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Contro il matrimonio “statalista”. Una provocazione libertaria

La Corte Suprema degli Stati Uniti, con un voto di 5 contro 4 ha respinto la sezione 3 della Legge in Difesa del Matrimonio (Doma è l’acronimo inglese), firmata da Bill Clinton nel 1996, con cui si stabilisce che il matrimonio è solo quello fra un uomo e una donna.

Viola il principio di eguaglianza, secondo il giudice Anthony Kennedy, sostenuto dalla maggioranza. La sezione 3 della Doma, “viola i principi fondamentali del giusto processo e dell’eguaglianza della protezione”, perché il principale effetto della legge “consiste nell’identificare un sotto-gruppo di matrimoni, già approvati da legislazioni statali, rendendoli diseguali”. Di conseguenza, il principale obiettivo della Doma è “imporre la disuguaglianza”. Viola i principi del federalismo. Sempre stando alle parole di Kennedy: “Il fine e l’effetto pratico della legge è quello di imporre una condizione svantaggiosa, uno status separato, un marchio di infamia a tutti coloro che contraggono matrimonio con persone dello stesso sesso, rispettando la legge dell’incontestata autorità del loro stato”.

In 12 stati americani il matrimonio gay è infatti legale. “L’importanza delle responsabilità degli stati nel definire e regolamentare i matrimoni risale ai tempi della nascita di questa nazione”. E discrimina le coppie gay da un punto di vista economico. La parità fra matrimoni è soprattutto una questione di welfare. La Doma, proibendo al governo federale di riconoscere le coppie omosessuali, escludeva queste ultime da esenzioni fiscali e sussidi di cui le coppie etero hanno già diritto. Secondo il giudice Kennedy, la Doma: “rifiuta di accettare il principio in base al quale obblighi e benefici del matrimonio sono uguali per tutte le coppie entro i confini di ciascuno stato”.

Il problema, adesso, è che anche gli oppositori del matrimonio omosessuale dovranno pagare le tasse per i benefit di coppie che ritengono immorali. Anche per questo, il giudice Scalia, ritiene che la sentenza della Corte «diminuisca il potere del nostro popolo di governare se stesso». Il parere di minoranza, come spiega il giudice Scalia, ritiene che la sentenza della Corte Suprema sia una minaccia ai diritti degli stati, perché: “Presuppone che la Corte Suprema sia posta al vertice dello Stato, dotata del potere di decidere su tutte le questioni costituzionali, sempre e comunque ‘prima’ nel suo ruolo. Questa immagine della Corte non verrebbe riconosciuta da coloro che hanno scritto e ratificato la nostra Costituzione”. In questo particolare caso: “Dichiarando che chiunque si opponga al matrimonio omosessuale sia un nemico della decenza umana, la maggioranza (dei giudici, ndr) ha dato un’arma legale formidabile ad ogni oppositore delle leggi statali che difendono il matrimonio nella sua definizione tradizionale”.

Dove è il nodo della questione? Nello stato, sia inteso con la s minuscola (stato locale), sia quello con la S maiuscola (governo federale della nazione). I liberali classici e i libertari hanno già una risposta pronta, qualunque sia il loro parere personale, etico e religioso sui matrimoni gay. Lo Stato deve fare un passo indietro, rimanere fuori dalla vita personale degli individui, dalle loro scelte sessuali e anche dal loro matrimonio. La coppia deve cercare di essere, il più possibile, indipendente, o farsi aiutare volontariamente. Non è solo una questione di riconoscimento legale da parte dello Stato. E’ anche e soprattutto una questione, pratica, di soldi. Pagare le tasse per mantenere la famiglia, implica automaticamente la necessità di definire quale famiglia debba essere sostenuta.

Perché gli etero sì e i gay no? Perché i monogami sì e i poligami no? Perché il cattolico (che negli Usa è maggioranza relativa) deve pagare tasse per mantenere gay e poligami se è moralmente contrario sia alle unioni omosessuali e che alla poligamia? Quest’ultimo tema, fra l’altro, non è affatto un argomento puramente accademico: i mormoni (compreso l’ex candidato alla presidenza Mitt Romney) sono tradizionalmente poligami. In tempi di mescolanza di etnie e religioni, nuovi culti e vecchie certezze, la definizione del matrimonio è una Babele.

Un liberale dovrebbe e potrebbe dir solo: “fatti vostri”. Il matrimonio deve tornare ad essere una questione privata fra privati, un contratto volontario. Purtroppo per i liberali questa posizione è la grande assente nel dibattito. Negli Usa i libertari (che sono quasi tutti schierati con i Repubblicani) hanno adottato una posizione intermedia, premendo per dare ai singoli stati piena libertà di legislazione.

In cuor loro, il cristiano praticante Ron Paul e suo figlio e successore Rand potrebbero anche sperare che gli stati vietino i matrimoni gay, ma sarebbero disposti ad accettare che lo permettano: l’importante è che il governo federale, lo Stato centrale, non si intrometta. Una soluzione più drastica sarebbe quella di de-statalizzare del tutto il matrimonio: ciascuno sia responsabile solo di fronte alla propria chiesa e al proprio compagno o compagna di vita, al proprio Dio o al proprio credo. Ma sarebbe chiedere troppo: vorrebbe dire accettare sino in fondo i principi di una società libera, questa sconosciuta e rinnegata.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

3 Responses to “Contro il matrimonio “statalista”. Una provocazione libertaria”

  1. il welfare deve essere pensato come diritto individuale.
    il diritto di famiglia come tutela del bambino deve essere sostituito dal welfare per il bambino.
    non è la coppia/famiglia ad avere diritto ma il bambino.

  2. creonte scrive:

    quali sono gli atti “pubblici” di una persona, allora? se togliamo le convievenze, rimane ben poco

  3. Nicola scrive:

    Condivido la riflessione di Magni: “destatalizzare del tutto il matrimonio”. Questo è il vero nocciolo della questione. Purtroppo non viene mai affrontato, ma ci si perde nelle lotte ideologiche morali-immorali e così via. La questione cruciale che ruota attorno al concetto stesso di matrimonio non è presa in considerazione, con la eccezione di chi ha una autentica visione liberale dell’individuo.

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