Al di sopra di ogni sospetto? La pretesa insensata dell’ex ministro Idem

Anche i ministri, nel complesso labirinto di tasse e imposte, sbagliano come i comuni mortali. E, come questi ultimi, quando sbagliano, accampano ogni scusa, dalla più fantasiosa alla più motivata, per dimostrare di essere in buona fede. Ma se è umano e comprensibile che chiedano di giustificare i propri errori, non lo è invece, che pretendano di non essere messi in discussione.  Eppure è ciò che la ministra Idem ha fatto ed è ciò che il premier Letta ha, opportunamente, compreso e corretto: così, dove il senso di responsabilità della prima non è arrivato, il buon senso del secondo ha operato. E la ministra Idem, infine, si è dimessa.

Non si vuole stigmatizzare la circostanza che proprio mentre il Governo fa della lotta all’evasione una delle sue priorità, con buona pace di una pressione fiscale intollerabile e di una normativa tanto complessa da comprendere quanto di difficile da rispettare, un suo ministro se ne renda colpevole. Né si ritiene che coloro i quali svolgono incarichi pubblici debbano rappresentare modelli preclari di specchiate virtù che, istituzionalmente, non sono preposti a rivestire. Modelli di cui, peraltro, cittadini responsabili non hanno bisogno o che altri soggetti, in ambiti spiritualmente più idonei, incarnano.

Intenti moralistici rigorosamente perseguiti, così come valori assoluti compiacentemente proclamati, nuocciono a chi a vario fine pretenda di imporli. E se beato è il popolo che non ha bisogno di eroi, illuso è quello che vorrebbe identificarli nei propri politici. A maggior ragione in Italia, il cui indice di percezione della corruzione è sempre più elevato.

Anche a voler ammettere, quindi, che un ruolo istituzionale non solleciti comportamenti etici più raffinati rispetto a quelli cui tutti gli altri cittadini sono tenuti, esso tuttavia impone un ben più rilevante compito: quello di rendere conto. Ogni rappresentante dello Stato deve, così, rispondere di sé, del proprio operato, della propria integrità di individuo che, in quanto stipendiato con quel denaro pubblico di cui è, al contempo, amministratore,  deve godere della più ampia fiducia di coloro ai quali quel denaro, in ultima istanza, appartiene. Alla verifica generalizzata e al conseguente giudizio collettivo chi eserciti un potere non può, per la sostanza stessa della funzione che svolge, sottrarsi: se il controllo è insito nella delega che gli è stata conferita, la valutazione si appunta sulla consistenza della persona, prima ancora che del politico.

Per questo motivo, quando la ministra Idem ha affermato di non tollerare di essere “messa in dubbio” è suonata come una nota stonata: perché se la libertà di opinione è un diritto, lo è anche la libertà del dubbio. Non le giustificazioni inconsistenti, non le medaglie usate come corazza, non il vanto di uno sport che è lealtà prima che competizione: è il suo rifiuto del giudizio che non solo ha infastidito, ma ha oltremodo irritato.

Ben strana è la presunzione di raccontare fatti di cui a nessuno è concesso sospettare, così come quella di amministrare senza accettare di spiegare: se l’onestà della funzione pubblica sta su un piano diverso da quello dell’integrità della vita privata, la considerazione complessiva dell’individuo non accetta i paletti né le regole dei compartimenti stagni.

Curiosa è altresì la pretesa che l’intransigenza verso i cittadini evasori sia trasformata in comprensione verso i rappresentanti delle istituzioni. I quali chiedono che vengano tollerati i propri errori ma, a propria volta, non accettano di tollerare quelli altrui, né tollerano che di sé si possa dubitare: metri di misura variegati per comportamenti declinati in convenienze personali.

Dopo una strenua resistenza, quindi, la ministra Idem si è dimessa: spontaneamente – dice – ma ormai ciò poco importa. Espressione dell’ambiguità di una certa politica, che non potrà ottenere la stima del Paese fino a quando non saprà meritarsela: rendendo conto di sé, prima di tutto, e solo dopo pretendendo che i cittadini rendano, a propria volta, conto. Gli inglesi la definiscono accountability. Noi la chiamiamo credibilità: che, poi è anche coerenza. Non la virtù degli imbecilli, ma di quelli che da imbecilli non vogliono essere trattati.


Autore: Vitalba Azzollini

Classe 1963, studi classici, laurea in giurisprudenza alla Luiss, lavora in un'Autorità di vigilanza (ed esprime opinioni a titolo esclusivamente personale). Scrive per diletto su giornali on line e su Chicago Blog. Ha pubblicato paper per Istituto Bruno Leoni. Sempre alla ricerca di un'altra prospettiva.

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