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Dopo la ERT greca, è tempo di privatizzare la RAI

- Due settimane fa, con una mossa a sorpresa, il governo greco ha decretato la chiusura con effetto immediato della televisione pubblica ERT ed il congedo dei suoi dipendenti, in vista del successivo rilancio dell’ente con un organico sensibilmente ridotto. Tale decisione si inquadra nell’ambito delle politiche di risanamento avviate da Atene e si giustifica tra l’altro con l’elevato grado di inefficienza della ERT, considerata un paradigma di sprechi, nepotismo e clientelismo.

Il percorso, sebbene parzialmente sospeso da un un pronunciamento del Consiglio di Stato, ha una valenza profonda che travalica i confini greci. E’ inusuale ed in qualche misura blasfemo perché mette in discussione alcune delle  “vacche sacre” delle democrazie ad economia mista. I giornalisti di Stato, nei fatti, contribuiscono in modo fondamentale a costruire la “narrazione” a difesa dello status quo statocratico che viene propagata ai cittadini. Non c’è da stupirsi che in tale narrazione essi ritaglino per loro stessi una posizione di centralità e di irrinunciabilità. Hanno a disposizione tutto il tempo e lo spazio di cui abbisognano per convincerci un po’ per giorno che saremmo tutti meno liberi senza il loro lavoro.

In realtà non ci sono ragioni oggettive per cui le notizie, lo sport o l’intrattenimento debbano essere portate nelle nostre case da un ente televisivo statale. Anzi, se non avessimo subito un lavaggio del cervello continuo,  dovremmo essere tutti abbastanza preoccupati del fatto che l’informazione sia intermediata da un’azienda che è emanazione del governo e dei politici.
Nei fatti la pluralità e l’oggettività dell’informazione viene garantita molto meglio dalla presenza di un mercato televisivo competitivo nel quale operano molti soggetti, piuttosto che dall’istituzionalizzazione di un ente depositario della missione di offrire un “servizio pubblico” ai cittadini. In fondo, se guardiamo ai palinsesti, da un certo punto di vista fanno molto più “servizio pubblico” in Italia emittenti come La 7 o Sky Tg 24 di quanto ne faccia la RAI.

Nella pratica, se la RAI fosse privatizzata con la vendita separata a tre soggetti editoriali diversi delle sue tre reti principali, il panorama televisivo italiano non sarebbe più povero – sarebbe al contrario molto più ricco e variegato. Con tre nuovi soggetti televisivi importanti, il “potere” televisivo sarebbe molto più distribuito ed anche la posizione dominante di Mediaset risulterebbe automaticamente ridimensionata – sulla base di meccanismi di mercato e senza bisogno di legge di antitrust punitive.

In effetti, paradossalmente le posizioni ideologiche della sinistra sulla tv pubblica si sono saldate con gli interessi spiccioli di Berlusconi, imprigionando il mercato televisivo in un duopolio artificiale e consentendo al Cavaliere di esercitare, negli anni di governo, un’influenza più o meno diretta su sei televisioni. Se da un lato la cessione dei canali RAI ad editori privati sarebbe un passo importante di riapertura e di liberalizzazione del mercato televisivo, dall’altro l’operazione consentirebbe di portare soldi nelle casse dello Stato.

Secondo un’analisi pubblicata in questi giorni da Mediobanca, i ricavi per lo Stato sarebbero di almeno 2 miliardi di euro. Dal punto di vista economico, andrebbe considerato anche lo sgravio fiscale per i cittadini che non dovrebbero più corrispondere il canone annuale. La soddisfazione di vedere Carlo Conti su RAI 1, anziché su una possibile Tele 1 o Rete 1 ci costa, infatti, 113 euro l’anno.

Per dare un’idea di quanto pesi il canone RAI sul bilancio familiare, basti pensare che un proprietario di immobile ha discrete possibilità di pagare di più di tassa di possesso su un televisore che di IMU sulla prima casa. Uno scenario di privatizzazione della RAI non impedirebbe, peraltro, di poter contemplare comunque degli spazi di “servizio pubblico” , volti ad assicurare che attraverso il mezzo televisivo sia garantita la comunicazione istituzionale, la diffusione  di informazioni di pubblica utilità o di carattere sociale, le tribune elettorali nel rispetto di normative di par condicio e così via.

In effetti non è affatto necessario che tali servizi siano offerti pregiudizialmente dalla RAI e, più in generale,  non è affatto necessario che essi siano garantiti da un unico soggetto televisivo. Del resto, già allo stato attuale delle cose, la concessione di servizio pubblico alla RAI è prevista in scadenza il 6 maggio 2016. Una strategia ragionevole sarebbe quella di addivenire alla piena privatizzazione dell’attuale tv di Stato, con la vendita separata di RAI 1, RAI 2 e RAI 3, e di indire gare di appalto aperte a tutti i soggetti televisivi nazionali per l’attribuzione distribuita di slot di servizio pubblico.

Se poi si vuole optare per una soluzione ancora più economicamente efficiente per lo Stato, può essere sufficiente prevedere che le 9 televisioni che detengono i primi 9 canali nella numerazione LCN (cioè i canali ad una cifra) abbiano l’obbligo di fornire gratuitamente determinati slot di servizio pubblico nel corso della loro programmazione.  Sarebbe una ragionevole contropartita per il fatto che alcune televisioni si sono viste assegnare gratuitamente una posizione molto favorevole sul telecomando che garantisce loro un indubbio vantaggio sui competitors.

Insomma, dal punto di vista della fattibilità pratica, dell’efficienza economica e dell’interesse degli utenti non sembrano sussistere controindicazioni alla privatizzazione della RAI che anzi appare un esito desiderabile sotto vari punti di vista. Se ostacoli ci sono e ci saranno, essi sono tutti riconducibili alla difesa politica di interessi particolari e di posizioni acquisite.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “Dopo la ERT greca, è tempo di privatizzare la RAI”

  1. si può fare anche una privatizzazione stile ENI/ENEL, con la RAI che cede il 70% delle proprie azioni.
    gli azionisti certamente vigileranno sui bilanci.
    smembrarla mi pare poco opportuno, si indebolisce l’azienda.

  2. creonte scrive:

    la questione è se devono esistre moemnti collettivi della nazione oppure no.
    non è che bisogna dire “privatizzare è nbello”… basta guardare telecom…

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