– Si può discutere – e altri con più competenza lo faranno – sulle due pronunce con cui ieri la Consulta è intervenuta per dichiarare l’incostituzionalità dell’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, sui limiti alla rappresentanza sindacale e delle norme del decreto Salva-Italia, che accorpavano le province e le trasformavano in enti di secondo livello, in vista del loro superamento costituzionale.

È difficile comprendere quanto la Corte sia stata obbligata, al di là di ogni considerazione politica, a censurare una legislazione troppo disinvolta e quanto invece abbia voluto resistere ad interventi troppo “evolutivi” su temi costituzionalmente sensibili, come la democrazia sindacale e l’organizzazione istituzionale dello Stato. Rimane però il fatto che la Consulta, ancora una volta, corre di fatto in soccorso all’Italia del no e certifica la relazione, tutt’altro che imprevedibile, tra la rigidità del modello costituzionale e l’inefficienza dell’azione di governo. Da una “Costituzione di pietra”, peraltro, non discende un diritto saldo, ma incerto, non chiaramente fondato, ma incredibilmente mutevole.

Se è dichiarata incostituzionale, come ieri è avvenuto, una norma che letteralmente “trascrive” l’esito di un referendum – quello sulle rappresentanze sindacali – che la stessa Corte aveva ammesso e gli italiani votato nel 1995 e che da allora in più occasioni era passato indenne al vaglio della Consulta, la pronuncia dei giudici costituzionali perde comunque, al di là del merito, qualunque senso di coerenza, oltre che di definitività. Se poi per decreto-legge non si possono accorpare le province – neppure per esigenze indifferibili e urgenti di finanza pubblica – si possono considerare legittime o gravemente incostituzionali le norme che, nel medesimo provvedimento e per le medesime ragioni, hanno interamente riscritto il sistema previdenziale?

Si potrebbe obiettare che questo obiettivo disordine giuridico alla fine non dipende da una Consulta confusa e politicamente cangiante, ma da un legislatore pasticcione e giuridicamente ignorante. È però, questa, un’obiezione sempre più formale, sempre meno vera e a dirla tutta sempre meno accettabile.