Servirebbe un’opposizione radicale e riformatrice al governo Letta, anche per il suo bene

PIERCAMILLO FALASCA – Un’opposizione radicalmente riformatrice al governo Letta, di questo avrebbe bisogno l’Italia. In fondo, ne beneficerebbe lo stesso esecutivo, come stimolo e pungolo.

Tra sindacati caratterizzati da istanze antistoriche e linguaggio vetusto, patetici grillini e sparuta chincaglieria di destra, l’unica interlocuzione “competitiva” al governo é paradossalmente quella rappresentata dalle anime più facinorose dei due maggiori partiti di maggioranza. Ma é un gioco delle parti, ovviamente: PD e PdL (quest’ultimo, in particolare) lo conducono per necessità, per evitare emorragie di consenso e giustificare la propria specificità e capacità di incidere nelle scelte di governo.

Per il resto, c’é un’asfissiante assenza di tensione innovatrice. L’enfasi assegnata al “decreto del fare” (a proposito, ricordate che Berlusconi definiva il suo esecutivo un “governo del fare”?) é preoccupante, per un provvedimento che é una sommatoria di misure ragionevoli, auspicabili, ma non certo risolutive. L’annunciato piano sul lavoro, che mercoledì dovrebbe essere discusso dal Consiglio dei ministri, prevederà l’impiego di circa 1 miliardo di euro (dirottati dai fondi strutturali) per sgravi fiscali alle imprese che assumono under 30 e per sussidi agli stage formativi e alla creazione di imprese giovanili: c’é chi può sostenere che questo é ciò che occorre all’Italia?

Il rischio é che si finisca per accettare la logica del “giro di cacciavite”, cioé la semplice manutenzione dell’esistente, e si conducano battaglie ciclopiche non già per ridurre le tasse, ma per non aumentarle ulteriormente, oltre i livelli paurosi che abbiamo già raggiunto. Nessuno parla più di liberalizzazioni e privatizzazioni, né sembra esserci il clima giusto per affrontare una riforma sistemica della giustizia, per dirne una a caso. Non sfiora nessuno l’idea che l’Italia dovrebbe essere capace di mettere in cantiere – con interventi mirati – una riduzione di spesa pubblica di decine di miliardi di euro, con i quali provvedere ad un provvidenziale alleggerimento del carico fiscale sul lavoro e l’impresa. E i progetti d’investimento nella banda larga di ultima generazione che fine hanno fatto? La rete é sempre più lenta in Italia, chissà se qualcuno capirà che questa è una priorità.

Si ascoltano generici attacchi alle politiche di austerità, che hanno come corollario inconfessabile la richiesta di maggiore spesa pubblica. Se Susanna Camusso lo dice apertamente (“questa é una crisi di domanda, non di offerta!”, lei tuona), nel PD e nel PdL l’argomento é affrontato in modo più subdolo: si chiede al governo di fare la voce grossa in Europa, ora che la Commissione chiuderà la procedura d’informazione nei confronti dell’Italia. Sempre lí si va a parare: vogliono spendere.

Intanto, come ci ricordano oggi Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera, la fine del quantitative easing della Fed produrrà presumibilmente un generale rialzo dei tassi d’interesse. Per il debito pubblico nostrano, saranno dolori. “Ci stiamo infilando – scrivono i due economisti – in una strada che ci porta dritto al fondo salva Stati e a chiedere alla Bce di attivare l’Outright monetary trasnactions), cioè acquistare i nostri titoli pubblici. Torneremmo ad essere sottoposti alla vigilanza di Bruxelles, e questa volta anche del Fondo monetario internazionale, che ci obbligherebbero a fare le stesse riforme che da anni sappiamo di dover fare“. Altro che decretucci, maquillage e piccole democristianate, l’Italia merita una svolta radicale e ha bisogno di qualcuno nel panorama politico (non solo in quello intellettuale e giornalistico, insomma) che lo dica credibilmente e a voce alta.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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