Alfano scarica una decisione sporca. Meglio la ragion di Stato che una verità di comodo

A sentire il Ministro Alfano recitare alle camere una relazione auto-assolutoria, scritta in “questurese” stretto e immediatamente smentita da uno dei testimoni sacrificati sull’altare dello scandalo – il suo ex capo di gabinetto Procaccini – veniva da pensare alla miseria della menzogna politica di fronte alla grandezza (mostruosa, ma non mediocre) della “ragion di stato”, alla gratuità delle giustificazioni patetiche e inverosimili con cui il Ministro si chiamava fuori dalla vicenda e al più decoroso e impermeabile segreto, che invece sigilla il mestiere del governo nel rapporto tra gli stati sovrani.

L’impacchettamento della moglie e della figlia di Ablyazov è una tangente politica pagata a un satrapo che controlla le rotte del petrolio e del gas e a cui la politica italiana da almeno un quindicennio rende ufficialmente  un omaggio bipartisan. Che a pagarla sia stata la burocrazia poliziesca, scavalcando non solo la politica, ma la diplomazia ufficiale, non è una “verità di comodo” inverosimile. È una sorta di paradossale confessione di colpa e di inadeguatezza da parte di un governo e di un Ministro, Alfano, incapace perfino di mentire come si conviene in questi casi. Con una misura più dolorosa e meno scandalizzata di quella addirittura accusatrice, che si è permesso per levarsi d’impaccio.

Ieri Alfano ha letto una relazione che ha spoliticizzato il caso, per depoliticizzare e quindi scaricare la responsabilità di una decisione “sporca”. Ha appoggiato la verità ufficiale incredibile – il governo era all’oscuro di tutto – su di un presupposto ancora più incredibile – nessuno al Viminale e ai vertici degli apparati di sicurezza conosceva lo status politico di quel controverso personaggio di cui l’ambasciatore kazako esigeva la cattura. “In nessuna fase della vicenda, fino al momento dell’esecuzione dell’espulsione con la partenza della donna con la bambina, i funzionari italiani hanno avuto notizia alcuna sul fatto che Ablyazov, marito della cittadina kazaka espulsa, fosse un dissidente politico fuggito dal Kazakistan e non un pericoloso ricercato in più Paesi per reati comuni.”

Questo significherebbe che i vertici degli apparati di sicurezza italiani si sono messi disciplinatamente al servizio di un Paese straniero, neppure alleato, e notissimo per la violazione dei diritti umani e la persecuzione degli oppositori, senza informare il livello politico del Viminale e senza chiedere ai servizi di intelligence ragguagli sul personaggio. Di più, a nessun “funzionario” (come li chiama Alfano) è venuto, neppure per curiosità, in mente di fare una banale ricerca su Google o su Wikipedia, da cui avrebbero avuto in qualche secondo una più che soddisfacente risposta.

L’Italia ha consegnato la signora Shalabayeva e sua figlia al carceriere che le reclamava, ma il governo, la maggioranza e chiunque faccia quadrato intorno a Alfano fingendo di credergli offrono agli italiani un’immagine delle istituzioni italiane degradata e mortificante. Che è – ripetiamo – molto peggio di una dichiarazione di responsabilità politica all’insegna della “ragione di Stato”


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

Comments are closed.