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Un condono edilizio mascherato, l’ultima trovata del PDL per salvare gli ‘ecomostri’

– Nello scorso giugno abbattuto lo scheletro dell’albergo e poi le villette sulla spiaggia di Lido Rossello,vicino alla Scala dei Turchi, a Realmonte, nell’agrigentino. Una storia che sembrava infinita. Dopo ricorsi, dispute legali e cavilli, finalmente l’esito sperato da molti.  Una vittoria ottenuta utilizzando gli strumenti esistenti. Anche per questo si ha difficoltà a capire la ratio che sovraintende al tentativo di mutare questo status quo legislativo. Come intenderebbe fare il disegno di legge n. 580 firmato dal senatore pidiellino Ciro Falanga, che vorrebbe togliere alle Procure la competenza in materia di esecuzione delle demolizioni. Un ddl che continua ad essere discusso in Commissione Giustizia e a creare forti contrapposizioni.

L’Albergo Alimuri a Vico Equense, nel napoletano, costruito nel 1964. Le 170 ville di  Pizzo Sella nel palermitano, costruite negli anni Settanta. La palafitta, a Falerna, nel catanzarese, costruita nel 1972. Il villaggio a Torre Mileto, nel foggiano, costruito negli anni Settanta. Fino all’Hotel Fuenti a Vietri sul mare, nel salernitano, costruito nel 1968. L’edificio simbolo dell’abusivismo italiano, “un misfatto ecologico esemplare” secondo la definizione di Cederna, demolito parzialmente nel 1999.

Insomma alcuni degli ecomostri che deturpano il paesaggio italiano. Soprattutto nel Mezzogiorno. La top five secondo Legambiente. Un problema gigantesco, come denunciano i numeri. Secondo il rapporto Ecomafia 2013 di Legambiente sarebbe di circa 19,4 miliardi di euro il fatturato complessivo del mercato edilizio illegale dal 2003 al 2012. Il peso sul mercato corposo. L’incidenza dell’edilizia illegale  nel mercato delle costruzioni è passata dal 9% del 2006 al 16,9% stimato per l’anno in corso. Se le nuove costruzioni legali sono crollate da 305mila a 122mila, quelle abusive hanno subito una flessione molto più leggera. Dalle 30mila del 2006 alle 26mila del 2013. A fare la differenza i costi di mercato. Violare le leggi assicura un risparmio pari ad un terzo dell’investimento. Tutt’altro che poco.

In un quadro che sembrerebbe quasi facilitare il ricorso all’illegalità, certamente non sempre contrastato con la necessaria rigidità, spicca il caso dell’albergo e delle villette al di qua e al di là della Scala dei Turchi, sulla costa di Realmonte, in provincia di Agrigento. Finalmente abbattuti. Un quarto di secolo dopo la denuncia dell’abuso. Soltanto grazie all’ultimatum dei giudici. Quando nel 1989 si iniziò a costruire l’albergo lo si fece contando su una regolare autorizzazione rilasciata dal municipio di Realmonte. Nonostante si fosse su terreno demaniale. Così le dieci ville sulla spiaggia ottennero il via nonostante lo strumento urbanistico fosse scaduto. Con un’aggravante. Le concessioni, in violazione del vincolo paesaggistico, furono rilasciate a prestanome, oltre che a sé stessi, da assessori, consiglieri e tecnici del Comune. Una storia quasi impossibile, che sembrava senza futuro, trascinata per anni. Anche perché la violazione della legge era evidente, così come la scelleratezza di alcuni amministratori locali. Gli uni e gli altri denunciati a gran voce dagli ambientalisti. Tutto senza seguito. O quasi. Gli ecomostri rimanevano lì. Eppure sono continuate le azioni. Contro le pratiche di condono. Contro gli amministratori e tecnici collusi. Ricorsi, contro-ricorsi e faldoni sempre più ingrossati da nuove perizie. Ma mai un’ordinanza comunale di demolizione. Più che comprensibilmente. D’altra parte si sa la politica ha le sue regole non scritte. Il consenso, insomma i voti, si sarebbe rischiato di perderli e non di acquisirne di nuovi sposando la battaglia contro gli ecomostri. Per cui da un lato la sostanziale indifferenza a quella presenza di un’architettura offensiva del Paesaggio, dall’altro la richiesta all’Unesco di inserire la Scala dei Turchi tra i beni tutelati in quanto patrimonio dell’Umanità. Poi quasi d’improvviso, l’anno scorso l’inizio della svolta. Per mano della magistratura agrigentina. Con la notifica al sindaco Piero Puccio, per mano del procuratore aggiunto Ignazio Fonzo e del sostituto Antonella Gandolfi, di un’ingiunzione a demolire immediatamente quei mostri di cemento. Ancora il tempo per ricorsi al Tar e al Consiglio di giustizia amministrativa. Falliti anche questi tentativi gli oppositori non hanno potuto far nulla che osservare le ruspe abbattere quegli abusi quasi infiniti.

Dall’esito felice di Scala dei Turchi alla Campania, la regione storicamente più devastata dal cemento fuorilegge.  Dallo strumento utilizzato nell’agrigentino per giungere alla demolizione, al ddl presentato dal senatore Ciro Falanga relativo alle “Disposizioni per la razionalizzazione delle competenze in materia di demolizione dei manufatti abusivi”. Il disegno di legge proposto dal Popolo della Libertà, in discussione nella commissione Giustizia del Senato, stabilisce che a decidere le demolizioni siano le prefetture e non più le procure. In sostanza perché, dopo una sentenza per abusivismo edilizio, prima di abbattere il fabbricato saranno fatte valutazioni di ordine pubblico. E sarà stabilita una gerarchia di interventi, in base agli emendamenti di Pd e Pdl. Un mega albergo o la villa di un criminale non potranno essere trattati allo stesso modo dell’unico tetto sotto cui vive una famiglia. In realtà si tratterebbe di un condono edilizio mascherato, l’ultimo di una lunga serie di tentativi in materia, tutti finora falliti. L’obiettivo? Sospendere migliaia di demolizioni, avviate soprattutto in Campania, l’unica regione esclusa dalla sanatoria del 2003 per la nota vicenda del ricorso della giunta regionale alla Corte Costituzionale. Falanga sostiene che la misura ha come unico fine quello di “dare ai cittadini, destinatari di tali provvedimenti, la possibilità di godere di tutte le garanzie del procedimento amministrativo”. In realtà sulla proposta si continua a discutere. Anche perché oltre a Legambiente a dichiararsi contrario è solo una parte del Pd. E’ più che probabile che alla fine un accordo si trovi, magari sostituendo una parola con un’altra e naturalmente evitando accuratamente che compaia mai il termine più temuto, “condono”. Se ciò si verificherà si sarà deciso di armare un bambino che non sa, non capisce. La possibilità che possa commettere qualcosa di grave molto più che probabile.

Depotenziare la capacità di abbattimento sarebbe un delitto. Tanto più in considerazione delle percentuali attuali, della forbice esistente tra i numeri delle ordinanze e quelle degli abbattimenti. Spiega il dossier “Ecomafia 2013” di Legambiente che sui comuni capoluoghi di provincia “in un decennio, dal 2000 al 2011, il rapporto è solo del 10,6%”. Passando ai comuni più piccoli la percentuali decresce di molto.

Sembra impossibile che si voglia affidare ai Comuni la responsabilità degli abbattimenti. Viene il dubbio che chi propone, più o meno direttamente, il nuovo strumento legislativo non abbia letto i numeri. O forse, che li abbia letti bene.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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