Francesco (non troppo) a sorpresa. Ma un’exit strategy pastorale dal tabù omosessuale non basta

Che Papa Francesco sia e tenga ad apparire empatico e simpatico era evidente fin dal divertito “Buonasera!” con cui salutò da Piazza San Pietro la folla accorsa per ascoltare il Pontefice a sorpresa arrivato dalla “fine del mondo”. Francesco ha un carisma naturale e un mestiere raffinato da anni di esperienza pastorale in una Chiesa che da universale si faceva anche globale, rendendo sempre più periferico il governo romano e sempre più controversa l’ortodossia dottrinaria custodita, prima come Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e poi come Pontefice, da Joseph Ratzinger.

A quell’ortodossia il vescovo Bergoglio – a differenza del suo grande elettore Martini – non mostrò mai alcuna ostilità e insofferenza, ma non riconobbe mai alcuna vera centralità ecclesiale e politica. Da Pontefice ha proseguito sostanzialmente sulla stessa linea, rileggendo la questione antropologica in una logica pastorale, prima che dogmatica o morale.  Da questo punto di vista, va probabilmente riletto anche il “nolite iudicare” sugli omosessuali pronunciato ieri di ritorno da Rio.

Francesco non ha rotto il tabù dell’omosessualità, né innovato una dottrina arcigna, ma ha eletto anche questi “peccatori” ad una speciale predilezione e misericordia, per avvicinarli così a una Chiesa che (come accade ai divorziati, ai separati, ai conviventi…) rischierebbe di giudicarli, ma di non accoglierli e di dissipare nell’inclinazione moralistica il tesoro dell’amore e del perdono di Dio, che è invece chiamata a testimoniare.

Tutto questo basterà per consentire alla Chiesa di fare pace con gli omosessuali credenti e non credenti? Sinceramente, ho molti dubbi. Lo scandalo dell’omosessualità che interroga e attraversa la Chiesa non può avere solo un’exit strategy pastorale. Finché l’omosessualità rimarrà ufficialmente un “disturbo”, dalla tenerezza verso i “disturbati” non verrà chiarezza neppure dentro la Chiesa, dove l’abito talare traveste per troppi un’omosessualità “disturbata” e non sublimata, ma rinnegata e dunque incattivita.

Gli omosessuali chiedono alla Chiesa di essere riconosciuti, non abbracciati come campioni incolpevoli di una umanità sbagliata, che la natura incammina alla perdizione e la retta morale inchioda alla croce della rinuncia e dell’odio di sé. Se l’omosessualità rimane “ufficialmente” una malattia contagiosa che autorizza per quanti ne siano affetti non solo l’esclusione dal sacerdozio, ma da alcune professioni sensibili – quelle educative e che comportino una relazione con minori – gli omosessuali di questo amore loro dichiarato dal Pontefice sentiranno più il caldo della comprensione o il gelo del rifiuto?


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Francesco (non troppo) a sorpresa. Ma un’exit strategy pastorale dal tabù omosessuale non basta”

  1. Luigi Di Liberto scrive:

    Tu arrivi con la parole di Francasco con lobby dei arcigay (senza citare), quindi tu prefesci Joseph (giusto?), ma libertiano sarà la lobby dei anarco-liberismo_gay-sionista?

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