Categorized | Diritto e giustizia

Caso Del Turco. Cosa dicono le prove? Che il “problema giustizia” non è solo Berlusconi

Nell’editoriale di domenica scorsa su La Repubblica, Eugenio Scalfari, con il suo proverbiale tono da omelia, scriveva tra le altre cose che “le sentenze, proclamate a nome del popolo italiano, possono essere tecnicamente discusse, ma accettate con rispetto nella loro sostanza”. Sull’interpretazione dell’avverbio “tecnicamente” sarebbe interessante conoscere l’esatta opinione dell’illustre autore, non essendo pacifica la risposta alla domanda circa i requisiti che debba possedere chi, in un regime democratico, voglia osare a esercitare il diritto di critica. Nei sistemi totalitari le sentenze non si discutono, tecnicamente o non tecnicamente. E non si parla di politica, come recitavano gli inquietanti cartelli fatti apporre dal fascio alle pareti dei luoghi di lavoro durante il famigerato Ventennio.

La vicenda processuale di Ottaviano del Turco offre una possibile chiave di lettura di ciò che una parte del mondo politico e mediatico, quello che si autodefinisce democratico e costituzionale, intende per “tecnicamente” e di come il necessario rispetto per l’autonomia della magistratura venga confuso con un’inammissibile limitazione dell’esercizio del diritto di critica. Tecnicamente, in questa fuorviante accezione, diviene sinonimo di “timidamente”, come se ciò che accade quotidianamente nelle aule di tribunale riguardasse i singoli imputati e non la vita politica e sociale.

Riflettiamo un istante: Ottaviano del Turco è uno dei 45 saggi fondatori del Partito Democratico; la giunta di centrosinistra da lui presieduta in Abruzzo è stata spazzata da una clamorosa indagine della Procura di Pescara sulla base di un’infamante accusa di aver intascato tangenti per il valore complessivo di 6 milioni e 250 mila euro da un imprenditore farmaceutico in bancarotta con  interessi nel mondo delle cliniche private convenzionate; al momento dell’arresto, cinque anni fa, l’allora Procuratore Capo di Pescara annunciava in una conferenza stampa in pompa magna l’esistenza di una “montagna di prove contro Del Turco”.

Ottaviano del Turco non è un politico qualsiasi. E’ un pezzo di storia della sinistra politica e sindacale italiana. Ha lavorato fianco a fianco con persone del calibro di Luciano Lama e Bruno Trentin e proviene dalla stessa famiglia socialista della CGIL di Guglielmo Epifani e Susanna Camusso, per lunghi anni suoi stretti collaboratori. Immaginare una persona dello spessore umano e politico di Ottaviano del Turco trasformarsi in un satrapo assatanato di denaro significa mettere in discussione una parte importante di una storia ancora più importante.

In questi anni Del Turco ha ricevuto migliaia di attestazioni di solidarietà dei compagni di una vita. Ma non abbastanza di quelli che oggi rivestono posizioni di responsabilità politica o sindacale nel variegato mondo della sinistra. Chi non mi crede visiti il suo profilo Facebook e conti quanti (pochi) messaggi provengono da nomi noti. Come spiegare, ad esempio, il silenzio assordante di persone come Camusso o Epifani che pure lo conoscono bene? Pensano davvero che Del Turco, da appassionato sindacalista, si sia trasformato in  rapace concussore? Io non credo lo pensino. Ed allora la domanda è ben più inquietante, vale a dire perché ritengono di non poter dire in pubblico ciò che pensano in privato.

La risposta temo risieda in quella timidezza che caratterizza la sinistra e, più in generale, il campo democratico allorquando ci si accosta allo scottante tema della giustizia, quasi non si trattasse di un tema di natura politica e ci si potesse permettere, come suggerisce il fondatore di Repubblica, il lusso di limitarlo al dato tecnico. Ancora una volta, sullo sfondo, c’è la preoccupazione di apparire solidali con Silvio Berlusconi e, in nome dell’antiberlusconismo di maniera, tutto deve essere sacrificato. Come se il problema giustizia in Italia fosse sinonimo di Berlusconi e non di sistema.

La vicenda Del Turco è, al contrario, emblematica, di quanto poco basti, nel nostro paese, per essere condannati a nove anni e sei mesi di reclusione. Non solo non si è trovato un euro ma non si è vista neppure una traccia di un euro. La montagna di prove annunciata il giorno dell’arresto (era il 2008) si è trasformata in una professione di fede nei confronti dell’imprenditore farmaceutico Angelini.Quello stesso Angelini finito sotto processo a Chieti per bancarotta fraudolenta per 220 milioni di euro e che doveva giustificare prelievi milionari dai conti dalle casse delle proprie aziende.

Pensare che sia accaduto ad una persona famosa come Del Turco, in grado di difendersi nel processo (anche grazie all’eccellente lavoro del difensore, avv.to Giandomenico Caiazza), dovrebbe indurre, in un paese serio, le menti illuminate a chiedersi cosa possa accadere tutti i giorni nelle aule di giustizia nei confronti dei milioni di Sigg.ri Nessuno che compaiono alla sbarra. Questo è l’effetto paradosso che ha prodotto l’antiberlusconismo di maniera: “invece di dividere i colpevoli dagli innocenti, li ha volutamente confusi in un unico giudizio morale condannando tutti per il solo fatto di trovarsi sotto la lente di ingrandimento di un pubblico ministero.”

Tale arguta conclusione si rinviene in un coraggioso articolo del 15 marzo 2013 intitolato “Processo Del Turco, paradigma di un’epoca”. Dico coraggioso perché pubblicato sulle colonne del Fattoquotidiano a firma Achille Saletti. Peccato che questo sia l’unico articolo di quella testata che consegni al lettore elementi di dubbio in luogo delle tradizionali certezze forcaiole e che gli articoli successivi si siano progressivamente  allineati al più rassicurante e bigotto Travaglio-pensiero.

Che nel caso Del Turco, tuttavia, non risponde alla domanda fondamentale: sulla base di quali prove?


Autore: Claudio Bragaglia

40 anni, avvocato penalista, vive e lavora a Torino.

Comments are closed.