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Gibellina, Sicilia, Italia, ovvero l’eutanasia di un’utopia

– Alla fine dello scorso novembre, il quotidiano britannico The Guardian ha raccontato in un video la storia di Gibellina, il comune siciliano distrutto dal terremoto che colpì la Valle del Belice nel 1968, e del suo patrimonio. Il paese, trasformato in una land art unica in Europa dal sindaco Ludovico Corrao, rischia di sprofondare nuovamente. Di essere cancellato da fondi sempre più esigui. Da istituzioni distratte, da altro. Con il rischio così che si sancisca il fallimento di un sogno di rinascita. Il problema non è solo quello dell’ennesima emergenza culturale, ma politico.

Ahi fiacca Italia, d’indolenza ostello, cui niegan corpo i membri troppi e sparti, Sorda e muta ti sta ritrosa al Bello?”. Versi contenuti in uno dei Sonetti del Misogallo, l’opera satirica ispirata agli eventi della Rivoluzione Francese scritta da Vittorio Alfieri alla fine del Settecento. La cifra distintiva del Paese di allora, muto e sordo al Bello scriveva Alfieri, accresciuta, mutata quasi. Il disinteresse gonfiato a tal punto da divenire disprezzo. Avviene con cruda evidenza con il nostro patrimonio Culturale. Monumenti che crollano, lasciati nell’incuria, siti di rilievo mondiale chiusi al pubblico per vertenze sindacali oppure sui quali si decide di impiantare mostruose pale eoliche.

Qui si verificano cose a tal punto incredibili da captare l’attenzione internazionale. Come accaduto a Pompei, oppure alla necropoli della Banditaccia, a Tarquinia, più di recente a Gibellina. Il paese ricostruito a circa 20 chilometri da quello abbandonato dagli abitanti dopo il sisma. Insomma spopolato, ma non lasciato a sé stesso. Una storia di amore per la propria terra e di capacità di fare rete, come si dice, ora nel mondo degli artisti. L’idea vincente di Ludovico Corrao, il sindaco di Gibellina, è stata quella di chiamare a raccolta la Cultura, gli interpreti nazionali e internazionali, della produzione artistica. Non bisognava lasciarsi tentare dall’atavico richiamo dell’assistenzialismo, croce e delizia della gente del Sud. Non bisognava rassegnarsi di fronte alle difficoltà che il sisma aveva prodotto. Ma creare qualcosa, che ribaltasse i termini della questione. Che potesse trasformarsi in una occasione di riscatto non soltanto per un Comune ferito quasi a morte ma per una regione zavorrata da un’infinità di problemi.

Corrao decide di invitare alcune tra le più importanti voci della pittura, della scultura, del teatro, della musica e della letteratura a lavorare tra le macerie. Schifano e Paladino, Boetti e Wilson, Long e Angeli, Venezia e Quaroni, Pomodoro e Cascella, Cage e Accardi sono chiamati a Gibellina. Diventano parte di un progetto visionario nel quale a contare sono anche le persone del posto, i vecchi abitanti di quel centro. Per lunghi periodi artisti di diverse generazioni e sensibilità si fermano in Belice lasciando come tracce dei loro soggiorni sculture, performance, spettacoli e eventi. L’insieme di quelle espressioni trasformano Gibellina in un palcoscenico sul quale si muovono attori straordinari. Una “follia urbanistico-architettonica da salsa artistica”, secondo la definizione di Federico Zeri.

L’idea di Corrao quella di pensare l’arte come pratica civile, politica e militante, portandola al di fuori del “chiuso” dei Musei. Insomma farne parte attiva, in dialogo con il territorio. L’arte come strumento di rinnovamento antropologico. Un vero museo a cielo aperto che soltanto negli ultimi anni ha meritato per i suoi progetti educativi il premio dell’International Council of Museums nel 2011 e un premio dall’Associazione Nazionale Critici per il teatro nel 2012. Un progetto di ri-generazione urbana, come ha ricostruito Valentina Garavaglia in un recente libro (L’effimero e l’eterno. L’esperienza teatrale di Gibellina, Bulzoni), interrotto, bruscamente nel 2011 con la tragica morte del suo ideatore. I problemi finanziari crescenti. Il funzionamento della struttura, la manutenzione delle opere, gli stipendi dei dipendenti del Museo, le mostre, le residenze degli artisti e la didattica sostenuti con molta fatica. Al punto che per protesta i dipendenti hanno chiuso per un breve periodo, all’inizio dell’anno, il museo e la biblioteca della Fondazione Orestiadi. I contributi della Regione Sicilia negli ultimi tre anni passati da 650mila a 318mila euro.

Una vicenda nella quale a mancare non sembrano soltanto le risorse economiche. La sensazione che non ci stia davvero spendendo per scongiurare quel ricchissimo archivio di creazioni e di affetti è forte. Una brutta storia nella quale s’intrecciano criticità specifiche e di ambito più generale. Un esempio? La mancanza di indicazioni sul sito. Dall’autostrada non è neanche indicata l’uscita per Gibellina. Poi arrivare al Cretto di Burri è un’impresa, tra strade interrotte e percorsi tortuosi a dir poco disagevoli.

Intanto una buona parte delle opere sparse per le strade di Gibellina sono state ricoperte da funghi che ne hanno scurito la superficie. Altre sono state rovinate da graffiti. Per non parlare del Creto di Burri, ripulito, ma che necessiterebbe di un’importante opera di conservazione. Che non c’è. Non ci può essere. Per questo, come 46 anni fa, si sono mobilitati gli artisti, firmatari di una sorta manifesto in difesa di Gibellina. Così nel vuoto prolungato della politica ci pensano Paladino, Pomodoro e Wilson a salvare quell’utopia. Ma è più che evidente che si tratta di un problema politico. Perché la questione del comune del trapanese non è isolata, in Sicilia. Molte, moltissime altre le emergenze culturali. Sono stati dichiarati a rischio chiusura la casa museo e parco del poeta Lucio Piccolo a Capo D’Orlando, Messina e la Biblioteca Ursino Recupero di Catania. Senza contare che lo scorso anno il già chiuso Museo Regionale di Arte Contemporanea RISO, a Palermo, ha riaperto in tono minore, con una nuova gestione e stavolta intitolato a Renato Guttuso, al quale però è intitolato un altro storico museo a Bagheria.

La Sicilia dei grandi tesori di ogni tempo non dovrebbe potersi permettere di dismettere una testimonianza così importante della sua vitalità, quale Gibellina. Lasciarla morire, magari dopo essere stata smembrata permettendo che le banche s’impossessino delle opere de localizzabili, diventerebbe l’alibi di molti per pensare che in Sicilia non c’è spazio per alcuna utopia, per la rinascita. Anche per questo sarebbe una sconfitta per tutti.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Gibellina, Sicilia, Italia, ovvero l’eutanasia di un’utopia”

  1. lodovico scrive:

    Un fallimento dello Stato Sociale che non immette fondi nelle sue Istituzioni. In Italia si dovrebbero creare 1.000 meglio centomila istituzioni simili a questo felice esempio creato dal sindaco di Ghibellina, con questi investimenti culturali il turismo diventerebbe un fatto di stato….per uno stato culturale e turistico.Dopo Riace visitare Ghibellina

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