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Con le briciole non si crea lavoro

- La politica delle briciole. Il piano per il lavoro che il governo sta per tradurre in un decreto-legge alimenta l’illusione che con qualche spicciolo in più alle imprese, nella forma di un sussidio fiscale per le assunzioni degli under 30, si possa contrastare con successo la piaga della penuria di lavoro per i più giovani.

Si leggeva in un editoriale sul Foglio di ieri: “la politica italiana affronta l’argomento della disoccupazione giovanile con ipocrisia, come se fosse il frutto di una discriminazione anagrafica da contrastare con misure ad hoc che inducano le imprese ad assumere i più giovani”. I giovani non sono disoccupati in quanto giovani, sono disoccupati perché non c’è lavoro. E nessun misero sussidio temporaneo – peraltro finanziato con l’utilizzo di fondi destinati alla spesa per investimenti, quindi a danno del capitale infrastrutturale – può “creare” nuovo lavoro.

Peraltro, stando alle prime notizie di stampa, sembra che gli incentivi siano limitati ai 18-29enni senza lavoro da almeno sei mesi, senza un diploma di scuola superiore, con persone a carico. Di fatto, se questa sarà la formula finale del provvedimento, si tratterà di un incentivo all’occupazione scarsamente qualificata. Gli under 30 disoccupati e privi di diploma andrebbero semmai sussidiati con le stesse risorse perché partecipino a corsi di formazione che consentano loro di qualificarsi professionalmente.

Da un governo nato nella straordinarietà ci si aspetterebbero misure eccezionali. Enrico Letta è troppo preparato per non sapere che l’unica strada percorribile per l’Italia è un’aggressione diretta del problema centrale: l’asfissiante pressione fiscale sul lavoro e le imprese, da ridurre significativamente con un piano “di guerra” di riduzione di qualche decina di miliardi di spesa pubblica.

Questo implica compiere delle scelte drammatiche, eliminando privilegi di cui godono milioni di italiani in favore di misure capaci di dare un beneficio ampio e generalizzato. Il resto è mera amministrazione di un declino più o meno graduale. Un esempio di spesa da tagliare? Quella pensionistica, con un ricalcolo con il sistema contributivo di tutte le pensioni superiori ad una soglia minima, tra le tante che ancora oggi beneficiano per intero del vecchio sistema retributivo. Ma di esempi – visionari solo per chi si è assuefatto al piccolo cabotaggio – se ne possono fare molti.

Il miliardo e trecento milioni messo in campo per il piano lavoro potrà forse accelerare la stabilizzazione di qualche giovane dipendente o favorire la stipula di qualche decina di migliaia di contratti in più (alcuni dei quali, magari, sarebbero stati stipulati anche senza l’incentivo), ma il problema della disoccupazione e dell’inoccupazione oggi si calcola in milioni di unità e necessita di una strategia radicale di riforme, sul piano della liberalizzazione del mercato del lavoro subordinato e autonomo e sul piano fiscale.

Per generare nuova occupazione – sicura e ben pagata – occorre dare risposte di ampio respiro e non le briciole. Molti, troppi giovani italiani stanno ormai emigrando in cerca del pane.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

3 Responses to “Con le briciole non si crea lavoro”

  1. creonte scrive:

    avvilente… credo non si posano usare altre parole

    tra l’altro dopo i proclami che bisogna imitare la Germania che sviluppa la manodopera qualificata, tutto ciò è davvero in antitesi

  2. argentommy scrive:

    Ho una piccola ditta oggi senza più dipendenti, ho avuto al massimo due collaboratori e una segretaria ( ma quanto lavoro/fatturato abbiamo prodotto nei 38 anni passati a spingere avanti la baracca!)
    Seguo con interesse varie dispute su cause e soluzioni dell’attuale perdurante crisi. E vorrei tanto che, da chi la sa più lunga di me in Economia, mi venga confutato ( così mi metto il cuore in pace ) un fatto che mi sembra il dato più grosso, enorme, evidente, lapalissiano addirittura. Ve lo espongo in termini rudimentali: se si acquistano/vendono bene quasi soltanto i prodotti a basso, bassissimo costo di produzione provenienti da Cina & C, a cui nessuna ditta italiana è in grado di far concorrenza, LA DITTA ITALIANA CHIUDE.
    Cioè: fallisce, licenzia, non paga più tasse, Inps, altri balzelli ed estorsioni varie….
    E questo è quello che sta succedendo.
    Possiamo discutere per ore o mesi su Iva su, Iva giù, Imu, incentivi,tassazioni e detassazioni, tutto quello che volete. Mi sembra solo un tergiversare, una disputa su piccoli tamponi o palliativi; vani tentativi di non vedere o rimandare il disastro.
    Perché il punto è questo: cosa gli faccio fare al giovane o al meno giovane se nessuno trova conveniente acquistare il mio manufatto? ( scusatemi la brutale semplificazione ).
    Le prove di questo assunto? Fatevi un giretto in centro: negozi deserti ( quelli che non hanno già chiuso )….TRANNE quelli a grande distribuzione di articoli “cinesi” ( anche qui semplifico), che potete comperare a un terzo di quell’analogo italiano, o importare ( altra scelta che procura miseria in casa ) ad un decimo del costo europeo. Ogni articolo che vedete sullo scaffale “cinese” è una campana a morto per l’industria occidentale: e solo da lì possono provenire stipendi “veri”, veri introiti per l’erario, welfare; perché semplicemente la fonte primaria di ogni reddito è la Produzione; e non altro. Morta la gallina non ci saranno più uova, ne d’oro ne altro.
    Non ho letto/sentito nessun politico, economista, che abbia avuto il coraggio di dire che se vogliamo che la ditta A non chiuda, l’unica soluzione è non acquistare gli stessi prodotti dalla ditta B. Il resto son chiacchiere, a mio avviso.

    • Marcello scrive:

      Io mi ricordo quando ero bambino, la Cina era un paese comunista che non esportava nulla.
      Le scarpe costavano molto, si faceva il giro di tutti i negozi (Una volta all’anno) per trovare quelle che costavano di meno. Odiavo seguire mia madre per chilometri e misurarmi le scarpe in decine di negozi diversi.
      I negozianti di scarpe del mio paese erano tutti benestanti e snob, una volta uno zio ci presento un suoi amico che aveva una fabbrichetta di scarpe (le esportava i Germania), era ricchissimo.
      Le scarpe erano talmente costose che quando si rompevano non venivano buttate, ma si cercava di farle riparare in appositi negozi (si chiamavano i “ciabbattini”)

      Oggi i piccoli produttori come l’amico di mio zio sono falliti, i piccoli negozi hanno chiuso, molti che lavoravano nelle fabbriche di scarpe sono stati licenziati, ma un paio di scarpe nuove se le possono permettere tutti, anche i cassaintegrati, e nessuno cammina più con le scarpe bucate o risuolate.

      Senza le importazioni cinesi, probabilmente neanche lei si poteva permettere il PC con il quale ha scritto questo post.

      Per qualcuno che ha perso il suo monopolio, tutti quanti hanno visto aumentare grandemente il loro potere di acquisto.

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