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Le larghe intese e le comuni convenienze. Non è un accordo di governo, ma un patto di sopravvivenza

– Le cosiddette larghe intese sono come certi matrimoni: incastri nevrotici ben combinati, dipendenze reciproche per bisogni diversi, ancorché condivisi. Perché le intese, pur essendo larghe, non sono buone per definizione, né necessariamente indice di affinità originarie o ritrovate o comunque volte alla reciproca accettazione. I fini le qualificano, più che l’essenza. Ma proprio in quei fini pare annidarsi l’equivoco in cui incorre chi su di esse si pronunci, celebrandole o vituperandole, poco importa.

Queste larghe intese non rappresentano l’accordo tra chi elabora un progetto per realizzare un programma, cercando il compromesso dell’azione comune, della serena convivenza, dell’unità di intenti, della costituzione di basi solide in quanto condivise e destinate così a durare nel futuro. Sono intese che, al contrario e come in politica spesso accade, paiono avere l’obiettivo esclusivo di cristallizzare il presente, perpetuandolo quanto più possibile, nell’interesse di tutti coloro i quali a esse prendono parte, nessuno escluso, consentendo a costoro la parvenza di un comportamento dignitoso.

Il pericolo è, infatti, quello che vengano annientati da un elettorato i cui sentimenti virano dalla rabbia al disincanto e, di riflesso, da partiti e movimenti presenti o futuri, che tali sentimenti sappiano pienamente cogliere e, con efficacia, esprimere: ciò senza il benché minimo costrutto, come negli ultimi mesi è stato ampiamente dimostrato, ma questo poco importa a chi senta di non essere compreso da una politica distante dal “paese reale” in modo netto e sempre più marcato.

Il bene dell’Italia, la crisi ancora presente, le riforme ineludibili, l’Europa con le sue pretese sembrano solo giustificazioni apparenti. Larghe intese o, meglio, comuni convenienze: quelle di restare a lungo, saldamente uniti, occupando un Potere che per nessuno al momento è certo e che, quindi, tutti insieme appassionatamente, hanno interesse a tutelare. È un Potere che le ultime elezioni hanno distribuito in modo così equilibrato che chi lo possiede ha interesse a mantenere l’equilibrio, lasciando intatto ogni minimo dettaglio. Tutto così si tiene, e tanto basta.

Per questo sembra un’assurdità vi sia qualcuno che, dall’interno, magnifichi le larghe intese come esempio di buona amministrazione, segnale di concordia politica orientata alla pace o, addirittura, all’attenuazione di ogni differenza; o vi sia qualcuno che, al contrario, continui a criticarle, sostenendo che mai avrebbe immaginato di dividere lo scranno con l’avversario di sempre. Sono le ipocrisie di chi sa che la situazione è precaria per tutti e pensa così di apparire migliore di fronte alla platea, quasi a voler mostrare risorse costruttive che, di fatto, non possiede o una supposta autonomia che evidentemente non può vantare.

I “numeri certi” per governare, quelli che il Presidente della Repubblica pretese in marzo, nessuno di per sé li avrebbe neanche oggi: quindi, nessuno può proclamare, espressamente o per comportamenti concludenti, di poter bastare a se stesso, di poter prescindere dalle altrui vicende, giudiziarie o meno, né più genericamente dagli umori altrui. Nella dipendenza dalle rispettive sorti sono tutti legati a doppio filo: l’immobilismo contraddistingue queste larghe intese. E di norma resta immobile, ma unito, chi avverta o faccia avvertire timore per quanto potrà accadere per la comune sopravvivenza, sia essa politica, sociale o individuale: crea un collante solido chi, a torto o a ragione, continui a sottolineare la precarietà dell’esistenza, propria e insieme di coloro che a sé vuole legare. Forse è per questo che gli attuali governanti si trovano ancora una volta coesi nell’intento di perseguire strategie condivise, pur con modalità diverse: le si potrebbero definire, volgendo al plurale quanto fu declinato tragicamente al singolare, le strategie delle tensioni.

Non c’è chi non le attui. Il Presidente della Repubblica, nel novembre 2011, inaugurò la nuova tendenza, poi tutti l’hanno seguito a ruota. Così ognuno stabilisce quella che viene solitamente definita come la fatidica data decisiva per le sorti comuni: il 30 luglio, salvo rinvii, gli uni, che paventano destabilizzazioni a catena se a cadere fosse chi è considerato la prima pedina; il 26 novembre gli altri, che lasciano intravedere spaccature interne che in quella data, o forse prima, potrebbero divenire voragini, coinvolgendo tutti.

E pure chi sta all’opposizione e, dunque, in negativo partecipa a quelle larghe intese che ha tutto l’interesse a conservare, avendo dimostrato che solo nella critica a esse trova sostanza, non si astiene dall’indurre la tensione. Ha ipotizzato un autunno di rivolte e sommosse, per infervorare gli animi degli elettori o far sentire minacciati tutti gli altri, il che è lo stesso. La collettività parteggia per l’una parte o per quella opposta, ma dalle tensioni procurate ad arte non si sente poi troppo coinvolta. La crisi l’ha subita, la fronteggia quotidianamente ed è, in qualche modo e solo grazie alle proprie capacità, sopravvissuta: ormai non si impressiona di certo per scadenze variamente sancite come foriere di futuri capovolgimenti.

Sono molti coloro i quali, sin dal giorno della sua elezione e da ultimo ancora maggiormente, paiono aver trovato nel nuovo Papa una risorsa. Reputano, forse, che tra i tanti che si ergono a nuovi Messia, ipotizzando baratri e proponendosi come salvatori, forse Francesco è quello che più a buon diritto potrebbe esserlo, per competenza e per materia. Ogni individuo crede in ciò che può, in ciò che sa o forse in ciò che gli conviene. Alla fine, piuttosto che continuare ad aver fiducia in chi, manipolando le coscienze, induce a credere in sé per conservare il Potere, credere nel Papa – che già è stato eletto e lo resterà fino all’ultimo dei suoi giorni – è oggi la cosa più innocua. È questa, forse, al momento l’unica vera, trasversale e larga intesa?


Autore: Vitalba Azzollini

Classe 1963, studi classici, laurea in giurisprudenza alla Luiss, lavora in un'Autorità di vigilanza (ed esprime opinioni a titolo esclusivamente personale). Scrive per diletto su giornali on line e su Chicago Blog. Ha pubblicato paper per Istituto Bruno Leoni. Sempre alla ricerca di un'altra prospettiva.

One Response to “Le larghe intese e le comuni convenienze. Non è un accordo di governo, ma un patto di sopravvivenza”

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  1. […] per il PD, per il PdL come per tutti gli altri che partecipano alle c.d. larghe intese o, come qui si disse, comuni convenienze. A far politicamente morire, o arrestare o rieducare o, per essere […]