisticamente possibile, ma con un centrodestra che perderebbe qualsiasi alibi e un centrosinistra che si alienerebbe le nocive ma elettoralmente proficue simpatie delle sue frange più giacobine, una riforma della giustizia così intesa e realizzata di comune accordo farebbe certamente comodo al paese, ma perdonerete la convinzione disillusa – se volete anche un po’ cinica – che non è certo al paese che è rivolta l’azione politica di questa classe dirigente.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

7 Responses to “Una sentenza che non cambia nulla. Non è l’epilogo, ma un altro capitolo dell’anomalia italiana”

  1. Rocco Santoro scrive:

    Mai letto un insieme così rabberciato di luoghi comuni misti a facilonerie e castronerie. Giusto per ricordare
    che il consenso al PDL nelle ultime elezioni ammontava a 7.332.972 alla Camera su 46.905.154 votanti pari al 15,63 degli italiani maggiorenni e 6.829.587 al Senato su 42.270.824 votanti pari al 16,15% degli italiani con età superiore ai 24 anni;
    che nei paesi di Common Law il reato per cui Berlusconi è diventato un pregiudicato è uno dei più infamanti che stronca a priori la carriera politica di chiunque;
    che la giustizia italiana penale agisce secondo l’obbligatorietà e non in base ai suggerimenti di presunti burattinai;
    che le molteplici indagini a carico del neopregiudicato derivano dai comportamenti dello stesso e non dalla voglia di protagonismo di qualcuno;
    che l’autentico pensiero liberale dovrebbe ostracizzare Berlusconi per aver bloccato per 20 anni la speranza di una rivoluzione liberale in Italia.

  2. Luigi Di Liberto scrive:

    “Una metà degli italiani continuerà ad avere fiducia nella persona di Silvio Berlusconi”
    Con cosa, al metro o a volume? 60 milioni in Italia, 7 milioni alle elezioni.
    Io, contro ‘zu silvio, sono arci-super_giacobinissimo, comunque aspetto gli altri processi, e tu dici che non cambia niente? Vedrai alle prossime elezioni; >40% M5S.

  3. Redazione scrive:

    Signor Di Liberto, che piacere rivedere il suo spam grillino sul nostro sito! La capiamo, ad agosto ci si annoia. Tuttavia, se gentilmente si sforzasse di scrivere in un italiano comprensibile, i suoi commenti di spam, che, in nome della libertà di pensiero, ci ostiniamo a ospitare nel nostro spazio web pagato coi nostri soldi (a differenza del Semplice Portavoce del M5S, che quando gli va banna gente a centinaia senza pensarci troppo), sarebbero meno sgradevoli alla lettura.

  4. marcello scrive:

    Verissimo.

  5. marcello scrive:

    Spero che non riprendete il timore reverenziale verso Berlusconi. Vi eravate smarcati da quest’individuo, con Fini e Della Vedova che volevano fare una destra autonoma dal caimano. Da quando ci sono stati i 101 franchi tiratori è ritornata la prudenza di non criticarlo facendo pensare che fosse diventato un buono che pensava solo alla nazione. Eppure sta tenendo in scacco il governo sulla legge elettorale, sull’Imu e ora sulla riforma della giustizia, e per l’ennesima volta non rispetta la divisione dei poteri e una sentenza questa volta definitiva, usando dei toni eversivi.

  6. Luigi Di Liberto scrive:

    Ciao Redazione, ora mi sono incazzato.
    A presto, ti mando qualche link :D

  7. lodovico scrive:

    Sono pochi gli imprenditori che hanno creato aziende di prestigio senza eludere o nascondere ricavi, questo avveniva attraverso le molte facilitazioni previste dalle leggi su accorpamenti di aziende e relative detrazioni di passivo etc. Berlusconi certamente ha approfittato di questo stato di cose in maniera eccessiva: forse è giusto in uno stato etico di diritto colpire coloro che sbagliano; da liberale non sapevo di vivere in uno stato etico.In America chi froda l’Agenzia delle Entrate commette un crimine da tutti condannato ma…….non mi risulta una tassazione superiore al 40%.Più che una condanna penale avrei preferito una condanna pecuniaria.

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