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La liberalizzazione delle élites, ovvero molti nomi nuovi ma nessuna classe dirigente

Dietro la formazione di nuovi governi, la scelta dei ministri, elezioni amministrative, questioni nazionali e locali si sviluppano, dall’intreccio e dalla sovrapposizione di eventi anche a prima vista inconciliabili, temi che hanno il potere di mutare dinamiche quasi senza tempo.

Così primarie, web e quote rose hanno modificato le forme di accesso al potere. Provocando una sorta di metamorfosi delle élites. Che ha permesso a volti e nomi nuovi di emergere dall’indistinto. Ma che non ha fornito al Paese una nuova, valida, classe dirigente. Argomento questo sul quale esiste una ricca bibliografia. Che va dal saggio di Aldo Schiavone, “Non ti delego. Come abbiamo smesso di credere nella loro politica”, all’”Elogio della politica profana” di Daniel Bensaid, passando a “Modernità. Comprendere il presente” di Peter Wagener, fino ad arrivare alla “Memoria” di Fabrizio Barca.

Bassa circolazione delle élites e scarsa mobilità sociale fenomeni al contempo causa ed effetto del declino italiano. Dopo i lampi degli anni Settanta e Ottanta gli ultimi decenni caratterizzati dal progressivo sclerotizzarsi di pratiche collettivamente deleterie. Al punto che si è prodotto quel che fino a poco tempo fa sembrava impossibile. Lo “smottamento” del ceto medio che a spanne rappresenta il 60% delle famiglie di casa nostra. Una retrocessione, un autentico declassamento. I suoi redditi si sono contratti, la ricchezza posseduta diminuita, il posto di lavoro saltato. Un fenomeno non unicamente italiano, ma che attraversa tutti i Paesi sviluppati. Come dimostrano le cronache politiche di qualche mese fa, che riportavano il tentativo sia di Francois Hollande che di Barack Obama di presentarsi in campagna elettorale come paladini del ceto medio e dei problemi che l’affliggevano.

L’ascensore italiano fermo. Anzi, pericolosamente in movimento, ma al contrario. Le colpe? Delle associazioni di rappresentanza, dei partiti e del familismo. Il ricambio necessario nella pratica impedito dalla cooptazione dall’alto per la quale non esistono criteri meritocratici, non sono ammesse sorprese. Tutto è regolato da passaggi successivi, da gradini da salire con cadenza regolare, uno dopo l’altro. A contare non è il curriculum, naturalmente. Così è stato, così è, ancora per la gran parte delle classi italiane. Almeno per quel che rimane di esse. L’unica eccezione riguarda proprio le élites, “gli dei della città”, per dirla con De Rita. Una novità degli ultimi mesi la riapertura della circolazione, la loro liberalizzazione. Tanto più che ha interessato il settore tradizionalmente più restio al rimescolamento, la politica. Ma non quegli ambiti della società civile che invece, in maniera strumentale, avevano cercato di incarnare la battaglia per la meritocrazia.

Le ultime elezioni politiche erano l’occasione per l’evidenziarsi di questa discontinuità. Una delle manifestazioni più evidenti di questa circolazione delle élites senza dubbio la sbarco dei 163 grillini in Parlamento. Un approdo raggiunto senza incarichi intermedi, quasi d’improvviso. In virtù delle primarie del M5s, un referendum online che generalmente mai produce numeri troppo consistenti ma che proprio per il suo carattere open sembra assicurare trasparenza e occasioni per tutti. Proprio quel che è accaduto a Marcello De Vito, l’avvocato trentottenne, candidato sindaco alle recenti amministrative di Roma con soli 533 consensi.

Un’operazione parallela, anche se con significative, difformità tra loro, è stata varata anche dal Pd e dalla Lega Nord. Rinnovamento e ancora rinnovamento nelle loro liste. Per il partito allora di Pier Luigi Bersani lo strumento per entrare nelle liste per il Parlamento le primarie. Strumento a dire il vero un po’ annacquato da una partecipazione non proprio altissima. In ogni caso in Parlamento sono entrati molti nuovi deputati, con un’età media più bassa della precedente e con una componente femminile più larga delle altre legislature. Anche nella Lega ci sono state delle selezioni avvenute con modalità meno standardizzate nelle differenti sezioni del partito. Sostanzialmente nel confronto tra seguaci del nuovo leader (Maroni) e quelli del vecchio (Bossi).

Elezioni politiche a parte, il fenomeno più rilevante è sicuramente rappresentato dalla progressiva presenza delle donne ai vertici della società civile. Una specie di “Movimento delle quote rosa” richiamando la legge Golfo-Mosca che regola l’ingresso protetto delle donne nei consigli di amministrazione. In realtà scandagliando tra i “posti che contano” una mobilità molto più estesa di quanto definito dalla legge.

Questi fenomeni, la loro ramificazione, hanno generato un dibattito politico-culturale effervescente. Nel quale si inseriscono i supporter delle liberalizzazioni, di una società realmente aperta. Una larga schiera di persone per le quali il modello erano le società anglosassoni, quelle secondo le quali il presupposto era che il ricambio avvenisse in presenza di un forte baricentro di continuità. Non poteva esserci caos ma ordine. Il problema è che queste incrollabili certezze, questo dogma di mercato, sembra ora spazzato via dal caso italiano. Perché qui l’apertura del mercato delle élites sta avvenendo in parallelo all’assenza di un vero baricentro. Come testimonia la cronica incertezza politica non disgiunta da un affievolirsi dell’autorevolezza di molte istituzioni.

Un’ulteriore stortura in questa liberalizzazione è quasi la riformulazione del significato lessicale di élites. Operazione perseguita con tenacia dai rappresentanti grillini. Che oltre a negare la loro funzione di élites ne danno prova. Ad esempio programmando rotazioni forzose a breve dei capogruppo parlamentari. L’idea quella che l’accumulo di esperienze e competenze non vadano perseguite perché pericolose. In nuce, delle occasioni per i cittadini di stratificarsi. Quindi di produrre una concentrazione in grado di ostacolare la necessaria mobilità. Per Grillo (e Casaleggio) non per nulla sono proprio i corpi intermedi della società ad essere deleteri, a destabilizzare il sistema. L’esatto contrario di quel che sostiene Barca, per cui le infrastrutture civili sono i muri portanti nell’architettura della società. Per i grillini si è tutti uguali e, soprattutto, lo si deve rimanere. Il pensiero orizzontale di Grillo non prevede fuoriclasse. I giocatori sono tutti uguali, intercambiabili, direbbe Zeman. È il gioco a fare la differenza per l’allenatore boemo, le indicazioni, la linea, per Casaleggio.

È più che evidente che questo azzeramento delle individualità produce, almeno nel tempo breve, un vuoto di competenze. Insomma il contrario di quanto anche il solo buon senso richiederebbe per i tanti problemi che il Paese ha di fronte a sé. Ora non si tratta di esaltare o demonizzare questo modello ma di valutare come esso tenti di rimodulare la partecipazione. Non sono le culture politiche proposte a dover avere rilevanza, bensì il movimento sociale sottostante al ricambio politico. A contare è il cambiamento che è altro dallo spostamento di pesi all’interno delle rappresentanze e dalla capacità di canalizzare con successo la protesta. Il vero cambiamento è la discontinuità di prassi consolidate, l’adozione di nuovi modelli di comportamento, l’adattamento a processi di riorganizzazione sociale.

I “nuovi” di per sé non devono essere considerati migliori degli altri. Né avere vantaggi ingiustificati. La concorrenza per essere tale deve riguardare tutti. Ognuno deve poter giocare la propria partita, dimostrare quel che si è. Per ora il “nuovo”, prodotto dai metodi di selezione messi in campo dai partiti, non ha fornito alcuna classe dirigente. Il ricambio auspicato finora non c’è stato. L’attesa prosegue, mentre il Paese continua a soffrire.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “La liberalizzazione delle élites, ovvero molti nomi nuovi ma nessuna classe dirigente”

  1. raf tp scrive:

    Contributo troppo timido per questa testata. Va detto con chiarezza che una società senza élites è una società povera ed esposta alle conquiste esterne. Nella bibliografia si potrebbe forse anche citare Ferraresi, Un paese senza élites, Scriptorium 1996.

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