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Berlusconi, Ruby, i guardoni e i garantisti

Berlusconi non può chiedere misura a una giustizia che ha sempre preteso rispettosa e indulgente della dismisura del fenomeno che è e del suo fenomenale successo. Ha così dissipato consapevolmente un credito garantista di nicchia (senza aver l’aria di dolersene troppo), preferendo il conforto di un innocentismo di massa e “politico” quanto il colpevolismo, di cui lamenta l’assedio.

L’idea che il diritto sia l’utile del più forte e che il più forte, alla fine, sarebbe stato lui ha fatto di Berlusconi il gemello diverso dei suoi persecutori. Una giustizia perbene per le persone perbene e una giustizia per male per le persone per male – questa la morale comune. I garantisti, quindi, sui processi del Cav. non hanno nulla di berlusconiano da dire, semmai molto di anti-berlusconiano, anche se pro reo. Comunque, diciamolo.

Del processo Ruby c’è sembrato brutto e un po’ “sporco” tutto. Il tema, lo svolgimento e il verdetto. La logica dell’accusa – la coerenza antropologica tra la colpa e il colpevole (ci sono i reati “da zingari” e quelli “da Berlusconi” e questo evidentemente lo era) – e la logica della difesa, con la passerella di testimoni stipendiate e risarcite dalla generosità del principale a testimoniare, se non il falso sul fatto, l’assurdo sul contesto – non l’innocenza boccaccesca delle cene eleganti, ma la loro “normalità”.

Ci piace una giustizia che surroga la scarsità di prove (materiali e testimoniali) con la sovrabbondanza di evidenze sull’inclinazione dell’imputato, sulle sue abitudini, sui suoi “vizi”? No, non ci piace. E ci piace una difesa che ribalta la colpa d’autore in innocenza d’autore – come a dire: non è solo l’accusa a non reggere, è l’accusato a non poterne essere un colpevole verosimile (sottotesto: Berlusconi è Berlusconi, mica uno sporcaccione da strada)? Ci piace ancora di meno.

Se poi la difesa del “privato” di Berlusconi sia oggi una strategia difensiva efficiente e credibile dell’imputato e del personaggio, c’è francamente da dubitarne. Berlusconi è un fenomeno totus publicus, a partire dal privato più privato – le intemperanze, le beghe matrimoniali, le fidanzate di rappresentanza… – che esibisce con esperienza e non solo per vanità. Che il privato di un politico sia tale solo se privo di peso e di effetto nella vita pubblica (cioè quasi mai) non dobbiamo scoprirlo ogni volta daccapo.

Che poi per alcuni reati la giustizia debba farsi “guardona” (non necessariamente morbosa) e indagare l’intimità sessuale delle vittime, come dei presunti colpevoli, è cosa nota. Insomma, che il “privato” del sovrano meriti una speciale immunità è un privilegio dignitario, non un principio ugualitario.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Berlusconi, Ruby, i guardoni e i garantisti”

  1. Andrea B. scrive:

    Il gossip circa una “cena elegante” fatta dalla Merkel, in compagnia di tanti bei ed aitanti giovanotti, avrebbe avuto l’effetto di far sparire in un batter d’occhio la cancelliera dalla scena politica tedesca … quindi no, no siamo un paese normale.
    Ma neppure è da paese normale che una corte consideri un pubblico funzionario concusso “a sua insaputa”…

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