– Qualsiasi legge positiva, non da meno quella che pretenda in modo ingegneristico di censurare o modificare una condotta diffusa nella società, nasce con un ineludibile difetto: quello di non rimanere invariabile, scolpita nella pietra e fedele alla volontà del legislatore che l’ha ideata, ma di prestarsi – nel corso degli anni – a interpretazioni mutevoli e contraddittorie, accrescendo l’incertezza del diritto.

Da questa prospettiva, il nobile tentativo dell’on. Scalfarotto e degli altri firmatari della proposta di legge in discussione alla Camera è viziato dalla medesima ingenuità. L’operazione che estende le pene previste dalla cosiddetta la Legge Mancino all’incitamento all’odio e alla violenza per motivi connessi all’identità e all’orientamento sessuale delle vittime rappresenta uno sforzo per difendere l’uguaglianza giuridica e morale degli individui, ma potrebbe comportare spiacevoli e imprevisti effetti collaterali. Una legge non fa giurisprudenza e non può decretare quali saranno nel corso degli anni le interpretazioni lecite o illecite dei suoi dispositivi. Una “legge di principio” sfugge naturalmente dalle mani dei suoi creatori (a maggior ragione quando si maneggiano troppo disinvoltamente termini a-tecnici come “omofobia” e “transfobia”).

Sotto quest’ottica, il rischio di introdurre un nuovo reato d’opinione – lamentato spesso da chi cela dietro la bandiera della libertà di pensiero l’ostilità e l’intolleranza verso quella che impropriamente si definisce “cultura gay” – sembrerebbe, in realtà, molto concreto. Ed è un rischio che vale, negli stessi termini, anche per le altre “protezioni” antidiscriminatorie approntate dalla Legge Mancino, dove a qualificare le condotte illecite sembrano essere, più delle condotte in sé, le loro motivazioni razziali, nazionali e religiose.

Nella sua attuale versione – che avrebbe dovuto approdare alla Camera venerdì 26 – la proposta di legge prevede che, come riportato dal blog di Ivan Scalfarotto, “diventeranno reati l’istigazione a commettere o la commissione di atti di violenza fondati sull’omofobia o transfobia”. Tutto questo, però, nulla dice – e nulla può dire – su cosa si debba intendere, per esempio, per “istigazione alla discriminazione”. Nei fatti, è evidente il rischio che di una legge simile si cristallizzi un’interpretazione piuttosto politica.

Il rischio, in sostanza, è quello che dal nobile tentativo di tutelare una minoranza – che in Italia stenta a trovare riconoscimento a differenza di altri paesi occidentali – si finisca per arrivare al meno nobile risultato di introdurre i presupposti di una giurisprudenza à la carte, che finirebbe per portare alla sbarra quegli infelici che nel terzo millennio usano ancora come un insulto l’espressione “frocio” (o “negro”, “ebreo”, “marocchino”…). Tra le altre cose, i provvedimenti che stabiliscono sanzioni antidiscriminatorie (non solo penali) non tendono a godere di ampio consenso, sia perché non appaiono mai davvero “generali” (c’è sempre una categoria che può lamentare l’esclusione), sia perché la loro efficienza è minima e inappropriata ad arginare davvero la diffusione dell’odio e del pregiudizio.

Rimane però il fatto che scoprire i limiti delle normative antidiscriminatorie – come fanno oggi i fautori della “moratoria sui temi etici” – solo quando la “categoria protetta” è rappresentata da omosessuali e transessuali costituisce anch’esso un comportamento culturalmente discriminatorio. La Legge Mancino va benissimo a tutti, ma quando vi rientrano “i froci” allora diventa una trappola contro la libertà d’opinione. Ma o è sempre una trappola, o non lo è mai. O si aboliscono le normative antidiscriminatorie – che non possono mai valere oggettivamente per tutti – oppure non se ne può pretendere, in nome di un principio generale, la natura di club riservato solo a qualcuno.

Insomma, di fronte a un problema la cui esistenza è innegabile, si rischia di proporre una soluzione illusoria (e osteggiata per ragioni falsamente egualitarie e ulteriormente discriminatorie) che, realisticamente, anche se venisse approvata, tutto potrebbe fuorché migliorare l’integrazione degli omosessuali e dei transessuali nella società italiana.