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L’Accordo di Associazione è di fondamentale importanza per l’Ucraina e per l’Unione europea

Intervista a di Andriy Portnov a Olivier Dupuis, da Historians in Ukraine, July 4, 2013

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A. Portnov. Per molti ucraini sapere se l’Ucraina firmerà o meno l’accordo di associazione con l’UE nell’autunno prossimo sembra essere la questione principale per il futuro del Paese. Lei pensa che questo documento potrebbe essere firmato quest’anno e che sia realmente così importante ?

O. Dupuis. La coscienza che i cittadini europei hanno della realtà dell’Unione europea e la percezione del suo divenire sono oggi talmente evanescenti che qualsiasi previsione politica è diventata estremamente difficile. Non è semplice determinare se sono quelli che occupano, per pur convenienza, una posizione di «intransigenza democratica » che avranno il sopravvento oppure, al contrario, quelli che sono convinti dell’importanza fondamentale dell’adesione dell’Ucraina all’Unione, per l’Ucraina e per l’Unione. Ciò che è sicuro è che l’Accordo di Associazione è pronto per la firma e che, secondo me, dovrebbe assolutamente essere firmato. La sua importanza è indubbia anche perché rappresenta la conditio sine qua non per affrontare una questione molto più seria: l’apertura di veri e propri negoziati di adesione dell’Ucraina all’Unione europea, negoziati che potrebbero opportunamente cominciare con i capitoli 23 «Apparato giudiziario e diritti fondamentali» e 24 «Giustizia, libertà e sicurezza». Sarebbe anche la più solida garanzia che si potrebbe dare a Yulia Tymoshenko e a quanti potrebbero in futuro essere vittime di processi politici.

A. Portnov. Attualmente non c’è consenso in Ucraina per quanto riguarda il suo futuro geopolitico. Un’inchiesta di opinione del febbraio-marzo 2013 mostra che il 41 % delle persone consultate sostiene l’integrazione nell’Unione doganale con la Russia, la Bielorussia ed il Kazakhstan, il 39 % sostiene l’Accordo di Associazione con l’UE, ed il 19 % è senza opinione. Lei crede che l’Ucraina debba realmente scegliere tra questi due progetti di integrazione? E se così è, lei pensa che questo si possa fare in una società a quel punto divisa?

O. Dupuis. Con tutte le riserve che si può avere sullo stato dell’UE oggi, delle sue difficoltà economiche e delle sue carenze politiche, della sua mancanza di ambizione e di coscienza di se stessa e della sua necessità, rimane il fatto che si tratta di una realtà che ha portato benefici enormi agli stati e ai cittadini che ne fanno parte. Tra cui – e non è il minore – quello di consentire una reale sopravvivenza delle nazioni che ne fanno parte come paesi membri. L’unione doganale intorno alla Russia ha molti colori del vecchio regime sovietico. Come l’Urss, quest’unione soffre di una carenza originaria: la dominazione demografica, economica e politica della Russia sui suoi partners. E, più importante ancora, prescinde dalla natura stessa dell’attuale regime russo: vera re-incarnazione di quell’antitesi dello stato di diritto, rappresentata dal regime marxista-leninista. In Russia oggi, come ieri nell’Unione sovietica, è uno «stato nello stato » (le cosiddette “strutture di forza” in simbiosi con una oligarchia economica di cui peraltro spesso condivide la provevienza) che governa al di fuori di qualsiasi rispetto delle leggi, se non di quella del più forte. È quello che vogliono i quasi cinquanta milioni di Ucraini? Non lo credo. Sono invece convinto che gli Ucraini siano vittime, come altri del resto (i Turchi per esempio), della sindrome dell’innamorato che ha paura di vedersi respinto. Le tergiversazioni dell’Unione europea hanno la loro parte di responsabilità. E altrettanta responsabilità va addebitata all’arte consumata di Viktor Yanukovic, che ha sempre affermato senza tregua, alto e forte, la sua volontà di raggiungere l’Unione europea, guardandosi bene peraltro dal fare il minimo sforzo per facilitare questo avvicinamento.

A. Portnov. Lei ha pubblicato diversi articoli e lettere aperte sull’importanza dell’Ucraina per l’Unione europea. Puo’ riassumere i suoi argomenti. In altre parole, perché pensa che l’Accordo di Associazione con l’Ucraina sia cosi importante per l’Unione europea ?

O. Dupuis. L’accordo di associazione è fondamentale per l’Ucraina e per l’Unione europea, principalmente per quattro ragioni. La prima – e la più importante – è che l’adesione all’UE – e prima ancora dell’adesione formale, lo stesso processo di adesione – costituirebbe, così come è stato per la Spagna, il Portogallo, la Polonia, la Slovacchia, … una formidabile forza di traino per la realizzazione delle riforme che consentirebbero di radicare lo stato di diritto in Ucraina. Per quanto riguarda l’interesse dell’Unione di vedere il suo grande vicino ucraino retto da uno stato di diritto e non da un erede dell’ “ancien régime” sovietico, non ha molto bisogno di essere dimostrato. La seconda ragione, è che l’Ucraina fa parte dell’Europa da tempi immemorabili. Ha quindi tutti i diritti di farne parte. Deve occupare questo luogo, arricchirlo, iscrivendosi nel cuore di esso: l’Unione europea. La terza ragione è di ordine economico. Accedere senza intralcio né barriere ad un mercato di 500 milioni di consumatori costituisce un’enorme opportunità per l’Ucraina. Allo stesso modo l’allargamento dell’UE a 45 o 50 milioni di nuovi consumatori ucraini costituirebbe un grande beneficio economico per l’Unione. Infine, da un punto di vista strategico – tanto per l’Ucraina che per l’UE – l’adesione dell’Ucraina all’UE (ed il consolidamento dello stato di diritto e della democrazia che ciò comporta) costituirebbe anche una formidabile dimostrazione che è possibile costruire in Russia un’alternativa al regime autoritario che Vladimir Putin si sforza di ristabilire, purtroppo non senza successo. Sarebbe, allo stesso tempo, un aiuto concreto a tutti i cittadini russi che non disperano di vedere il loro grande Paese diventare un giorno uno stato di diritto ed una democrazia.

A. Portnov. Lei pensa che i suoi argomenti siano condivisi almeno da alcuni responsabili politici dell’Unione europea?

O. Dupuis. Non abbastanza. Incontestabilmente. Fatto salvo i Polacchi, i Lituani, i Britannici e qualche tedesco, i responsabili politici della maggior parte degli altri stati membri dell’Unione europea si notano piuttosto per il loro silenzio. Questi silenzi non significano necessariamente opposizione ma piuttosto timore-panico di fronte alle rispettive opinioni pubbliche, che ritengono incapaci di capire la posta della questione ucraina, visto che sarebbero secondo loro in preda alla sindromi da delocalizzazione produttiva e al fantasma del famigerato « idraulico polacco » … Quindi piuttosto che spiegare e convincere, preferiscono nascondere la questione sotto il tappeto.

A. Portnov. Come viene valutato « fattore russo » nelle politiche dell’Unione europea rispetto ai paesi del «Partenariato orientale»  ?

O. Dupuis. Si tratta di un tema di cui i responsabili politici dell’Unione non hanno certamente preso la misura. Allo stesso modo, esso è sottostimato negli stessi paesi membri dell’Ue in cui il regime russo opera una politica di penetrazione sistematica comprando tra l’altro personalità politiche, anche di primo piano. E se la Russia è capace di portar avanti questa offensiva nei paesi dell’Unione, grazie, tra l’altro, alle enormi risorse finanziarie che provengono dalla manna del petrolio e del gas largamente controllata dal Cremlino, si può facilmente immaginare ciò che queste stesse autorità siano in grado di fare negli ex paesi membri dell’Urss, dove le «strutture di forza» russe (servizi segreti, forze armate, polizia NdR) – la spina dorsale del sistema putiniano – conservano « amicizie » molto solide nei servizi segreti locali, così come nelle amministrazioni e in alcuni settori della classe politica.

A. Portnov. L’Unione europea è in crisi profonda. Ci sono molte discussioni riguardo alle vie di uscita possibili dalla presente situazione. Quale è lo scenario che lei considera il più auspicabile e il più realista?

O. Dupuis. Il più auspicabile è anche, secondo me, il più realista nella misura in cui risponderebbe nel modo più adeguato alle necessità profonde dell’Europa. Si riassume, per l’essenziale, all’attuazione di quattro grandi riforme di cui nessuna è, in linea di principio, fuori portata.
Prima riforma, imperativa se si vuole che i cittadini si riapproprino del progetto europeo: l’introduzione di un grande momento di democrazia comune a tutti i cittadini dell’Unione, organizzando l’elezione al suffragio universale del o della presidente della Commissione europea. Seconda riforma : la risoluzione in positivo della questione britannica, costituzionalizzando due livelli di integrazione nell’Unione, preservando allo stesso tempo l’unità istituzionale dell’insieme. Primo livello, le quattro libertà: libertà di circolazione dei cittadini, delle merci, dei capitali e dei servizi, con delle garanzie minimali (ma consistenti) in materia sociale e ambientale per premunirsi contro le tentazioni di dumping. Un’opzione nella quale potrebbero ritrovarsi i britannici e rapidamente, almeno come prima tappa, gli Ucraini, i Turchi, i Moldavi ed i Georgiani. Una seconda cerchia raggrupperebbe quei paesi che hanno scelto una integrazione più forte. La terza riforma, fondamentale per rafforzare la coscienza degli Europei della loro unità: la creazione di un esercito comune (e non unico) per poter, almeno in un primo tempo, assicurare le operazioni di mantenimento e di ristabilimento della pace, l’evacuazione dei cittadini europei in caso di grave crisi, le operazioni anti-pirateria … e per dare, allo stesso tempo, un forte impulso all’elaborazione progressiva di una politica estera comune. La quarta riforma, aprirsi a nuovi cittadini europei lanciando senza ambiguità il processo di adesione all’Unione dell’Ucraina, della Turchia, della Georgia e della Moldavia.

A. Portnov. Lei considera il suo scenario realista. È altrettanto realizzabile ?

O. Dupuis. Nessuna di queste riforme rimette fondamentalmente in causa l’esistenza degli stati-nazione membri dell’Unione europea. Invece suscitano molte più resistenze di quelle sollevate dalle delegazioni di sovranità molto sostanziali che gli stati-membri hanno realizzato, nell’urgenza e sotto la pressione della crisi economica, nel corso degli ultimi cinque anni.Il paradosso è solo apparente. Questo passaggio è particolarmente difficile e doloroso perché mette a nudo una situazione che seppur esistente continua a non essere percepita nella sua realtà. E’ questa dualità – la persistenza di stati-nazione forti da una parte, e d’altra parte questa Unione ormai tanto inevitabile, quanto indispensabile – che gli stati-membri devono riconoscere e alla quale i cittadini devono poter partecipare (elezioni) e nella quale devono potersi riconoscere nel loro rapporto con il resto del mondo (politica estera, esercito). Per realizzare questo importante salto simbolico, l’Europa ha bisogno di leadership. È qui il nodo del problema. Angela Merkel ha di sicuro una eccellente padronanza dei meccanismi di potere ma non sembra avere solide convinzioni europee. In parte, probabilmente, in ragione della sua storia e della storia del Paese nel quale ha passato tutta la sua gioventù, un Paese esentato dal regime sovietico dalle responsabilità del nazismo, la cui colpa era stata interamente riportata sulla Germania occidentale. In Francia, l’aristocrazia dei “corps constitués” (l’ENA , il Quai d’Orsay , …) teme, a ragione, di perdere molta della sua influenza in una organizzazione dell’Europa dove la legittimità dell’Unione sarebbe rafforzata e dove la ripartizione delle competenze degli uni (gli stati) e delle altre (l’Unione e le sue istituzioni) verrebbero chiarite. Saprà il Presidente François Hollande, egli stesso proveniente da questa aristocrazia, emanciparsene, tradurre in atto le convinzioni europee che rivendica ed essere motore di questo cambiamento? È uno dei grandi punti interrogativi. Altri (il nuovo governo italiano?) sapranno suscitare od accompagnare questa indispensabile dinamica riformatrice? La scelta, l’anno prossimo, del nuovo presidente della Commissione europea sarà molto rivelatore. Sapranno i francesi ed i tedeschi, come ai tempi del presidente Jacques Delors che aveva la fiducia di Helmut Kohl ancora di più di quella di François Mitterrand, unirsi sulla scelta di un altro personaggio, questa volta tedesco, dal forte impegno europeo ?

A. Portnov. Quali sono i paesi che potrebbero ragionevolmente raggiungere l’Unione europea nel corso dei prossimi 20 o 30 anni ? Ci sono reali possibilità per l’Ucraina e, per esempio, per la Turchia ?

O. Dupuis. Delle reali possibilità esistono per l’Ucraina, la Turchia, la Georgia e la Moldavia. Ma la buona fortuna deve essere incoraggiata. In questo senso, penso che sarebbe importantissimo che i partiti dell’opposizione ucraina si mobilitino immediatamente per convincere i diversi stati-membri dell’Unione a firmare nel novembre prossimo l’accordo di associazione. Un giro delle capitali europee di una delegazione congiunta dei leaders dei grandi partiti di opposizione ucraina a sostegno della firma dell’Accordo di Associazione non sarebbe solamente opportuno. Potrebbe essere, credo, determinante.

 


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