La stampa discute dei processi del Cav., non dei destini di un Italia senza Cav.

di DANIELE VENANZI – Con la condanna di sette anni e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici inflitte a Silvio Berlusconi nell’ambito del processo Ruby, si prospettano – come non mai negli ultimi vent’anni – scenari politici orfani dell’uomo che più di ogni altro ha caratterizzato la Seconda Repubblica.

Ci sarà da attendere il secondo – forse anche il terzo – grado di giudizio, ed è probabile che il Cav. riesca a tirar fuori anche stavolta un coniglio dal cilindro. Qualora non ci riuscisse, il suo addio alla vita pubblica provocherebbe un terremoto politico che, tuttavia, potrebbe non sortire gli effetti di ricambio della classe politica e di rinnovamento della sua credibilità da molti sperati.

Anzitutto, la sinistra sbaglia a credere che senza il nemico giurato tra i piedi avrebbe le chiavi di Palazzo Chigi in tasca per i prossimi vent’anni. Sotto questo aspetto, Matteo Renzi sembra essere l’unico avveduto nel fronte PD. Ha ragione, infatti, il sindaco di Firenze quando sostiene che quella ai danni del Cavaliere per via giudiziaria è soltanto una sconfitta apparente, perché una nutrita maggioranza di italiani è ancora politicamente fedele – e lo dimostra alle urne e nei sondaggi – a Silvio Berlusconi e alla sua offerta.

Con il centrosinistra che tende, anno dopo anno, ad erodere anziché allargare la propria base elettorale, un Berlusconi malgrado tutto fortissimo nei sondaggi per eventuali elezioni politiche e un elevato tasso di astensionismo che difficilmente rifluirà – almeno a breve – nel voto ai partiti tradizionali, in caso di espulsione del Cav. dall’agone politico si porrebbe il problema dell’apertura di una voragine di consensi a cui verrebbe a mancare un leader.

Che il centrodestra imploderebbe è un dato di fatto già ampiamente dimostrato dalle recenti elezioni amministrative, ma il vuoto elettorale provocato dall’assenza del suo padre nobile non confluirebbe nell’astensione soltanto nel caso in cui un personaggio altrettanto carismatico e capace di ascoltare e parlare all’Italia profonda fosse in grado di prendersi la scena.

Nella migliore delle ipotesi potrebbe trattarsi di un Matteo Renzi svincolato da un centrosinistra che l’Italia moderata – quella veramente maggioritaria – ha già bocciato troppe volte. Nella peggiore, potrebbe trattarsi di una forza a trazione populista e antieuropea, capitanata da figure più vicine a Marine Le Pen che a Beppe Grillo.

Sono, queste, supposizioni che non sembrano interessare alla gran parte dei media italiani. Quel che sembra andare per la maggiore e affermarsi come tormentone dell’estate 2013 non è l’analisi dei risvolti politici e pubblici delle vicende giudiziarie private di Silvio Berlusconi, ma l’interesse perverso e ai limiti della maniacalità per le carte processuali, le udienze, le aule di tribunale, i giudici, i magistrati e i personaggi che hanno animato l’atto primo di quel che sembra essere diventata una rappresentazione teatrale di dubbio gusto.

Malgrado si tratti pur sempre di vicende che riguardano un ex presidente del Consiglio, non vi è poi grande differenza tra il giornalista che imbastisce l’intera puntata di un talk show in prima serata sul dibattito intorno alla vera o presunta penetrazione di un ultrasettantenne nei riguardi di una ragazzina che, probabilmente, vive vendendo il suo corpo e il cronista che si procura da mangiare incartando servizi di pessimo gusto sulle vicende di Francesco Schettino, del delitto di Cogne o della famiglia Misseri.

È questo il vero gap – checché ne dica Giuliano Ferrara quando contrappone lo spirito italiano a quello protestante – tra il nostro dibattito pubblico e quello di paesi in cui la morale impone non di analizzare le vicende attraverso il buco della serratura, ma considerando i risvolti pubblici e politici del trascorso privato. La mentalità del buco della serratura non è affatto protestante, ma squisitamente mediterranea, proprio come quella – per azzardare un paragone comico ma calzante – attraverso cui il Pierino di turno spiava la Fenech sotto la doccia.

Tra pochi mesi metà del consenso politico degli italiani potrebbe trovarsi privo di un leader e la Seconda Repubblica crollare insieme all’uomo che ne è stato principale animatore. All’Italia per bene, però, pare interessare soltanto del bunga bunga.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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